Aprile è il mese più crudele Non mi era mai successa una cosa del genere, cucciolo: una Rollei Rolliflex Royal con lente Zeiss Planar Hasselblad 2.8/80 (due virgola otto per ottanta) in pezzi. Una parte del mio cuore se ne va con lei: era la mia macchina più rara e prestigiosa, l'avevo pagata otto milioni due anni fa. Mi dispiace tanto, Gianni, ma non devi fartene una colpa: sono cose che possono capitare. No, non possono capitare: non a me. Non a un professionista del mio calibro, e non mentre stavo facendo delle foto fantastiche per la mia prossima mostra. Non erano tutte sulla Rollei, per fortuna: quelle sulla Canon si sono salvate. E meno male, cucciolo: altrimenti avrei perso la giornata. Non l'hai persa: avrai comunque delle ottime foto. Speriamo. Ne sono certo, Gianni. E poi adesso ne facciamo delle altre, no? Certo. Preparati. A volte penso che non sia stato un bene, per il suo equilibrio psichico, che la prima mostra abbia avuto un grande successo: questo lo ha drogato, lo ha reso dipendente dall'effimera gloria della fama. Dal mio punto di vista non c'è niente di più stupido, ma mi guardo bene dal farlo partecipe delle mie valutazioni. Comunque, tra le sue ultime foto, c'è del materiale che mi sembra degno di una mostra: l'uso del cavalletto, che io stesso gli ho suggerito, lo agevola e gli permette scatti perfettamente nitidi. Manca però quella brillantezza che lo caratterizzava prima, come se avesse perso la sua istintiva capacità di azzeccare le prospettive giuste e di focalizzare al primo colpo i dettagli essenziali: Gianni sapeva eseguire al volo il calcolo della profondità di campo, applicare l’iperfocale, il rapporto d’ingrandimento nella macro e altre tecniche del genere, che per un profano come me sono arabo; ed erano straordinarie la sua capacità di osservazione e il suo rapporto empatico con i suoi modelli (me compreso ovviamente), della cui personalità riusciva a mettere in luce i tratti più intimi, creando un'atmosfera di complicità che gli consentiva di cogliere al volo espressioni dense di spontaneo erotismo, così diverse dall'artefatta sensualità esibita in genere dai fotomodelli con le loro pose studiate. Ora a tutte queste cose ci deve pensare su, e tanto; però vedo che tutto sommato, riflettendo e facendo diversi tentativi, sta riuscendo a portarsi a casa dei buoni scatti. Mettiti là in fondo, mi dice. Più indietro, vicino al campanile. Così va bene? Perfetto. Ora togliti il giaccone e sta' fermo. Da questa prospettiva sembra che tu sia sul ciglio di un burrone: il prato finisce di colpo, una linea netta e dietro il nulla. Estremamente suggestivo… O meglio, sarebbe suggestivo, se tu la piantassi di saltellare come un mediocre ballerino di fox trot. Non sono scatti comici, cucciolo. Mediocre perché? E perché proprio fox trot? Mediocre perché balli male, fox trot perché fai dei saltelli scemi sulle punte dei piedi come il Wilcoyote quando fa il cretino. Ma lui è un coyote, protesto debolmente, non una volpe. E poi non dicevi che ho dei piedi bellissimi? I piedi sono piedi, taglia corto lui, sbrigativo. Poi, quando uno li usa per saltellare come una gallina, non possono essere belli. Mi sento offeso. Contesto puntigliosamente la sua affermazione. Gianni, le galline non saltellano: mettono una zampa dietro l'altra. Appunto: come nel fox trot. Non si saltella mica, nel fox trot. La testa incomincia a girarmi. E allora mi spieghi perché cazzo hai tirato in ballo il fox trot mentre saltellavo? Perché in quel momento mi sembrava pertinente, ecco perché. E poi perché Foxtrot era il quarto album dei Genesis. Mi arrendo alla logica impossibile di Gianni. Senti, gli dico, apprezzo la citazione musicale, ma non posso smettere di saltellare. Fa freddo: ti rendi conto che ho solo questa roba addosso? Cerca di resistere ancora un po': lo so che fa abbastanza freddo, ma in queste foto mi servi così, vestito di tela di sacco e a piedi nudi. Appoggiati al campanile e sta' fermo. Obbedisco, cercando di sopportare la brezza pungente che sale dalla valle sottostante. Più brutto, se puoi. In che senso più brutto? Non sorridere, non offrirti agli sguardi: non sei un fotomodello, sei un pastore. Guarda altrove, come se io non ci fossi. Scrolla la testa all'ingiù e rialzala di colpo, in modo che i capelli siano in disordine. Ma Dio santo, così sei ancora più sexy: non ce la fai proprio a sembrare più scarso? Magari se mi sporco un po' la faccia… Ecco, bravo, fallo. Raccolgo una manciata di terra e me la passo in faccia. Assumo un'espressione seria e assente, come se mi infastidisse molto essere lì; e in effetti un po' mi infastidisce, anche se il posto è bello. Bello, sì, anzi bellissimo, ma trovo che abbia qualcosa di inquietante. Tirati su il sacco fin sul collo, non si devono vedere le spalle. Non si deve vedere praticamente niente del tuo corpo. Sbuffa spazientito. Guarda cucciolo, se tu non fossi la mia musa ispiratrice, ti direi di lasciar perdere e ti sostituirei con un contadino locale, uno qualsiasi: sarebbe un soggetto molto più adatto per queste foto. Vabbè Gianni, sto facendo del mio meglio. Ora mi sono tirato il sacco quasi fin sulla faccia, sono sporco e spettinato, più di così… Okay, dai: ci siamo quasi. Certo che con quei capelli biondi… Te l'avevo detto di rimanere rosso. Ancora con questa storia? No, rosso mai più: è una tinta difficilissima da mandare via. Gianni sospira. Cerca almeno di assumere una posa goffa. Un po' gobbo, magari, con le gambe larghe e le ginocchia piegate, come se avessi un male terribile ai piedi. Hai mai avuto i calli, cucciolo? No, Gianni. Neppure un occhio di pernice? Qualche semplice placca ipercheratosica? No, mi sa che sono troppo giovane per queste cose. Peccato, perché allora sapresti cosa intendo. Fermo così, va bene. Gianni inizia a scattare. Vestito di tela di sacco, sporchiccio e mezzo storpio, chissà perché. C'è sicuramente una ragione, ma me la farò spiegare dopo. Di sicuro è una scelta originale. Mentre mi fotografa penso che in effetti i suoi scatti sono di nuovo interessanti e originali, non i soliti paesaggi stravisti che fanno tanto cartolina, montagne con i laghetti e notturni stellati imitazione Van Gogh di fronte ai quali le signore esclamano "Che meraviglia!". Non c'è niente di meraviglioso nella banalità, e Gianni non era mai banale. Ricordo in particolare un suo notturno che ritraeva la curva di un viadotto autostradale ripresa dall'alto, sospesa su un mare color indaco, fiancheggiata da luci soffuse che irradiavano il loro chiarore come stelle: l'impatto emotivo di quella linea rossastra sinuosa e serpentina che attraversava diagonalmente il blu, striata dalle scie gialle delle luci delle auto, mi aveva lasciato senza fiato. Non c'era nulla di naturalistico in quella foto: aveva l'eleganza astratta di un teorema di Pitagora o di un quadro di Kandinsky. Gianni mi aveva spiegato che aveva ottenuto quello scatto impostando una esposizione lunga, con l'ISO al valore più basso possibile e il diaframma chiuso a un valore medio-alto, ma questo per me è irrilevante, oltre che incomprensibile: è l'idea che conta, l'intuizione geniale, non il modo in cui è stata realizzata. Gianni scatta una cinquantina di foto, mentre io mi muovo il più possibile goffamente e assumo le posizioni più antierotiche che mi vengono in mente. Mi sento uno scimmione, ma Gianni sembra soddisfatto di quel che vede. Finalmente smette di scattare. Per oggi basta così, cucciolo. Puoi rivestirti. Meno male, cominciavo a non poterne più. Afferro il mio giaccone e lo indosso rabbrividendo: tiro su il bavero e chiudo velocemente la zip; Gianni mi porge i calzettoni di lana, che mi infilo cercando di rimanere in equilibrio alternativamente su un piede e poi sull'altro, e poi gli scarponcini allacciati da montagna; finisco di rivestirmi e poi mi caccio le mani in tasca per riscaldarle, saltellando sul posto per riattivare la circolazione dei piedi. Cucciolo freddoloso, sorride Gianni, mettendomi intorno al collo con gesto paterno la sciarpa di lana lavorata a maglia da Mayra. Vorrei vedere te al mio posto, rispondo brontolando un po'. Oh, io da giovane non pativo il freddo. Se mai il caldo. Ma non sei siciliano di origine? Annuisce. Anomalo, però: il caldo mi sfibra. Del resto, il caldo insulare è un'altra cosa: secco e leggero, non una cappa di piombo come l'afa padana. In Sicilia ci sono stato solo una volta, in gita scolastica: è bellissima. Meravigliosa. Mi ci porti, una volta? Mi piacerebbe tornarci. Ho visto solo una parte dell'isola, mi manca tutto l'interno. Scuote la testa. Non mi sembra probabile, cucciolo, date le circostanze, ma chi lo sa. Mi piacerebbe farti vedere posti da sogno come Erice e Segesta, ma per l'appunto, è solo un sogno. Sognare non costa niente, Gianni, e a volte i sogni si realizzano: oggi siamo qui insieme, ed è un piccolo sogno anche questo. Tieni, mi dice con un sorriso, porgendomi una fiaschetta di liquore. Noto che la sua mano trema un po' nello sforzo di reggere la borraccia. Ne bevo volentieri una sorsata, rinfrancato da quella sensazione di calore e dal sapore speziato di quella bevanda. Buono. Cos'è? Cointreau, cucciolo: un triple sec fatto con bucce fresche ed essiccate, fiori e oli essenziali di arance, spezie, acqua, alcol e zucchero. Mi piace moltissimo. Ne bevo subito un altro sorso; Gianni mi sottrae la fiaschetta. Non mi diventare alcolizzato, cucciolo. Per pulirti la faccia puoi usare le salviettine umidificate che tengo nel cassetto della Rover. Okay, grazie. Vado a pulirmi la faccia imbrattata di terra; poi lo raggiungo e lo aiuto a riporre l'attrezzatura nel bagagliaio dell'auto. Questo paesaggio è davvero mozzafiato, gli dico, respirando a pieni polmoni la brezza che arriva dalle montagne di fronte. Sembra di stare in cima al mondo. In realtà siamo solo a millecinquecento metri di altitudine, cucciolo, al confine con la Svizzera. Però sì, la posizione dell'oratorio di San Lucio è incredibilmente dominante. A proposito, chi era San Lucio? Un casaro, cucciolo. Un che? Un formaggiaio. Era un pastore che produceva formaggio e lo divideva con i poveri. Ah ecco, ora capisco un po' di cose: il vestito di tela di sacco, la faccia sporca di terra, la posizione goffa… E anche la conformazione della chiesa, tutta di pietra, che ricorda una grotta: evidentemente simboleggia il ricovero dei pastori e del loro gregge. Esattamente. È una bella storia quella di San Lucio. Mica tanto: il suo padrone, che era molto avaro, lo uccise. Ma dai, che finale orribile… Già. Pare che nel luogo dove fu ucciso sia sgorgata una sorgente che formò un piccolo laghetto con poteri curativi per gli occhi; e dicono che il giorno della sua festa, il 12 luglio, l'acqua si tinga di rosso. E dove fu ucciso? Proprio nel posto dove sorge l'oratorio con la chiesetta. Dove siamo noi, insomma. In effetti questo posto ha un fascino inquietante; ci sono degli accostamenti ossimorici. Uuuh cucciolo, che paroloni grossi oggi: cosa fai, sfoggio di cultura liceale? Per un attimo mi sento irritato: Gianni tende ad attribuirmi la maturità intellettuale di un bambino handicappato. Ma poi penso che tutto sommato è meglio così: se devo essere il suo "cucciolo", tanto vale che mi consideri immaturo e un po' scemo; in questo modo ho più probabilità di fargli tenerezza, che è la dominante del nostro rapporto. Non solo lo è, ma deve esserlo; guai se mi apprezzasse solo per il mio aspetto fisico: sarebbe un rapporto senza spessore, senza futuro, senza senso. No, perché?, mi limito a rispondere. Che intendi per ossimorici? Intendo contraddittori e surreali. Lo prendo per un braccio e lo faccio voltare verso il paesaggio alle nostre spalle. Guarda da questa prospettiva, tu che hai l'occhio del fotografo: cosa vedi? Un prato verdissimo che si affaccia direttamente sulle montagne, come se dietro ci fosse un burrone. Una specie di balcone naturale. La sua definizione è corretta, ma fra me e me penso che si può fare di meglio, anche se io non sono un professionista dell'immagine. Io vedo una linea verde netta che taglia il blu e una linea bianca spezzata che emerge dal verde. Gianni fa segno di sì con la testa, come se finalmente vedesse quello che avrebbe dovuto vedere con uno sguardo tra il fotografico e il pittorico, cioè con il suo sguardo d'artista. È un po' onirico, no?, gli dico sorridendo. Le montagne dovrebbero essere in alto, non in basso. Non ti sembra di stare in un dipinto di Magritte? Gianni sospira. Per affascinante che sia questo balcone, non era proprio il caso di farci cascare di sotto la mia Rollei. Gli appoggio affettuosamente una mano sul braccio e continuo il mio discorso. C'è qualcosa di assurdo in questo paesaggio, Gianni, insisto. Com'è possibile che l'erba sia così verde, se c'è la neve sulle montagne di fronte? È aprile, cucciolo: ci sta che l'erba sia cresciuta. Certo, ci sta: però è strano vedere l'erba e la neve alla stessa altitudine. Sarà un miracolo di San Lucio. Gianni tace per un po', poi pronuncia soprappensiero alcuni versi che riconosco subito: "Aprile è il mese più crudele: Genera lillà dalla terra sterile, Confonde memoria e desiderio. Risveglia radici torpide Con pioggia primaverile". L'inizio di "The Waste Land", dico sorridendo. Vedo che al Classico si studia ancora qualcosa. Eliot è il mio poeta preferito, insieme a quell'altro… come si chiamava già? Montale!, esclamo stupito. È assurdo che non se lo ricordi. Sì giusto, Montale. Sto per fare una battuta, ma me la rimangio subito: "quello che ha scritto 'Fin che la barca va'?" Povero Gianni, non merita che io lo prenda in giro. Forse è meglio che andiamo, dice lui. Prima c'era un bel sole, ma adesso il cielo si sta offuscando. Sono quelle scie, Gianni. Quali scie? Quelle che da qualche tempo si vedono in cielo: sembrano le solite scie degli aerei, ma poi, invece di sparire, si allargano e formano una specie di cappa che copre il cielo. Mi pare che le chiamino chemtrails. Non saranno semplicemente nuvole? No Gianni, non sono semplicemente nuvole. Gianni sospira, poi mi dice con tono di affettuosa superiorità: Vedi cucciolo, il tuo difetto principale è che drammatizzi: sospetti complotti dappertutto, hai sempre paura che succeda qualcosa di orribile, anche quando è tutto tranquillo. Prendi quella volta di Aaron: era solo un innocente scherzo, e tu l'hai vissuto come una tragedia. Resto colpito e interdetto. No Gianni, gli dico con risentimento, non era solo uno scherzo; me l'hai detto tu stesso: era un tentativo di sbarazzarti di me. Vabbè, sono cose che si dicono, dai… Non mi avrai mica preso sul serio? Ma certo che ti ho preso sul serio!, esclamo sdegnato. Non ti ricordi la tua confessione al Bar Paradiso? Bar Paradiso?... Gianni, smarrito, cerca di rievocare alla memoria quello che per me è stato uno dei momenti più importanti della mia vita: vedo con angoscia che non ci sta riuscendo e che la cosa sta facendo rannuvolare il suo volto, come il cielo sopra di noi. Alla fine mi appoggia una mano sull'avambraccio, come a cercare il mio contatto, e dice: Può darsi che tu abbia ragione, cucciolo, ma non vedo cosa c'entri questo con le nuvole. E comunque sei confuso: prima mi dici che sono scie e non nuvole, poi mi tiri in ballo questo Bar Paradiso. Cioè, dove sta il nesso? Stringo la sua mano e mi affretto a dargli ragione. Okay Gianni, non importa: scie o nuvole, il risultato è che prima il tempo era bello e adesso fa schifo. Si sta anche alzando il vento. In effetti fa un po' freddo: dai, saliamo in macchina e mettiamoci al calduccio. Sì Gianni, andiamo a sederci al caldo. Ci incamminiamo verso la Rover e saliamo in macchina.