Che bella sorpresa!

Posso entrare?
Entra, Michele: sono appena tornata da scuola, ho mangiato un panino al bar e adesso mi stavo riposando un po'.
Oh, allora non importa: torno un'altra volta, non voglio disturbare.
Ma no, figurati, nessun disturbo: lo sai che ti vedo sempre volentieri. Dai, entra, non fare complimenti: fra noi due non è il caso.
Okay, allora entro. Martino dov'è? 
Dalla nonna: fra poco Emmanuel va a prenderlo e lo porta qua. 
Emmanuel?
Sì. Ci siamo accordati per fare un po' a turno: sai, sta cercando di darmi una mano per evitare l'asilo nido, che non piace a nessuno dei due.
E nemmeno a me. Ciao gatto Gino, come stai?
Oh, lui sta benissimo: è diventato praticamente il capo di tutti i gatti del quartiere. L'altro giorno l'ho trovato in fondo al giardino seduto in circolo con altri otto gatti, tutti neri: chissà cosa si stavano raccontando.
I gatti sono creature un po' magiche: neri, poi… Probabilmente stavano facendo un circolo delle streghe.
Non lo escludo: a forza di ascoltare le fiabe che Emmanuel racconta a Martino, soprattutto quella del Gatto con gli Stivali, si sarà montato la testa anche lui. Tiro fuori qualcosa dal frigo: ti va un succo di frutta, una birra?
Chardonnay, per favore.
Mi volto esterrefatta.
Ma cosa…
Non credo ai miei occhi: sulla soglia, alto, elegante, sorridente e bellissimo come sempre, è apparso Frédéric. Apro la bocca senza riuscire a trovare parole.
Che sorpresa, eh?, dice Michele.
Lo guardo senza capire. Provo un moto scomposto di stupore e odio, che ovviamente non posso manifestare. Cosa diavolo è saltato in mente a Michele di presentarsi qui a casa mia con Frédéric senza nemmeno avvisarmi? Ma ormai mi ha messa con le spalle al muro e devo fare buon viso a cattivo gioco. Con lui farò i conti un'altra volta.
Freddy!, esclamo sorridendo, e gli tendo una mano.
Sorellina, risponde lui con affettuosa nonchalance, e va direttamente a sedersi sul mio divano, come se fosse a casa sua, accavallando le lunghe gambe rivestite da eleganti pantaloni di velluto blu navy in tinta con la sua giacca di tweed. Michele lo imita. Vado in cucina e prendo la bottiglia di Chardonnay che, chissà perché, tengo in frigo da qualche giorno, come se qualcosa dentro di me prevedesse una visita inaspettata. In realtà non pensavo affatto a Frédéric, ma forse il mio inconscio avvertiva qualcosa.
Torno in salotto con il vassoio, su cui ho sistemato bottiglia e bicchieri, lo appoggio di fronte ai due uomini, che chiacchierano animatamente fra loro commentando una partita di bridge, e mi siedo sulla poltrona di fronte al divano.
Scusa Miky, dice Frédéric, ma quella mano l'hai giocata da cani: se tu mi apri di un quadri e io ti rispondo un picche, poi tu mi dici tre picche e io ti rispondo quattro fiori, è evidente che è una cue-bid!
Tre picche è un appoggio invitante, non forzante. 
Sì, ma la risposta quattro fiori è una cue bid che mostra un controllo a fiori in una mano con visuale di slam! Non sono io che devo insegnarti queste regole, Kellermann, le conosci. La situazione non era forzante di manche, ma lo è diventata in seguito alla mia dichiarazione. Era evidente che a quel punto dovevi spingere fino allo slam.
Non me la sono sentita, Freddy: avevo una mano troppo scarsa.
Ma io no! E in questo modo abbiamo regalato la vittoria a George e Joseph, quei due cazzo di neozelandesi. 
Sì, hai ragione. Ma sai, col senno di poi…
Non è il senno di poi, dannazione, sono le regole del bridge! In Italia le cue bid sono state sviluppate a livelli di eccellenza e il metodo italiano ha fatto scuola nel resto del mondo: certo che se siamo noi i primi a fregarcene…
Michele scuote la testa, bevendo un sorso di Chardonnay fresco e frizzante.
Ora però piantiamola con questi discorsi, altrimenti Antonia si annoia troppo.
No, ma fate pure come se io non ci fossi, dico con amabile ironia.
Freddy si sporge in avanti e incrocia le mani sulle ginocchia, reggendo il calice con la sinistra.
Allora, sorellina, come stai?
Molto bene, rispondo sinceramente.
Mi dicono che fai l'insegnante adesso.
A tempo perso. Non ho la minima intenzione di diventare di ruolo, finirei in una prigione dalla quale non potrei più evadere. I prèsidi mi chiamano lo stesso per delle supplenze, perché c'è carenza di insegnanti bravi di latino e greco, e a me sta bene così.
Immagino. Ti ho mai detto che avevo dieci di greco?
Sì, credo che tu me lo abbia già detto.
Èumai, è mala thauma kyòn hòde kèit'enì kòpro…
Sorrido.
Il cane Argo.
Già. Me lo ricordo ancora tutto a memoria. Ma il piccolino dov'è?
Martino è dalla nonna. Fra mezz'ora sarà qui.
Evito di dirgli chi me lo riaccompagna a casa.
Michele guarda improvvisamente l'orologio da polso:
Oh, ma non mi ero accorto che fosse così tardi: vi dispiace se vi lascio soli? Ho un cliente che mi aspetta, ansioso di buttare via un bel po' di soldi in investimenti assurdi. Devo correre in ufficio e cercare di farlo ragionare.

Lo fulmino con lo sguardo: finge di non accorgersene e prosegue imperterrito.
E poi, dopo cena, porto al cinema Laura.
Ah, siete tornati insieme?, chiedo un po' acida. Mi guarda stupito.
Non ci eravamo mai lasciati, che io sappia.
Incasso il colpo e ribatto:
Come sta adesso?
Benino, direi: si sta tirando su di morale. Scusate ragazzi, devo proprio scappare.
Comunque, Kellermann, su quella nuova azienda avevo ragione io.
Amazon? Sì, assolutamente. 
Michele vuota il suo bicchiere in un sorso e si alza, raggiungendo la porta d'ingresso in due salti. Sulla soglia si gira e mi fa un piccolo saluto con le dita all'altezza del naso, tipo una pernacchia. 
Mi sento ribollire dalla rabbia. Sfodero un sorriso di circostanza e tento di mandare avanti una conversazione qualunque con Frédéric: in fin dei conti non dovrò sopportare a lungo questa tortura che Michele, chissà perché, ha pensato di infliggermi, perché fra meno di mezz'ora arriverà Emmanuel con Martino, e quasi certamente si fermerà da me per qualche ora: ha promesso di leggere a suo figlio una fiaba, come fa spesso. Escludo che Frédéric voglia fermarsi ancora a quelle condizioni.
Allora, sorellina, tutto bene?, chiede Freddy versandosi dell'altro vino.
Benissimo, grazie. Tu, piuttosto, come mai sei in Italia? Non vivevi in Svizzera?
Sì, cioè no. 
Puoi chiarire, per favore?
Sì, nel senso che lì ho una villa dalle parti di Ginevra, non lontano da mio padre. Ma, come sai, non ho rapporti con mio padre dopo la morte di mia madre. Inoltre la Svizzera mi annoia, è tutto troppo pulito e preciso. Mi manca quel non so che di cafone, sporchiccio e puzzolente che ha l'Italia.
Capisco. E quindi?
E quindi vado e vengo. Ho conservato il mio attico sopra la Gran Madre, ci vengo abbastanza spesso e mi ci trovo benissimo.
È un attico magnifico in effetti. Ma tua moglie non viene con te?
No, lei no. Non le piace l'Italia e ha sempre troppo da fare con lo Women Peak Challenge.
Cosa sarebbe?
Una roba organizzata dal Club Alpino Svizzero e dalle alpiniste di Mammut: cordate di sole donne che vogliono scalare tutte le quarantotto cime di oltre quattromila metri della Svizzera nel giro di sei mesi.
Oh, caspita! Tua moglie è davvero un tipo interessante.
Sì. A me però non frega niente di quelle iniziative stravaganti, ma capisco che stare al freddo possa piacere a un frigorifero.
Beve un altro sorso di vino.
Dobbiamo passare al nebiolo, sorellina: scalda di più, non siamo ancora in estate.
Sorrido scuotendo la testa.
Mi sa che la Svizzera non fa tanto per te: che ti piaccia o no, hai un animo mediterraneo. Hai bisogno di calore.
Sì, sorellina. Calore in genere, in tutti i modi in cui l'energia termica si trasferisce: conduzione, convezione e irraggiamento. Ma anche calore latente, cioè l'energia assorbita o rilasciata durante un cambio di stato. Di conseguenza, anche calore umano.
Alla sua succinta tirata di sapore pseudo-scientifico, tipica del personaggio, segue un silenzio. Mentre beve, Frédéric mi osserva al di sopra del bordo del bicchiere con uno sguardo neutro, in cui però decifro quel certo non so che che un tempo mi faceva perdere il controllo. Ma sono cambiata davvero in questo frattempo: la presenza di Martino ha causato una rivoluzione copernicana nella mia vita. La presenza di Martino e anche, devo ammetterlo, quella di Emmanuel. Non stiamo più insieme, ma non importa: lui c'è, ed è importante che ci sia.
Sorrido a Freddy, cercando di essere gentile per non ferire il suo ego smisurato.
Sei sempre bellissimo, Freddy: non credo che avrai problemi a trovare quel calore umano che cerchi.
Fa un breve sorriso storto.
Non lo cerco. Lo prendo se mi capita. 
Non so cosa rispondergli, perciò gli sorrido di nuovo.
Ti va se ci vediamo qualche volta?, mi chiede a bruciapelo.
Apro la bocca e la richiudo.
Freddy, dico infine, non è più come una volta: sono diventata una tranquilla casalinga.
Lo vedo. Però hai recuperato quasi del tutto la tua forma fisica: eri diventata una balenottera.
Grazie del complimento. 
È un complimento, proprio tecnicamente: ho detto che non sei più una balenottera.
Però, anche se lo fossi, cambierebbe poco: la mia vita adesso è fatta di pochi affetti, che mi rendono davvero felice.
Capisco. Ti porti ancora a letto il ragazzino?
La brutale immediatezza di Freddy riesce sempre a spiazzarmi.
No.
Non dirmi che non ti piace più, perché non ci credo.
Certo che mi piace, ma adesso gli voglio soprattutto bene: mi fa tenerezza, poveretto, sta cercando di fare il padre come può. Il fatto è che Martino, per certi versi, è più maturo di lui.
Evito accuratamente di rivelare a Freddy che ora Emmanuel sta con un uomo: non è proprio il caso di farglielo sapere. Lui mi fissa con uno sguardo penetrante, intuendo che non gli sto dicendo tutta la verità.
Non me la racconti giusta, sorellina, ma sono affari tuoi.
Vuota di colpo il calice e lo posa sul tavolino.
Bene, allora addio, mi dice tendendomi la mano. Improvvisamente una fitta di dispiacere mi attraversa il torace.
Perché addio, Freddy? Mi stai dicendo che non ti interessa affatto vedermi, se non è per certi scòpi?
Ci pensa su un attimo.
Sì, direi proprio di sì: non mi interessa. Un po' di sano realismo, sorellina: cos'altro potremmo fare insieme noi due?
Azzardo una timida proposta, che è il mio modo di tendergli una mano.
Be', potresti provare ad insegnarmi le regole del bridge.
Oh no no, sorellina, credo che saresti negata. Non hai una testa matematica, tu.
Dici? Guarda che il greco e la matematica vanno notoriamente a braccetto.
Anche questo è vero. Però non credo proprio che avrei la pazienza di insegnarti a giocare a bridge. E poi tu cosa mi daresti in cambio? Do ut des.
Indico la mia casa con un gesto circolare del braccio.
Questo: un ambiente caldo e familiare. Ah, e anche il mio gatto, e dello Chardonnay e qualche dolce fatto in casa. E il nebiolo, finché non sarà estate.
Riflette per qualche secondo.
Okay sorellina, fammici pensare per un po'. In fondo non ho niente da perderci.
Si sente il rumore del Suzuki di Emmànuel, che sta parcheggiando davanti al giardino. Gino salta immediatamente giù dal divano e corre verso la porta miagolando. 
Eccoli, dico sorridendo.
Di lì a poco la porta si apre e Martino fa irruzione in casa trotterellando verso la cucina: è ansioso di mangiare la sua merenda. La nonna gliel'ha già data, ma lui vuole la sua brioche al latte e cioccolato.
Martino, saluta!, gli dico severamente.
Ciau, dice allegramente agitando una manina verso Freddy, e scompare in cucina.
Accidenti, com'è cresciuto!, commenta Freddy.
Sì, molto.
Emmànuel appare sulla soglia, si china e prende il gatto sotto braccio: l'altro braccio è impegnato a reggere un voluminoso libro di fiabe di quelli all'antica, con la copertina spessa e rigida e molte illustrazioni a colori.
Alza lo sguardo e apre la bocca per dire qualcosa, ma rimane impietrito.
Ehi, chi si vede, dice Freddy.
Ciao, risponde laconico Emmànuel. Poi gira lo sguardo verso di me.
Scusa, non sapevo di essere arrivato nel momento sbagliato. Ci vediamo domani.
Fa per voltarsi e andarsene, ma lo blocco subito.
Tutt'altro, anzi: sei arrivato proprio in tempo per salutare Freddy, che è appena tornato dalla Svizzera e stava per andarsene.
Emmanuel si ricompone, accenna ad un sorriso e gli tende la mano.
Ciao, campione: vedo che sei sempre in formissima.
Pure tu non scherzi. 
Freddy si alza dal divano e mi abbraccia fraternamente.
Grazie del vino e dell'ospitalità, sorellina: adesso capisco più cose di prima, forse. O forse no, devo pensarci.
Di nulla, Freddy: è stato un piacere rivederti.
Per quanto riguarda la tua proposta, ci devo riflettere a mente fredda. Ti farò sapere.
D'accordo.
Frédéric si avvia verso l'uscita con un saluto generale e chiude la porta dietro di sé. Sento il rombo del suo Porsche Carrera che si avvia e parte.
Emmanuel fa finta di niente: si siede sul divano e inizia a sfogliare il libro di fiabe. 
Ho detto ci vediamo domani, ma in realtà domani non posso: vado a fare un servizio fotografico con Gianni.
Ah sì? E dove andate di bello?
Neanche a farlo apposta, al confine con la Svizzera. Sai, lui sta cercando di trovare l'ispirazione per la sua seconda mostra, e ha bisogno di vedere luoghi nuovi.
Come sta?
Abbastanza bene, grazie. Sembra che si sia un po' ripreso.
Mi fa piacere. Dò la merenda a Martino e poi te lo porto qui.
Okay.
Di lì a poco sono di ritorno con Martino per mano; lo faccio sedere sul divano accanto ad Emmanuel, che gli accarezza affettuosamente i capelli.
Tio Manu fiaba, dice il bambino.
Sì, zio Manu adesso ti legge una bella fiaba.
Poi, sfogliando inutilmente il libro (ha già trovato la fiaba da almeno dieci minuti), Emmanuel mi chiede con tono neutro:
Quale proposta?
Mi aspettavo questa domanda, che mi fa un po' sorridere.
Gli ho chiesto di insegnarmi a giocare a bridge.
Solleva appena lo sguardo.
Ah sì? E lui cos'ha detto?
Che ci penserà.
Non mi sembravi tipo da bridge.
Probabilmente non lo sono, ma mai dire mai.
Poi magari lo insegni anche a me: mio fratello non si è mai degnato di farlo.
Perché no? Potremmo giocare in coppia.
Rasserenato da questa proposta, Emmanuel apre finalmente il libro alla pagina già scelta in precedenza e inizia a leggere:
"Maestà", disse, non appena al cospetto del re. "Questo coniglio ve lo manda il mio padrone". "Il tuo padrone? Chi è?", s'incuriosì il monarca protendendosi dal trono. "È il marchese di Carabà, sire. Le sue terre sono molto estese, confinano con il vostro regno"…
Ca-a-bà!, ripete Martino.
Sì, proprio Carabà: ma è un nome inventato, capisci? Se l'è inventato il gatto con gli stivali, perché vuole che il suo padrone faccia una bella figura. È molto furbo e intelligente il gatto con gli stivali, e lo sai perché?
Pekkè è Gino.
Bravissimo, è proprio Gino.
Emmanuel abbraccia affettuosamente suo figlio e ricomincia a leggere:
"Ringrazia molto il tuo padrone", si complimentò il re nell'accomiatare il gatto, "e chissà che un giorno o l'altro non ci si incontri"…
Mi allontano silenziosamente e mi distendo sul letto per riposare un po'.
Prendo in mano il cellulare: non posso telefonare a Michele adesso, perché è impegnato con il cliente. Gli mando un sms inferocito: "Si può sapere che diavolo ti è saltato in mente?"
Mi risponde quasi subito: "E dai, non si può neanche scherzare…"
"Stronzo", replico. Mi manda una faccina stupida che fa la linguaccia. Rido fra me e spengo il cellulare.
La voce di Emmanuel che si esalta infantilmente raccontando la fiaba, interrotta dai commenti di Martino, mi giunge ovattata alle orecchie. È meraviglioso sentirli assieme, i miei due bambini.
Mentre mi assopisco penso che non desidero nient'altro che essere qui in questo momento e fare esattamente quello che sto facendo.
Ho cercato a lungo la felicità, l'ho cercata dappertutto, disordinatamente.
Poi, non so come, la felicità ha trovato me.


