
- Mettiti questo. - aggiunge lei - In tasca, non al collo. Togliti anche la catenina.
Obbedisco come un automa. Mi fa scivolare in mano qualcosa di liscio e senza aggiungere nulla raccoglie le sue cose dal prato, mi volta la schiena e si allontana a passi rapidi verso l’uscita.
Apro la mano con un po’ di batticuore: è un’immagine della Madonna Miracolosa riprodotta su un dischetto di ceramica ovale. La intasco meccanicamente e torno da Gianni. Mi sento completamente frastornato.
- Tutto a posto? - mi chiede sorridendo.
- Sì - rispondo, rimettendo l’apribottiglie nella sacca e tornando a sedermi accanto a lui. 
- Che sciocchina quella ragazza: poteva venire qui con la bottiglia, oppure prendere l’apribottiglie, aprirsela da sé e poi riportatelo.
- Già.
Cerco di dissimulare il mio stato d’animo, ma l’espressione del mio viso è molto alterata. Per nascondere il mio stato d’animo non trovo di meglio che appoggiare di nuovo la testa contro la sua spalla, ansimando leggermente. Lui fraintende il mio gesto e le mie intenzioni.
- Ho capito, cucciolo. - mi dice - Torniamo dentro la chiesa, al riparo da sguardi indiscreti.
In realtà non ha capito nulla, per fortuna, ma non so veramente cosa fare, come spiegare il mio comportamento confuso e sconvolto. Per il momento è meglio che Gianni lo attribuisca ad una improvvisa crisi erotica.
- D’accordo. - gli rispondo - Per fortuna è sconsacrata.
Rientriamo nell’edificio diroccato. Fra me e me rifletto sul fatto che le chiese, soprattutto quelle in rovina, sono da sempre protagoniste dei miei incontri erotici: ci deve pur essere un motivo. In questo caso il motivo è facile da capire: sto cercando protezione dall’alto, perché sono maledettamente inquieto; l’esperienza della volta precedente con Gianni è stata davvero difficile e l’incontro con quella ragazza mi ha turbato profondamente. Ma non avrò protezione da nessuno, in una chiesa sconsacrata.
Gianni mi porta in un anfratto semibuio nei pressi dell’abside e mi prende di nuovo fra le braccia.
- Voi ragazzi portate dei jeans praticamente incollati addosso, non so proprio come fate.
- Gianni, per favore…
Fermo la sua mano. Sono in uno stato di agitazione febbrile: da una parte desidero il suo contatto, dall’altra sono terrorizzato. 
- Cosa c'è?
- Come pretendi di sbottonarmi i jeans, se non ti togli i guanti? - sbotto con voce stridula.
- Già, che stupido, hai ragione.
Finalmente si sfila i guanti e li depone accanto a sé: questo gesto allenta un po' la mia tensione, ma sono troppo agitato per essere eccitato. C'è calma piatta sotto i miei boxer.
- Non ti piace? - mi chiede lui stupito - L'altra volta hai fatto tutto da solo, senza che nemmeno ti toccassi, e adesso sembri un pesce in un frigorifero.
- Gianni, per la miseria, non ti ricordi com’è finita l’altra volta?
- Me lo ricordo eccome, cucciolo: e infatti ho escogitato un rimedio infallibile.
- Ma cosa dici, Gianni? Quale rimedio?
- Questo.
Alzo gli occhi a guardarlo e il cuore mi si ferma in petto.
- Gianni, ma cos’è quella roba?
Non posso credere ai miei occhi: Gianni si è pinzato il naso con una molletta di legno di quelle che si usano per stendere il bucato, in modo da essere sicuro di non sentire “quell’odore” che scatena in lui reazioni incontrollabili. Dopo un attimo di panico irrazionale, prevale in me il mio istinto fumettistico. Scoppio a ridere: la scena è irresistibilmente comica. 
Mentre rido mi balena in mente un pensiero: è escluso che Gianni possa tentare di violentarmi o uccidermi conciato così, a meno che non sia completamente pazzo. Poi ci ripenso meglio: in realtà è tipico dei serial killer avere queste trovate bizzarre; a loro piace travestirsi, appunto perché sono pazzi.
- Gianni, - gli dico per sdrammatizzare - ma come pretendi che io mi lasci andare? Sei buffissimo, dai, sembri Pinocchio! Anzi no, Duffy Duck.
Gianni ride a sua volta, ma non desiste dalle sue avance.
- Non ti piace Duffy Duck? 
- Sì, ma non ho mai pensato di averlo come amante.
- Io non sono il tuo amante, cucciolo: sono il tuo fidanzato.
- Non è proprio così, Gianni, e lo sai.
- Oh sì che lo sono. Sei la fidanzata di Duffy Duck. Quack, quack.
Mi fa il solletico sotto le ascelle. Rido e tento di ribellarmi, ma non ce la faccio: in fondo lo desidero anch’io. Cedo e mi abbandono, ma non posso fare a meno di essere ripreso da conati di risa di tanto in tanto. Mi sforzo di reprimerli, ma devo tenere gli occhi chiusi per riuscirci. Fra me e me penso che l'esperienza della scopata comica mi mancava, e non avrei mai creduto di poterla vivere con Gianni.
Ad un tratto un flash mi folgora il cervello: vedo me stesso nudo avvolto nel drappo rosso. Un sussulto di terrore mi scuote, istintivamente porto la mano alla tasca dove ho infilato la medaglia. Gli accarezzo il viso e gli dico con voce tremante:
- Gianni, per favore, cerca di essere dolce. Ti prego, non farmi male.
Mi guarda senza capire.
- Cucciolo, stai tremando. Vuoi che smettiamo?
Il fatto che sia disposto a lasciar perdere dovrebbe rassicurarmi, ma non mi sento per niente rassicurato, dato che continua a parlarmi come se niente fosse con quella molletta pinzata sul naso. Non so cosa rispondergli, ho un nido di vespe nel cervello.
- Sì, cioè no…
Mi prende in braccio come un bambino e mi dà dei baci sulla fronte, girando la pinza all'insù per non cacciarmela in un occhio. 
- Gianni, - gli dico con un filo di voce - lo so che così non ti piace, ma visto che lo fai per me, ti prego di essere dolce. A me quelle cose violente da camionista ubriaco non piacciono, te l'ho detto che sono un po' ritardato.
- Camionista ubriaco?
- Sì, scusa, lo so che il paragone non ti si addice, ma è proprio così che la vedo. Temo di essere un po' troppo femminile per quelle cose.
- Sì, sei proprio una ragazza, amore mio. La mia ragazza. Sta' tranquillo, ci metterò tutta la dolcezza possibile.
- Senti, facciamo una cosa: tu resti fermo e mi muovo io, piano. 
- Cucciolo, allora tanto vale che io non ci sia. Credo di avere capito cosa ti piace, lasciami provare.
- D'accordo - concludo rassegnato. 
Gianni è di parola, non c'è traccia di violenza nel suo atteggiamento. Mi sento come un bambino piccolo accarezzato dalla mamma: una mamma pazza, però. Chiudo gli occhi recitando una preghiera a non so chi e mi lascio cadere nel buio. Nel momento culminante sento che lui raccoglie con la bocca il mio sospiro come se fosse l’ultimo respiro di un moribondo. Formulo distintamente un pensiero: ora forse mi ucciderà, ma lo farà dolcemente, perché mi ama.
Spalanco gli occhi: no, non sono morto. Controllo la sua reazione: è perfettamente sereno e mi guarda con tenerezza. L'unica nota stonata è quella molletta sul naso. Lo abbraccio con profondo sollievo e gli bacio una guancia.
- Hai avuto un’idea geniale, Gianni: il trucco della pinza ha funzionato alla perfezione. Bravo, davvero.
Sorride un po’, grattandosi la punta del naso ormai cianotica.
- Mi sono portato dei boxer di ricambio, - mi affretto a dire - me li metto subito.
Mi alzo e mi cambio velocemente, facendo sparire i vecchi boxer nella mia sacca da viaggio. Mi verso un bel po’ di borotalco nei pantaloni, cercando di assumere l’odore innocente di un neonato, e poi torno a sedermi accanto a lui.
- Ora pensi di potertela togliere, quella molletta? - gli dico, stentando a non scoppiargli a ridere in faccia.
Si toglie elegantemente dal naso la molletta, che gli ha lasciato due segni rossi sulle narici, e se la infila nella tasca della giacca con il gesto compassato e dignitoso di un notaio che si infila nel taschino una Montblanc.
- Ma ti è piaciuto? - mi chiede un po’ insicuro, vedendo i muscoli della mia faccia percorsi dai fremiti delle risate represse.
- Sì, Gianni. Oltre al resto, mi sono fatto anche un sacco di risate. Ti ringrazio di cuore.
- È così ridicolo fare sesso con me? - chiede un po' acido. Comprendo di avere fatto una gaffe.
- No, tutt’altro. È solo che le circostanze erano un po’ particolari... Ma mi è piaciuto un sacco.
- Un sacco - ripete lui, facendomi il verso.
- Scusa. Volevo dire che mi è piaciuto molto.
Non dice nulla. Il suo silenzio mi preoccupa. Mi inginocchio di fronte a lui e decido di colpo di gettare la maschera.
- Gianni, mi è piaciuto, ma ho avuto molta paura.
Alza gli occhi a guardarmi, meravigliato:
- Paura di cosa, cucciolo? Non ho fatto niente di male, questa volta. Mi sono messo in condizione di non nuocerti. 
- Ho visto, Gianni.
- Sai una cosa? Io ho un imprinting molto brutale rispetto al sesso, come ti ho spiegato, ma questa volta ho provato solo una grande tenerezza. Nessun istinto bestiale. Non mi era mai successo di sentirmi così, sai? È stata una cosa completamente nuova per me, molto bella: mi sono sentito… portare in alto, ecco.
- Sì, l’ho sentito anch’io: infatti ero perfettamente tranquillo mentre succedeva. Ma ho avuto tanta paura… prima.
- Prima? E perché?
Arrossisco fino alla radice dei capelli, ma poi glielo dico:
- Perché portavi i guanti.
Per un attimo non dice nulla: resta a fissarmi. Poi dice:
- Amore, ma fai sul serio?
- Sì, faccio sul serio. Mi accarezzavi con i guanti, Gianni. Questo non è normale, capisci?
- Emmanuel, - sospira - io porto i guanti perché sono allergico alla buccia degli agrumi: non hai visto che li ho messi per sbucciare un’arancia?
Lo guardo incredulo.
- Allergico?
- Sì, cucciolo: mi si aprono ferite dolorose nei polpastrelli delle dita e mi riempio di orticaria. È un peccato, perché gli agrumi mi piacciono moltissimo: e allora ho escogitato il trucco dei guanti per poterli mangiare.
Lo abbraccio di slancio.
- Gianni, scusami… Io ho pensato… cioè, credevo…
- Cosa pensavi, cucciolo? Che volessi strangolarti? Dio santo, vedo che ti sei perfino tolto la catenina.
- Io… io non lo so davvero cosa ho pensato. Ad un tratto mi sono visto come una specie di agnello sacrificale, con quel drappo rosso che sembrava un lago di sangue, e poi quella parodia dell'arcangelo Gabriele con il braccio sinistro teso anziché il destro, e poi il sesso nell'abside di una chiesa sconsacrata… Era tutto terribilmente esoterico, aveva l'aria di un rituale inverso, satanico. Insomma, mi sono spaventato.
Mi fissa negli occhi con grande intensità e improvvisamente mi stringe forte.
- Emmanuel, - mi dice - se mai io dovessi farti del male, mi ucciderei subito dopo. E ti assicuro che non ho nessuna fretta di morire.
- Scusami, scusami, davvero…
- E comunque, cucciolo, voglio che ti sia chiara una cosa: io non faccio niente se tu non vuoi. Davvero, io vorrei solo farti stare bene. Se il sesso con me ti fa paura, non lo facciamo più.
- No, non è che mi fa paura, Gianni. È solo che…
- Ho capito, amore mio. 
Una montagna di ghiaccio si scioglie all'improvviso e mi precipita addosso, affogandomi in un mare di commozione.
Rimaniamo abbracciati così per qualche minuto, senza più dire niente, e ancora una volta sento che questo è meglio del sesso. Poi decido di fargli una domanda:
- Ma, Gianni… e tu?
- Io cosa?
- Io non… non ho fatto niente per te.
- Non devi fare niente per me, amore mio. Assolutamente niente.
- Ma perché?
- Te l'ho già detto, ma te lo spiegherò meglio un’altra volta. Ora andiamo, ti riporto alla tua macchina.
Ci alziamo e ci incamminiamo verso la sua Rover. Mentre ci allontaniamo tenendoci per mano, io provo un profondo turbamento, e non solo per le sue ultime parole: quella ragazza apparsa all’improvviso, dal nulla; il suo avvertimento, il dono che mi ha fatto. E poi l’assurda ironia della situazione: ho interpretato l’arcangelo Gabriele nel santuario dedicato alla Vergine Immacolata, per poi profanarlo nel più pagano dei modi facendo sesso con Gianni. Ma invece di condannarmi, qualcuno mi ha protetto, anche se non so da cosa. In questa confusione assoluta che è la mia vita io riesco solo a decifrare l’amore: tutto il resto mi è oscuro e incomprensibile.
Forse lei non se n’è mai andata, anche se gli uomini l’hanno cacciata da questo luogo, consegnandolo alla morte e all’abbandono. Ma c’è ancora, ci vive.
“Io sono di casa, qui”.