La sua affermazione mi lascia per un attimo interdetto. Ma poi, alla fine, non vedo perché dovrebbe stupirmi. - Davvero, Gianni? Tu gli hai chiesto di sposarti? Fa segno di sì con la testa. - E perché non ha accettato? - Dice che questo lo renderebbe ridicolo agli occhi del bel mondo. Un conto è avere un rapporto gay, che anzi fa tendenza, tutt'altro conto è sposarsi. Dice che non si sposerebbe neppure con una donna, figuriamoci con un uomo. Ma io lo desideravo veramente, cucciolo. - Capisco, Gianni. Rinuncio a commentare ulteriormente. Mi sento a disagio, sto covando un risentimento che sono costretto a nascondere. Lo ammetto, sono geloso e mi sento anche preso in giro: mi fa incazzare che mi dica di amarmi, quando è evidente che il suo vero grande amore è Massy. Per me non c'è partita con lui. Del resto è giusto così: io sono l'ultimo arrivato e se mai è Massy che dovrebbe odiarmi. Alzo lo sguardo, pronto a dirgli qualcosa di tagliente, ma subito cambio idea: Gianni se ne sta con le spalle incurvate a capo chino, con quel suo maglione norvegese un po' troppo largo da cui sbucano i polsi magri e le mani intrecciate sulle ginocchia. Provo un moto di profonda pena: allungo una mano ad accarezzargli i capelli e gli sorrido. Sono uno stupido: in questo momento ci sono io qui con lui, e solo io; sono con lui in un posto meraviglioso e non vorrei essere da nessun'altra parte con nessun altro, perciò va tutto bene. - Mettiamoci al lavoro - gli dico incoraggiante. - Sì, hai ragione: non vedo l'ora. Mi siedo alla piccola scrivania di legno massiccio della camera. Conosco Gianni, so che non riuscirà a dormire se prima non avrà scaricato le foto sul suo pc portatile, come fa sempre al termine di un servizio fotografico: infatti tira fuori il computer dalla valigetta, lo collega ad una presa e si siede accanto a me. Le immagini iniziano a scorrere sullo schermo: il sangue mi si agghiaccia nel vedere che le prime foto sono tutte mosse, con inquadrature assolutamente sbagliate e perfino con la testa dei due fotomodelli tagliata: anche le meno sfocate sono dilettantesche, si vede solo una baraonda di due ragazzoni che giocano nella neve. Non so davvero cosa dire, e infatti taccio. Anche Gianni tace. Poi arriviamo al momento in cui sono subentrato io, e finalmente, con un sospiro di sollievo, mi accorgo che, pur nella mia inesperienza, sono riuscito a realizzare almeno una decina di scatti decenti, o anche più che decenti: in alcune foto i due fotomodelli appaiono decisamente sexy, in particolare quelle in cui sono riuscito ad immortalare in primissimo piano il candore dello yogurt che cola sulle labbra di Marcel, versato da Claude che lo fissa con uno sguardo malizioso. L'obiettivo me lo aveva regolato Gianni, altrimenti non sarei riuscito a realizzare degli scatti ravvicinati così nitidi: mi aveva spiegato che per i primissimi piani occorrono un obiettivo macro e un diaframma effe due punto otto per mettere a fuoco il soggetto e sfocare lo sfondo; ma tutto questo richiede una grande stabilità delle braccia, che era fuori della sua portata. Diciamo che per essere un assoluto principiante me la sono cavata bene: sì, penso fra me, un paio di queste foto potranno senz'altro avere un senso pubblicitario. … Gianni scorre fino in fondo le foto, poi commenta: - Le ultime mi sono venute bene. Alla fine me ne servono solo tre o quattro, e qui ce ne sono almeno una dozzina buone. Sembra avere completamente rimosso il ricordo del fatto che le ultime foto le ho scattate io: mi guardo bene dal rinfrescargli la memoria. Mi viene però spontaneo dirgli: - Sai una cosa, Gianni? Credo che per l'avvenire dovresti usare un cavalletto. Perché la macchina è un po' pesante e rischi di stancarti. Con il cavalletto risolvi il problema. Ci pensa su un attimo. - Cucciolo, con il cavalletto è tutto un altro lavorare: è molto più statico. Io sono abituato agli scatti dinamici a mano libera. È proprio un altro stile, e non posso certo cambiarlo adesso che sto per allestire un'altra mostra. Mi si stringe il cuore. - Sai, la contessa ha detto a Massy che sarebbe entusiasta di partecipare ad un altro mio vernissage. Adora il tuo "Apollo in una chiesa gotica": lo ha messo nello studio azzurro, dove riceve gli amici gay. Ha comprato anche un paio di stampe di fabbriche dismesse e in rovina e mi sta facendo un sacco di pubblicità. Massy non è tanto d'accordo, dice che le mie ultime foto non sono gran che e vuole che io cambi modello, ma lo dice solo perché è geloso. Insomma, cucciolo, non vedo l'ora di ripetere l'esperienza. Provo un dolore profondo all'altezza dello sterno. - Sì, Gianni, fai benissimo. - Ma tu mi aiuterai, vero? - Certo che ti aiuterò. Ma se Massy mi riconosce nelle foto? - Oh guarda, piuttosto ti metto una parrucca nera e le lenti a contatto, ma di sicuro non faccio a meno di te. - No dai, occhi e capelli neri no: credo che starei malissimo. - Dici? Invece secondo me saresti un brunetto che attizza. - Come te? - Sì, come me da ragazzo. Ti ho mai detto che da giovane ero molto carino? - Sì, me l'hai già detto: del resto sei carino anche adesso. - Allora, che ne dici? - Okay, ci penseremo. Però… Mi mordo un labbro, non sapendo come esprimere con parole il mio stato d'animo. - Però cosa? - Però, Gianni, mi sembra che tu ti stia affaticando troppo. Dovresti prenderti un po' di riposo, non puoi tirare così tanto la corda. - Cucciolo, bisogna battere il ferro finché è caldo. Nel dire questo, chiude di scatto il coperchio del pc e lo prende con due dita per riporlo nella valigetta: il computer gli sfugge di mano e cade a terra, per fortuna sul tappeto. Di nuovo mi sento strizzare il cuore. Gianni raccatta il computer con la mano destra e lo infila nella sua custodia, senza commentare. Poi dice: - Credo che in fondo tu abbia ragione: d'ora in avanti mi porto dietro anche il cavalletto, così alterno i due tipi di scatto e mi riposo un po' la mano. - Sì Gianni, era quello che intendevo dire. - Ora andiamo a dormire, amore. … Il mio cuore stasera è sottoposto ad uno stress emotivo esagerato: ora si sta sciogliendo di commozione al pensiero di ripetere l'esperienza dello Chalet La Marmotte. Il letto però, questa volta, è di quelli a castello: dovrò accontentarmi di avere Gianni a poca distanza. - Dormi sotto o sopra? - gli chiedo, spogliandomi. - Ma cucciolo, non dormiamo insieme? - chiede sorpreso, mentre si sfila i pantaloni. - In un letto singolo? Staremo molto scomodi. - No, sono abbastanza larghi. Io non sono molto grosso, ci staremo. Sorrido: ovviamente era quello che speravo. - D'accordo: cercherò di non schiacciarti come Massy. - Oh, anche se mi schiacci, per me va bene lo stesso. Rimango in maglietta e boxer, non avendo ovviamente portato nulla con me per la notte, e mi infilo per primo sotto il piumone, una magnifica montagna di panna, frusciante di piuma d'oca. - Ecco cosa avremmo dovuto usare al posto della neve, per fare le foto - dico a Gianni sorridendo e tendendogli la mano. - Già, forse sì - ammette. Stranamente, invece del solito intimo nero aderente e sexy, oggi indossa una canottiera di lana a mezze maniche piuttosto larga e dei mutandoni a righe abbastanza buffi. Lo accolgo in un abbraccio fraterno e gli dò il bacio della buona notte. L'atmosfera è tutto meno che sexy, ma mi sento pienamente appagato: ho fra le braccia la persona che amo e che mi ama: è tutto perfetto, che altro dovrei desiderare? Del resto, il nostro rapporto a senso unico prevede che sia solo io a fare sesso, e io questa notte non ne ho proprio voglia: l'atmosfera è così magica che il sesso rischierebbe di spezzare l'incantesimo. Ho paura che da un momento all'altro una fata cattiva faccia sparire tutto con un colpo di bacchetta magica, lasciandomi solo e al freddo. Perciò chiudo gli occhi e mi immergo completamente nel sogno. Sto già addormentandomi, quando Gianni mormora: - Io però non capisco… Apro gli occhi. - Cosa non capisci? - Non capisco perché non suoni la chitarra per me. Hai detto che la sai suonare, no? - Davvero ti piacerebbe che io suonassi la chitarra per te? - Moltissimo. - Guarda che non sono molto bravo: me la cavo, tutto qui, ma non aspettarti gran che. - Lo sapevo che avresti trovato delle scuse: eppure la suonavi per tutti i tuoi amanti. - Per tutti i miei amanti? - Oh, lo so bene che eri pieno di amanti, cosa credi? Giuseppe, Federico, Jean-Michel, e perfino qualche donna: una certa Emilia per esempio, e anche quella Charlotte, una ragazza volgarissima con un seno da lattaia. Una caduta di gusto imperdonabile. - Ma sei ubriaco, Gianni? Io non avevo affatto tutti quegli amanti… Cioè, più che altro non ne avevo nessuno! - Insomma, voglio sentirti suonare e basta. - Va bene, Gianni, lo farò. - E io ti fotograferò mentre suoni. Un angelo che suona. … Senza dire nulla prendo il suo braccio sinistro fra le mie mani e lo massaggio: lo sento stranamente rigido e un po' freddo. Non smetto di massaggiarlo finché non lo sento tiepido e rilassato. Lui tace, ma ad un certo punto dice: - E poi non mi massaggi mai. - Ma che stai dicendo, Gianni? Se ti ho massaggiato finora! - Sì, ma non in quel modo. - E come allora? - Non mi massaggi mai sulle mutandine. Resto interdetto. - Ma Gianni… s'era detto che non posso toccarti, non ricordi? - Eh, s'era detto… si dicono tante cose. Ma se non mi massaggi non mi rilasso e non riesco a dormire. Mi riscuoto del tutto: i miei sensi sono all'erta come quelli di un cervo che fiuta i cani. Gianni sta tentando di indurmi a fare qualcosa che lui stesso mi ha proibito: non so perché lo faccia, ma non intendo assolutamente cadere nella sua trappola. - Gianni, - gli dico, sentendomi un idiota per il fatto stesso di dire una cosa del genere a un maschio adulto - quel tipo di massaggio non rilassa, anzi eccita. - Ti dico di no. È adesso che sono teso, perché non è che il tuo contatto mi lasci indifferente, eh… Ma se mi massaggi mi rilasso. Non so letteralmente cosa fare. - Ma sei sicuro? - chiedo titubante. - Prova e vedrai - mi dice lui, con la voce impastata di chi è già mezzo addormentato. Mi domando come possa assopirsi in quelle circostanze, ma è evidente che qualcosa di strano sta accadendo nella sua psiche: è convinto che quello che dovrebbe eccitarlo lo rilassi. All'improvviso mi torna in mente che tempo addietro anch'io, in uno stato d'animo completamente alterato, avevo chiesto la stessa cosa a Michelle, e per gli stessi motivi: e in effetti la manovra aveva avuto un effetto rilassante su di me. Evidentemente, quando uno ha una seria patologia psichica, le cose funzionano alla rovescia di come dovrebbero. Decido di provare ad assecondarlo, con molta cautela. Allungo la mano in una carezza lievissima sopra la stoffa dei suoi mutandoni. Lui non si muove e non fa niente: si limita ad emettere un mugolìo soddisfatto, sistemandosi meglio con la guancia contro il mio petto. Man mano che la mia carezza prosegue, la sua tensione si allenta e pian piano Gianni si addormenta come un bambino. Russa leggermente, e anche questa è una novità: non lo aveva mai fatto. Era proprio vero quel che diceva, non era una trappola. Ritiro la mano e lo avvolgo in un abbraccio che definirei materno: improvvisamente lo sento così piccolo, come se si fosse ristretto... Cosa sta succedendo al mio povero amico? Ho il cuore in gola. Un pensiero si affaccia alla mia mente, sempre più insistente: devo telefonare a Massimiliano. Devo fargli presente il problema, anche se mi sembra impossibile che non se ne sia accorto da solo. Io non ho l'autorità per costringere Gianni ad andare da un medico, mentre lui sì: quindi non c'è dubbio, devo assolutamente parlargliene. Ma poi, così come s'è affacciato, questo pensiero mi abbandona, lasciandomi un senso di sconforto: devo essere veramente stupido per pensare di poter fare una cosa del genere. Anche se in realtà la situazione è ben diversa, agli occhi di chiunque sarei uno che tenta di parlare con il partner ufficiale del suo amante, una cosa che rasenta l'idiozia: Massimiliano si infurierebbe a morte sentendo la mia voce e mi riattaccherebbe il telefono in faccia. Dio mio, anche questa strada è preclusa, sbarrata. Non riesco a dormire: mi alzo in punta di piedi e vado a prendere la medaglietta che mi ha regalato Mayra, che porto sempre con me nel portafogli. Non ho tasche, non ho una catenina cui appenderla: la infilo nella canottiera e torno a sdraiarmi accanto a lui, abbracciandolo delicatamente per non svegliarlo. Mi metto a pregare, chiamando in soccorso il mio angelo custode e anche il suo: ma non arriva nessuno, e io continuo a stringere fra le braccia quel fagottino con il cuore in subbuglio, senza trovare pace. Dopo qualche ora sento una specie di ala carezzevole posarsi su di me. Nel dormiveglia sento, lontanissimi, la voce di Mayra e l'abbaio affettuoso di Bella: mi stanno dicendo che esiste solo il presente e che in questo momento quel fagottino è tutto quello che mi serve per essere felice. Sorrido e finalmente riesco a prendere sonno.