- Ma dove l'abbiamo lasciata la macchina?
- Laggiù in fondo, al parcheggio, non ricordi? Quanto ci vorrà per arrivare al rifugio?
- Una mezz'oretta, credo. 
- Credi? Ma sei sicuro di sapere dov'è?
- Sì, più o meno lo so. In qualche modo ci arriveremo.
Condivido, notoriamente, quella filosofia di vita: anche a me è sempre piaciuto girovagare senza una meta precisa e perdermi, come quella indimenticabile volta in Toscana con Antonia, ma la sera sta scendendo e le strade di montagna sono ghiacciate, per cui credo che sarebbe meglio avere le idee un po' più chiare sulla direzione da prendere.
- Non hai uno stradario in macchina? - gli chiedo.
- No, non lo porto mai con me. Mi piace andare a zonzo.
- Anche a me, Gianni, ma siamo in alta montagna, fra poco è buio e non conosciamo questi posti: non vorrei che finissimo dritti in un burrone.
- Ma no, cucciolo, non finiremo in un burrone: seguiremo la strada e andremo dove ci portano le nostre vele. Del resto, lo dice anche il poeta.
- Che poeta?
- Montale, cucciolo, il mio preferito.
- E cosa dice?
- Dovresti saperlo, amore, sono versi famosi: "Finché la barca va, nel mare delle seppie...", con quel che segue.
Mi manca per un attimo il respiro. Poi, con la massima calma possibile, dico:
- No guarda Gianni, quello non è Montale.
- Vuoi saperne più di me? Conosco "Ossi di seppia" a memoria!
- Non lo metto in dubbio, ma sono più che sicuro che non dice "finché la barca va".
- Ah no? Ma senti! E cosa dice allora?
- Non ne ho la più pallida idea, Gianni, ma di sicuro non dice quello.
- E cosa ne sai, scusa, visto che tu stesso ammetti di non conoscere quella poesia?
A questo punto non riesco più a trattenermi e sbotto:
- Gianni... porca miseria, quello non è Montale: è Orietta Berti!
- Orietta?... Cucciolo, tu sei completamente stordito oggi. 
- Sarò anche stordito, ma di musica ne so qualcosa più di te: è una mia grande passione, e suono anche la chitarra, a tempo perso. Ma poi non è che ci voglia chissà quale competenza musicale per riconoscere una canzone di Orietta Berti: la conoscono tutti!
- Meglio chiudere il discorso, va'.
- Mi sa che è meglio sì.
- Del resto, ti amo anche stordito come sei. Me lo dai un bacio?
- Certo, Gianni. Anch'io ti amo così come sei, anche se a volte sei davvero un po' strano.
- Strano perché cito Montale? 
- Eh, mettiamola così.
Camminiamo rapidamente verso la macchina, ormai chiaramente visibile nel parcheggio. Non dico più nulla, avvolto come sono in una cappa di cupa perplessità. All'improvviso Gianni, tremando tutto, dice:
- Abbracciami, cucciolo: ho freddo.
- Freddo con quel parka polare?
- Sì, ho freddo dentro, perché tu metti in dubbio le mie conoscenze poetiche.
- Ma no, Giannino, non metto in dubbio proprio niente: vieni qua.
Lo abbraccio con tutta la forza della sorda disperazione che sento montare dentro di me.
Poi premo il telecomando per aprire le portiere e saliamo sulla Rover.
…
Vaghiamo per le montagne in modo più o meno casuale, seguendo un po' l'istinto di Gianni, che ci porta quasi sempre fuori rotta, un po' le indicazioni stradali. Comincio a disperare di poter mai trovare quel posto, quando nel crepuscolo inoltrato mi appare un cartello di legno con una scritta rossa: La Cimice Allegra, 10 km.
- Eccola! - esclamo trionfante.
- Vedi? - mi dice Gianni sorridendo - Si trattava solo di avere fede.
Svolto a destra e mi inerpico su per la salita: dieci chilometri non saranno davvero pochi in queste condizioni, con la strada ghiacciata e piena di tornanti che si arrampica fino ad oltre 2.500 metri di altitudine. Improvvisamente un vasto pianoro circondato dalle Alpi si apre di fronte a noi: la vista è magnifica, anche se ormai è quasi buio. Intuisco che siamo arrivati.
- Non si può arrivare fino al rifugio in macchina - dice Gianni - Dobbiamo parcheggiare qui e proseguire a piedi.
- Spero che non dovremo camminare nella neve fresca, - ribatto un po' preoccupato - non siamo attrezzati.
- Ma no, cucciolo, c'è un sentiero. Quelli del rifugio ci tengono ad essere raggiungibili, non ti pare?
- Okay, allora parcheggio qui.
Abbandoniamo la Rover nel piazzale e proseguiamo lungo il sentiero leggermente in salita che porta alla nostra destinazione, chiaramente indicata da un altro cartello. E finalmente ecco apparire il rifugio.
La Cimice Allegra è una di quelle visioni che ti aprono il cuore: uno chalet alpino in pietra e legno immerso fra i larici, circondato dalla neve, tutto illuminato nel buio della notte. Camminiamo tenendoci per mano nella neve fino a quella fiabesca costruzione un po' come Hansel e Gretel verso la casetta di marzapane, con la differenza che ad accoglierci non troviamo la strega, ma una gentile signora che ci accompagna subito alla nostra camera, senza fare domande, probabilmente equivocando sul nostro rapporto. Stranamente, non ci chiede i documenti. Gianni paga subito il pernottamento, senza darmi modo di mettere mano al portafogli: è sempre molto generoso con me. Di solito pretendo di pagare personalmente i miei conti, ma con lui è diverso. So che gli fa piacere offrirmi qualcosa: lo fa con una galanteria all'antica, convinto com'è che io sia la sua ragazza.
Il rifugio è completamente ristrutturato, disposto su un piano solo, caldo, accogliente e molto confortevole: si sta benissimo, ci si sente davvero rinascere dopo quella camminata al freddo. Depositiamo i nostri pochi bagagli e andiamo a cenare in una graziosa sala da pranzo, godendoci la cucina semplice e casalinga del rifugio, il delizioso scoppiettare del camino nel soggiorno a fianco e le chiacchiere della signora, che ci intrattiene con qualche curiosità locale, raccontandoci che pochi giorni prima ha ricevuto la visita di un famoso attore di Hollywood che sta girando un film a Cervinia. Ci informa che ci siamo solo noi al rifugio, è un giorno feriale e ormai siamo fuori stagione: la cosa mi fa piacere, accentua quel non so che di fiabesco della situazione che sto vivendo. La ascolto volentieri, assaporando la mia ottima polenta con formaggi, mentre Gianni mangia la sua, condita con un sugo di cinghiale che emana un profumo così invitante da farmi rimpiangere di essere vegetariano. Mentre mangia con un appetito da lupo, si schizza il maglione norvegese che indossa; allungo un braccio verso di lui e cerco di cancellare le macchie con il mio tovagliolo, ma lui mi sorride e mi fa un gesto con la mano come per dire lascia perdere. È la signora ad accorrere in nostro aiuto, portando uno smacchiatore.
- Lo tengo sempre pronto per i nostri ospiti, - dice - con la polenta al sugo macchiarsi è un attimo.
Appoggia il flacone sul tavolo e mi guarda sorridendo:
- Ci pensi tu al maglione di tuo padre?
Resto per un attimo senza parole, poi rispondo prontamente:
- Sì certo, signora. Grazie mille.
La signora torna in cucina.	
Guardo Gianni, ma non sembra essersi accorto di nulla: è talmente preso dalla "scarpetta" che sta facendo con il pane e il sugo di cinghiale, che non deve avere neppure sentito la domanda della signora. Gli smacchio pazientemente il colletto del maglione, mentre lui sorride e continua a mangiare. Anche questo atteggiamento è strano, insolito per lui: è sempre stato così composto e distinto nel mangiare… Ora sembra un boscaiolo affamato, non si cura affatto delle buone maniere. Anche questo però mi fa tenerezza.
Finita la cena torniamo nella nostra camera, una stanza deliziosa tutta in legno di larice, come allo Chalet La Marmotte. Aspiro il profumo inebriante della resina, lasciandomi travolgere da un'ondata di commozione: non mi sembra vero di rivivere di nuovo quell'esperienza. C'è un vecchio orologio a cucù nella stanza: sorrido. Sembra che questa presenza sia una costante nei miei rapporti con Gianni. Per fortuna scandisce il tempo in modo, diciamo così, normale, senza i guizzi di fantasia di quello del nonno di Gianni. 
Mi butto sul letto e lascio scorrere di nascosto qualche lacrima di felicità, mentre Gianni va in bagno a prepararsi per la notte.
All'improvviso il cellulare di Gianni intona la sua canzoncina pubblicitaria, scegliendo a caso una delle sigle del vecchio Carosello ("Dov'è dov'è, dov'è la donna"). Gianni esce dal bagno e risponde.
- Ciao Massy. Sono in un rifugio dalle parti di Cervinia: è molto tardi e non me la sento di rimettermi in viaggio con il buio e le strade ghiacciate. Tu dove sei? Ah, di nuovo al Casinò con Jean-Michel?... Attento a non perdere troppi soldi, amore: l'ultima volta ti sei fatto fuori i guadagni di un mese. Sì, lo so che sono soldi tuoi, è solo che mi sembra sciocco buttarli via così.
Esita un attimo, poi risponde ad una domanda prevedibile.
- No, non sono solo: ci sono i ragazzi francesi che mi hanno fatto da modelli. Anche per loro era troppo tardi e hanno preferito fermarsi qui per la notte. Sì certo, dormono in un'altra camera. Tu, piuttosto, con Jean-Michel… Sì, solo amici un corno! Non preoccuparti, amore, sto bene: ci vediamo domani. Non giocarti tutto alla roulette, per favore. Buona notte.
Riattacca e si siede sul letto accanto a me.
- Alla roulette? - chiedo stupito, anche se non sono affari miei.
- Sì, purtroppo Massy di tanto in tanto viene ripreso dal demone del gioco d'azzardo e deve correre al Casinò di Montecarlo a sfogarsi con quell'idiota di Jean-Michel Cavallo, un pittore italo-francese abbastanza famoso che ricicla Kandinsky mischiandolo con Klimt: un risultato orrendo, ma purtroppo piace. Messi insieme sono una coppia di cretini: ridono, bevono champagne, giocano e perdono un sacco di soldi. Per fortuna se lo possono permettere.
Non dico nulla: per me i soldi sono qualcosa di talmente difficile da guadagnare, e talmente essenziale per il mantenimento mio e delle persone che mi sono care, che metterli a rischio in un'attività demenziale come il gioco d'azzardo mi sembra veramente da idioti.
- Del resto, - aggiunge Gianni - anche un genio come Dostoevskij è stato posseduto dal demone del gioco.
- Già - rispondo perplesso. Amo Dostoevskij, ma questa sua debolezza mi è davvero incomprensibile. 
- Questo vizio glielo perdono: fa parte integrante della sua personalità, Massy è eccessivo in tutto. Sono altre le cose che non gli perdono.
- Cosa? I suoi tradimenti?
- No, a quelli ci ho fatto il callo: erano previsti dai nostri accordi, per cui, se non mi stavano bene, avevo solo da non accettarli.
- E allora cosa, Gianni?
Rimane per qualche secondo in silenzio ad occhi bassi. Poi sospira e dice:
- Non ha mai accettato di sposarmi.
