- No amore, il musetto un po' da porco adesso no: non si addice all'arcangelo Gabriele. 
- Davvero ho fatto quel musetto brutto brutto? Non me n'ero accorto.
- È perché ti viene spontaneo, gioia. E poi, se fai così, mi fai venire delle voglie.
- Scusami, non l'ho fatto apposta. Così va bene?
- Così è perfetto: hai una compostezza davvero classica. Sdràiati lì, sul drappo di velluto rosso che abbiamo portato con noi. Spostalo un po’ verso la monofora alla tua sinistra, dove sta filtrando la luce del sole… ecco, così. 
- È pazzesco quello che vedo, Gianni: non ho parole.
- È meglio che tu non ne abbia in questo momento, amore: non devi parlare mentre ti fotografo. 
Alzo lo sguardo sopra la mia testa; gli archi a sesto acuto di pietra grigia sono ancora ben conservati, ma il soffitto è quasi completamente crollato: vedo ampi squarci di cielo, terso e azzurro. Da uno dei muri sbuca il fogliame di un albero non ancora spoglio, che ha preso possesso della struttura, completamente avvolta da una fitta vegetazione. Ho un improvviso effetto déjà vu: rivedo la cattedrale templare di San Galgano, rivivo gli indimenticabili momenti che hanno portato al concepimento di Martino. Ma quel luogo aveva la sublime solarità dei girasoli in piena fioritura che lo circondavano; questo invece è cupo, tetro, opprimente.
Ciò che ho visto nella sacrestia, poi, mi ha rivoltato lo stomaco: un cumulo di rovine, tronchi e pali spezzati malamente appoggiati ad una sorta di cavo, tavoli e sedie sfasciati, copertoni di auto abbandonati, il tutto ricoperto da uno strato soffocante di detriti e sudiciume su cui si sprofondava ad ogni passo. Non vedevo l’ora di uscirne.
- Il disgusto che provi va bene, ti dà l’espressione giusta… Fermo così, perfetto… Ora tirati su, rannicchiati su te stesso con le ginocchia piegate e guarda in alto, verso l’abside. Questi scatti devono avere un senso polemico, oltre che estetico.
- Mentre mi fotografi, per favore, puoi spiegarmi cosa diavolo è successo a questa chiesa?
- Te l’ho già detto in sintesi durante il viaggio di andata. Girati un po’ verso di me, così. Fermo. Sei bellissimo in questo momento.
- Sì, ma spiegamelo meglio.
- Ti farò da guida turistica. Ci troviamo nella Basilica dell’Immacolata nelle campagne di Merate, in provincia di Lecco…
- Dai, non fare lo scemo. Raccontami la storia della chiesa.
- Non ha una storia lunga: non è una chiesa antica, cucciolo.
- Sì, questo lo vedo: è un falso architettonico, ma molto ben realizzato.
- Esattamente. Ora, mentre parlo, tu tieni quell'adorabile bocca chiusa e gironzola per la navata centrale, fermandoti a guardare quel che ti pare; il drappo avvolgitelo intorno ai fianchi e a un braccio. Così, bravo. La chiesa era stata progettata per essere la Piccola Lourdes delle Prealpi nel 1906 da Monsignor Spirito Chiappetta, architetto di fiducia di Papa Pio XI. Era un progetto molto ambizioso: il complesso edilizio occupa un’area di quattromila metri quadrati a poca distanza dal centro storico, sarebbe dovuto assomigliare alla basilica di Lourdes e avrebbe dovuto ospitare il nuovo oratorio del paese, destinato all’accoglienza dei giovani.
- Direi che il progetto è naufragato, a giudicare da quel che vedo.
- Infatti. Erano partiti con molte belle speranze e tanta buona volontà: la costruzione fu inaugurata alla presenza del Conte Dal Verme…
- Dal Verme?
- Sì, tesoro, si chiamava così. Ora spostati verso il centro dell’abside e distenditi sul drappo rosso a pancia in giù, con il viso appoggiato a terra, come se ti avessero appena sgozzato in un lago di sangue. Così, perfetto. Dicevo, erano presenti il Conte Dal Verme, tutto il clero meratese e una moltitudine di fedeli. No, fermo, non così: non muoverti, andava bene la posizione di prima. Ad ogni modo l’edificio, come vedi, è a croce latina e in stile neogotico, quindi con un marcato sviluppo verso l’alto, ma di fatto è un falso novecentesco.
- D’accordo, non è antico, ma è una buona imitazione del gotico; e in ogni caso è una struttura bellissima.
- Già. Ora, per favore, siediti con un ginocchio piegato e indica la volta crollata con il braccio sinistro… Assumi la posizione dell’angelo dell’Annunciazione.
- Quale delle tante?
- Quella di Leonardo, hai presente?
- Sì, ho presente; però il braccio teso dell'arcangelo era il destro.
- Vedo che ricordi bene il dipinto. Ad ogni modo io voglio il braccio sinistro.
- Perché?
- Per ragioni esoteriche, diciamo così. Bravo, perfetto. Metti in mostra il piede destro, anche se nel dipinto di Leonardo i piedi non si vedono.
- C’è una ragione esoterica anche per questo?
- No, semplicemente hai dei piedi stupendi.
- Stupendi in che senso? I piedi sono piedi.
- Non capisci niente, amore mio.
- Sarà. Ma continua la storia della basilica: m’interessa.
- Ben presto mancarono i fondi per terminare la costruzione: lo spazio interno venne riconvertito in un ampio salone per funzioni religiose e manifestazioni teatrali.
- Cosa? Funzioni religiose e manifestazioni teatrali? Ma erano impazziti?
- Sì, ma c’è di peggio. 
- Di peggio?
- Eh sì, cucciolo. Nel 1965 la Curia abbandonò il progetto. Nel 1970 l’edificio venne acquistato dal Comune di Merate…
- Oh, meno male!
- Meno male un corno, amore: il Comune lo adibì a canile.
- Ma dai, Gianni, non posso crederci. Lo sai che amo i cani, ma non posso credere che una chiesa così maestosa sia stata adibita a canile!
- E invece è proprio così. Successivamente diventò un deposito per i mezzi comunali, e poi, dati gli altissimi costi di manutenzione, venne definitivamente chiusa. Oggi, come vedi, è in avanzato stato di degrado, con il soffitto crollato, avvolta da una fitta vegetazione. Diciamo che questo le dà il suo fascino sinistro, per il quale attualmente è famosa.
- Ma chissenefrega del fascino, Gianni! È scandaloso che un edificio così spettacolare sia stato lasciato in uno stato di totale abbandono. 
- Concordo, cucciolo, e infatti, come ti ho detto, questi scatti vorrebbero anche smuovere qualche coscienza. Ma qui, più che di coscienza, si tratta di smuovere qualche portafogli, e la vedo dura. Abbiamo quasi finito, tesoro: ora alzati e va’ ad appoggiarti con la schiena contro quel pilastro.
- Speriamo che non crolli.
- No, amore, non siamo ancora a questo punto: sopporterà il tuo peso. Il drappo rosso avvolgitelo su una spalla, come una specie di colata di sangue, e intorno ai fianchi: nudo non va bene per gli scopi che mi prefiggo con questo servizio fotografico. 
- Non sono nudo, ho i soliti boxerini.
- Oh, quegli adorabili boxerini infantili… Però, amore, una statua classica con i boxerini con i paperi anche no: abbassali più che puoi, non devono sbucare dal drappo. Perfetto, sei stupendo.
- Okay, capisco il problema dei soldi, ma come hanno potuto permettere uno scempio del genere?
- La gente del posto spiega il declino della basilica con una strana leggenda: si dice che anni fa un cavaliere sia entrato in chiesa in groppa al suo cavallo, facendo così sconsacrare immediatamente l’edificio.
- Ah. E perché? I cavalli sono esseri diabolici? Scusa, ma non capisco.
- Nemmeno io, cucciolo: mi sembra una formidabile stupidaggine. La verità è che le istituzioni se ne fottono, e questo è tutto. Abbiamo finito, tesoro, puoi rivestirti: sei stato bravissimo come al solito. Non per essere immodesto, ma sto facendo di te un'opera d'arte, sai? Naturalmente il merito è soprattutto tuo, ma l'occhio dell'artista è il mio. Bisogna saperla vedere, la bellezza, per poterla trasmettere agli altri.
- Grazie, Gianni: mi fa un immenso piacere lavorare con te a questi progetti artistici. È una cosa che ho sempre desiderato, ma non ho mai trovato nessuno con cui poterlo fare. Sai, io arrivo da una famiglia di imprenditori e commercialisti: l'istinto artistico ce l'ha solo mia madre.
- Hai matrizzato in tutto e per tutto, amore: tu sei arte allo stato puro. 
- Perché non organizzi una mostra? Ti dò una mano io, se vuoi.
- Ci penseremo. Ora andiamo a sederci nel parco qua fuori, dato che c’è il sole e non fa freddo, e ci mangiamo i panini che abbiamo comprato al bar. Oggi pranzo al sacco.
- Perfetto: mi piace un sacco il pranzo al sacco, mi ricorda le gite scolastiche.
- E qualche amore sorto in occasione di quelle gite, vero?
Sorrido.
- Sì, anche.
- Mi rendi geloso retrospettivamente.
- E cosa dovrei dire io, allora? Dai, andiamo a mangiare.
Ci sediamo vicino alla basilica nel prato ancora verdissimo, in cui svettano alcuni snelli cipressi, e tiriamo fuori panini e bibite. La vista di Gianni sereno e in pace con se stesso mi apre il cuore. Riesce ad essere elegante in qualsiasi occasione: io sono seduto a gambe incrociate direttamente nell’erba, lui invece si è sistemato con le gambe accavallate su uno dei massi che sono stati deposti in mezzo al prato chissà da chi e perché, attento non sporcarsi i pantaloni di gabardine. Indossa una giacca di un verde chiarissimo su una camicia grigio scuro leggermente aperta sul petto; ai piedi porta delle eleganti sneakers Timberland marrone scuro, mentre io indosso le solite Converse a collo alto un po’ fruste: il colore delle sue scarpe è perfettamente intonato a quello dei suoi guanti di pelle, con cui in questo momento sta sbucciando un’arancia. Lo trovo bellissimo, con quei capelli lunghi leggermente mossi, dove la tinta castana lascia intravedere alcune ciocche grigie, e i suoi occhialetti tondi da intellettuale. Non so perché Gianni mi piaccia tanto.
Terminato il frugale pranzo, rimettiamo tutti gli avanzi, le cartacce, le lattine e le bottigliette in un sacchetto, che faccio sparire nella mia sacca di tela di jeans con la stampa di Pluto. Ci distendiamo nell’erba a riposare dietro il macigno più grande. Non c’è nessuno: è un martedì pomeriggio di un giorno feriale. 
- Devi dirmi una cosa - dice lui a bruciapelo, con tono asciutto.
- Cosa?
- Mi spieghi per quale motivo devo sempre essere io a telefonarti? Tu non mi hai mai chiamato neppure una volta. I rapporti dovrebbero essere reciproci, mi pare.
Stupito da quella sua uscita irrazionale, gli sorrido.
- Ma Gianni, è assurdo quello che hai detto: io non ti chiamo perché ho paura di disturbarti.
- Disturbarmi? Stiamo insieme, perché dovresti disturbarmi?
Mi sembra incredibile che non capisca una cosa così evidente: è come se la mia presenza lo stordisse, rendendolo incapace di comprendere l'ovvio. Questo comunque mi fa una grande tenerezza. 
- No Gianni, non stiamo proprio insieme. Voglio dire, non siamo fidanzati, giusto? 
- No, proprio fidanzati no - ammette lui disorientato. I suoi occhi sono smarriti, come se la sua mente stesse vagando a casaccio attraverso un labirinto.
- Devo ricordarti che stai con un altro uomo? Cosa ne penserebbe Massimiliano se sentisse che un ragazzo ti chiama? Suppongo che gli altri ragazzi, diciamo così, occasionali, non ti contattino privatamente: aspettano di essere contattati da te.
- Non ci sono più altri ragazzi da quando ci sei tu. Pensavo che lo avessi capito.
- D'accordo, ma non voglio certo metterti in condizione di recitare una commedia con Massimiliano o di correre a nasconderti in bagno per parlare con me. Sarebbe davvero fuori luogo.
Continuo ad avere l'impressione che la sua mente stia facendo fatica a trovare la via d'uscita da non so dove.
- Già, hai ragione - ammette - Scusami.
Mi circonda le spalle con un braccio. Mi accarezza il viso, poi il petto, poi scende più giù.
- Gianni, - gli dico imbarazzato, guardandomi intorno - siamo all’aperto.
- Non c’è anima viva, tesoro.
- Sì, ma se fai così mi metti in difficoltà. E poi ti ricordo i nostri patti.
- Quali patti?
- Scusa, non dicevi che avevi un blocco sessuale e non potevi toccarmi?
- No, ti sbagli. Il blocco sessuale ce l'ho, ma non ho mai detto che io non posso toccarti: ho detto che tu non puoi toccare me.
Lo fisso interdetto.
- Eh no Gianni, così non vale. 
- Cos'è che non vale?
- Non avevamo mai pattuito una cosa del genere.
- Perché era sottintesa, amore mio.
- Sottintesa? Gianni, hai appena detto che i rapporti dovrebbero essere reciproci! E mi hai rinfacciato che non ricambio le tue telefonate: be', se permetti questo è molto più grave. Se io non posso toccare te, non vedo perché tu dovresti poter toccare me.
- Te lo spiego subito, cucciolo: io ti voglio tutto per me, non sono disposto a condividerti. E se voglio tenerti per me, devo darti un contentino ogni tanto. Non dire di no: sono stato giovane anch’io, lo so come funziona. Per di più tu sei bisex, e quindi le tentazioni sono dappertutto: ti cacceresti nel primo letto che ti capita a tiro. Sant’Iddio, siete terribili voi bisessuali: uno dovrebbe avere gli occhi anche dietro la nuca per tenervi sotto controllo.
Mi sento molto offeso da quel ritratto che non mi assomiglia per nulla, e che probabilmente assomiglia molto al suo Massimiliano.
- No Gianni, non mi conosci proprio: non sono quel tipo di persona. Io i patti li mantengo. La posta in gioco è alta: ci tengo sul serio al nostro rapporto, non vado certo a ficcarmi in un letto qualunque solo perché quel coso ne ha voglia. Se il nostro rapporto non può prevedere il sesso, ne faremo a meno. Ma tutti e due, non solo tu. 
Sorride, un po' imbarazzato.
- Cucciolo, non so come dirtelo: io non faccio a meno del sesso.
- Sì, lo so, perché hai un compagno fisso. 
- E quindi il problema per me non si pone. Non ho bisogno di reciprocità in quel senso.
- Va bene, non importa, ne farò a meno io.
- Non puoi rimanere casto alla tua età, tesoro mio.
Questo discorso mi ricorda in modo irritante quello che mi aveva fatto Mayra: sono tutti lì a ricordarmi che "alla mia età" devo fare sesso per forza.
- Dipende da cosa c’è in ballo - rispondo asciutto - Se il gioco vale la candela, allora voglio e posso.
- Sei tenerissimo quando dici queste bambinate, tesoro.
Ora mi sto seriamente incazzando.
- Gianni, mi hai preso per un idiota? Non sono affatto bambinate. E smettila di dirmi tesoro e altre cose sdolcinate del genere: non sono il solito ragazzino rimorchiato in discoteca che vuoi portarti a letto.
- Cucciolo, io non rimorchio ragazzini in discoteca: ci sono siti appositi per gli incontri fra gay.
- Ah, fantastico: mi fa piacere saperlo.
- Poi sai, le occasioni, come fotografo di moda maschile, non mi mancano. 
- Giusto, come ho fatto a non ricordarmene?
- Ma non le faccio più queste cose, amore mio: non ci riesco, da quando ci sei tu.
- Okay, faccio finta di crederti. Ad ogni modo sono sincero, ti ho detto la pura verità: non m'importa del sesso, ho altre priorità in questo momento.
- Lo so che sei sincero, cucciolo, ma bisogna proprio che lo facciamo.
- Ma perché bisogna, scusa?
- Perché devo capire se può funzionare come piace a te.
- Come piace a me in che senso?
- Che ne so, in quel modo dolce che dici tu. La mia esperienza del sesso è molto diversa, lo sai. Tu sei qualcosa di unico nella mia vita e non ti conosco affatto da quel punto di vista, perché ho fallito completamente il primo approccio. 
- Eh, mi sa proprio di sì.
- E allora vedi? Vuoi che mi porti nella tomba questo dubbio?
- Smettila di parlare sempre di morte, Gianni: sei ancora giovane e in piena salute, per fortuna.
- Cucciolo, devi concedermi un tentativo di riscatto: non voglio che conservi un ricordo di me così brutto.
- Ma Gianni, non ho bisogno di ricordarti: tu sei vivo e sei qui con me, grazie a Dio.
- Ora però mi stai facendo pensare che la verità sia un'altra - soggiunge, incupito.
- Cioè?
- Cioè che io non ti piaccia fisicamente. Forse è solo per questo che non vuoi farti toccare da me.
- Gianni, ma che cazzate dici? - gli dico di slancio - Sei un uomo molto attraente, mi piaci moltissimo. Faccio fatica a resistere, cosa credi?
- Allora non resistere, per favore. Ti prego.
Non rispondo: mi sento confusamente allarmato. Non è che io non mi fidi di lui, ma ho ben visto che in certe circostanze non ha il pieno controllo di sé e non vorrei essere costretto a fare di nuovo a botte. Rifletto fra me e me sul fatto che la mia presenza non fa bene al suo cervello: sembra smarrirsi, si dimentica che non siamo una coppia regolare, si dimentica di tutto; è come se entrasse in un'altra dimensione, una dimensione magica e surreale, un labirinto di specchi in cui ci siamo solo lui e io. È la stessa dimensione in cui entro anch'io, ma devo stare attento: i labirinti nascondono sempre un Minotauro, che ho già avuto il piacere di incontrare una volta. 
Gianni mi legge nel pensiero:
- Ti assicuro che non si ripeterà niente di simile a quello che è successo l'altra volta. Ho preso le mie precauzioni.
- Quali precauzioni?
- Lo so io, cucciolo. Fidati, non succederà più.
- Capisco. Però adesso, per favore, restiamo abbracciati così e basta per un po’, vuoi? Mi piace tanto stare abbracciato a te.
- Sei davvero infantile, amore mio.
- Sì, lo sono. Credo di avere una specie di ritardo o qualcosa del genere. Puoi cullare un po' questo bambino ritardato, per favore?
- E va bene, ti cullo.
Mi prende fra le braccia.
- Ma che cos'è questo verso che sento?
- È un'upupa, tesoro.
- Un'upupa? Ma non è un uccello notturno?
- No, amore, è un uccello diurno. Non ti ricordi i versi di Montale? "Upupa, ilare uccello calunniato dai poeti…"
- Senti, Montale o non Montale, ha un verso orribile.
- Vabbè amore, non ascoltarlo.
- Scusate, avete per caso un apribottiglie?
Sussulto per lo stupore e alzo la testa: una ragazza dell’età apparente di sedici anni, con i capelli biondo scuro e un bel viso sorridente, si è materializzata dietro le nostre spalle. Anche Gianni trasale e si scosta da me, assumendo un contegno distaccato e formale.
- Chiedo veramente scusa del disturbo, - dice la ragazza, comprensibilmente imbarazzata - ma ho portato con me una bottiglietta di chinotto con il tappo a corona e purtroppo ho dimenticato l’apribottiglie… Mi chiedevo se per caso voi…
Le sorrido e mi alzo in piedi.
- Sì, certo che ce l’abbiamo: è nella mia sacca, lo prendo subito.
Raggiungo la sacca e frugo al suo interno, estraendone il levacapsule. Glielo mostro.
- Ecco qua, - le dico - dammi la bottiglia, te la apro.
- Grazie, - dice la ragazza - ma purtroppo l’ho lasciata laggiù. - Indica un punto in fondo al prato.
La scusa è banale: qualcosa mi dice che devo essere io a recarmi laggiù per aprire quella bottiglia. Decido di stare al gioco. 
- Vengo ad aprirtela.
Un radioso sorriso si dipinge sul volto della ragazza.
- Grazie.
- Figurati. Torno fra un attimo, Gianni, il tempo di stappare la bottiglia.
- Fa’ pure.
Seguo la ragazza dalla parte opposta del prato, in cui peraltro ero assolutamente certo che fino a qualche minuto fa non ci fosse nessuno, e vedo una giacca di jeans distesa sull’erba con un libro accanto, un panino mezzo mangiato e la famosa bottiglia di chinotto con un bicchiere capovolto sul tappo. La prendo in mano e la stappo, porgendola alla ragazza.
- Ecco fatto - le dico.
Invece di ringraziarmi, la ragazza mi fissa sorridendo.
- È strano, - dico imbarazzato - sono sicuro che poco fa non ci fosse nessuno nel prato.
- Io sono di casa, qui.
- In che senso?
- Abito a due passi, vengo qui tutti i giorni a studiare. È un posto tranquillo.
- Sì, anche troppo: lo hanno abbandonato.
- Io no.
Mi tende la mano: la stringo leggermente, è una mano delicata.
- Mi chiamo Virginia.
- Io Emmanuel.
- Lo so.
- Come fai a saperlo?
- Ho sentito quel signore chiamarti così.
Non ricordo, a dire il vero, che Gianni abbia pronunciato il mio nome, ma forse mi sbaglio.
- Mi ha fatto piacere conoscerti, Virginia: ora torno alla base.
Faccio per voltarle le spalle, ma lei mi trattiene per un braccio.
- Attento - mi dice.
Il sorriso è scomparso, c'è una luce molto severa negli occhi grigioazzurri.
Sconcertato, le chiedo:
- Attento a cosa?
- Porta i guanti. 
La guardo smarrito, mentre una corrente fredda mi serpeggia lungo la spina dorsale.
- Ma chi?
- Lui - risponde con un cenno lievissimo del capo.
- E allora?
- Ho visto che ti accarezzava. Non si accarezza un ragazzo con i guanti. 
Non riesco a rispondere nulla.