Vacanza in montagna (30 marzo 1998) (Rumore di sci che si avvicinano, rumore di fondo di un bar ad alta quota). - Ecco lo zio che arriva! (Strilletti di Martino; Michele arriva ansante) - È meglio che mi tolga il casco e gli occhiali, altrimenti il piccolo si spaventa. - Come nella scena di Ettore e Andromaca. - Già. Eccomi qua, campione: sono sempre io, lo zio Michele. Fatti prendere in braccio. - Com’era la neve? - Fantastica. Ormai siamo fuori stagione, ma il freddo e la nevicata di due giorni fa hanno fatto il miracolo: neve fresca, farinosa e leggera come a gennaio. (A Martino) Ora andiamo a fare una piccola discesa insieme al campetto dei bambini. (Strilletti di Martino) - Vuoi il marsupio? - No, grazie, preferisco tenerlo in braccio. - Ma non ti impaccia i movimenti? Emmanuel lo mette sempre nel marsupio quando va a passeggio con lui e il cane. - Si vede che mio fratello ha l’animo di un canguro. - O di un cavalluccio marino. - Io invece no. A dopo! - Mi raccomando, sta’ attento: è ancora molto piccolo, anche se sta già imparando a camminare. - Ma certo che ci sto attento. (Alcuni minuti dopo) - Com’è andata? - È stato bravissimo: teneva i piedi sui miei scarponi e io lo reggevo per le manine. Ha strillato un po’ all’inizio, ma poi ci ha preso gusto e rideva. - Bravissimo il mio piccolino. - Del resto ormai è un ometto: ha compiuto un anno ieri. - È stata una bella festicciola di compleanno, non trovi? Temevo che fosse un po’ imbarazzante far convivere mia madre con Emmanuel, ma d’altra parte lei conosce la verità. E poi Emmanuel le è sempre piaciuto. Le siete sempre piaciuti tutti e due. - Già: i mitici fratelli Kellermann, accomunati da tante cose. Anche troppe, direi. - Martino ha gradito moltissimo la torta della nonna e i regali: Emmanuel, poverino, se n’è arrivato con il classico orsacchiotto di peluche, che probabilmente sarebbe piaciuto moltissimo a lui da piccolo, ma Martino ha gusti più sofisticati di suo padre: va pazzo per la tavola sensoriale Montessori che gli hai regalato tu. - Lo immaginavo: è un bambino molto sveglio e precoce. Vedrai comunque che gli piacerà un sacco anche l’orsacchiotto di Emmanuel: se lo porterà a dormire insieme al gatto. - Sì, è probabile: stasera faccio l’esperimento. - Ordino qualcosa al bar, è l’una passata. Tu cosa vuoi? - Un toast e una spremuta d’arancia. - Per Martino niente? - Martino ha il suo latte e il suo omogeneizzato alla frutta. - Io prendo una birra e due panini, ho una fame da lupo. (Poco dopo) - Si sta benissimo qui al sole, su queste sdraio. - Sì, la temperatura è perfetta. Martino però preferisco tenerlo un po’ più all’ombra, s’è addormentato nel passeggino e non vorrei che si scottasse. Scottarsi è un attimo, in montagna. - A proposito di scottature, Antonia… - Sì? - Non mi hai mai spiegato come hai fatto a scottarti quella volta. - Quale volta? - Quella in cui, guarda caso, anche mio fratello si era scottato come un peperone. Sarà stato un paio di annetti fa, quando avevamo preso in affitto quella bellissima baita a San Sicario basso. - È carina anche questa che hai affittato a San Sicario alto. Hai fatto benissimo. - Neppure da paragonare con quella, anche come costi. Ma non tergiversare: dicevamo della scottatura. - Michele, non ho voglia di parlare di quel periodo. Ti prego. - Okay, come non detto: il passato è passato. Però, se non ti dispiace, vorrei chiarirmi un po’ le idee sul presente. Da buoni amici, con calma, giusto per fare il punto della situazione. - Se proprio ci tieni… - Non è che ci tengo, Antonia, tutt’altro: preferirei starmene qui spaparanzato al sole con te e il bambino senza pensare a nulla. È che lo ritengo necessario. - D’accordo. Cosa vuoi sapere? - In sostanza, Antonia, vorrei capire che intenzioni hai con mio fratello. Mi spiego: vedo che lui sta prendendo sul serio la situazione, pur con tutti i suoi limiti e la sua inesperienza, e si sta dando moltissimo da fare per lavorare e per riuscire a stare vicino a te e a Martino. So anche che dorme da te tre volte alla settimana, e suppongo che non si limiti a dormire. - Infatti. - Ora, tu capisci che tutto questo è strano: da come ti comporti non sembra che stiate insieme. - Non stiamo insieme, infatti: ciascuno dei due è libero di farsi la propria vita. - Davvero? Chissà perché, ho l’impressione opposta. Tu mi dirai che non sono affari miei, e io ti rispondo che sono affari miei eccome: non sono più tuo marito ma non ci siamo ancora separati, e poi ci tengo a te, al bambino e anche a mio fratello. Sto anche facendo del mio meglio per aiutarvi tutti. Quindi vedi che sono anche affari miei. - Sì, certo, Michele. - E quindi? - Quindi cosa? - Vuoi stare con lui? Non è una domanda retorica, Antonia: mio fratello è giovane ma fa sul serio. Era molto innamorato di te e lo è ancora. Tu che intenzioni hai? - Michele, non se ne parla proprio. - Di cosa? - Di quello che hai in mente. No, non ho la minima intenzione di ufficializzare il rapporto. - Lo ami? - Dio santo Michele, che razza di colloquio: sembra il copione di una telenovela. - Lo so, ma non so come chiedertelo diversamente. Trovami tu un modo meno banale. - Non so, potresti provare con qualche perifrasi. - “Vogliate perdonare la mia sfrontatezza, signora: oso chiedervi se provate sentimenti di profondo e tenero affetto per il mio giovane fratello.” - Magnifico, da romanzo ottocentesco. - Grazie. Ora rispondi. - La risposta è sì, come sempre. Non riesco a farne a meno. Prevengo la prossima domanda: no, non voglio sposarlo, mi sembra idiota la sola idea. Sto bene così, non mi manca nulla. - Antonia, per la miseria, possibile che io non riesca a farti capire l’ovvio? - Cioè? - Cioè che quello che sta bene a te non necessariamente sta bene agli altri. Anzi, per come lo conosco, a lui non starà bene affatto. - Non so che farci, Michele: non posso forzarmi a fare qualcosa che non mi sento di fare. - Chi ti capisce è bravo, ma pazienza. Ora però stammi bene a sentire: se pensi che la cosa possa continuare così ti sbagli di grosso. Non conosci mio fratello. - Non mi avevi detto che tu lo conosci meno di me? - Sì, fino ad un certo punto è stato così, ma ora direi che i ruoli si sono invertiti: tu pensi di conoscerlo, in un certo senso lo dai per scontato, ma non lo conosci affatto. Lo capisco meglio io. Lui ti ha cercata, ti ha seguita come un cagnolino, sta lì seduto al tuo fianco e ti scodinzola perché ti ha amata molto e ti ama ancora, ma fa’ attenzione, Antonia: non è un cane. Prima o poi si ricorderà di essere un uomo, e il fatto di essere tenuto in questa specie di limbo dove non è marito, non è padre, non è niente di preciso, gli peserà moltissimo. - Tu credi? - Non è che lo credo: ne sono certo. Ha solo vent’anni ma si sta comportando come se ne avesse quaranta, e credo che questo gli costi un enorme sforzo, per come è montato lui: se fosse per lui, credo che passerebbe la vita a girare a zonzo per il mondo in motorino o su quel suo vecchio Suzuki, o in barca a vela, o qualcosa di simile. Non è nella sua natura essere così concreto: lo sta facendo per te. Ma se si sentirà rifiutato, potrà avere delle reazioni imprevedibili. - Non è rifiutato. - Ah no? Non essere neppure preso in considerazione come partner fisso e come padre non è un rifiuto? Anzi, Antonia, è qualcosa di peggio: è una grave umiliazione. - Lui sa che gli voglio bene e che da me è sempre il benvenuto. - Questo è un altro paio di maniche, Antonia. - E poi gli sono fedele, adesso. Non ho rapporti con nessun altro. - Me ne sono accorto, Antonia. Ma non è questo il punto. Niente, vedo che non riesco a farmi capire. - Credo di avere capito invece. È solo che ho un blocco assoluto nei confronti dell’idea di ufficializzare un rapporto così sbilanciato, e non parlo solo della differenza di età, ma anche della nostra diversa mentalità, dello stile educativo da impartire a Martino… - Stile educativo! Antonia, che cazzo, il migliore stile educativo per un bambino resta sempre l’amore dei genitori. E Emmanuel vuole bene a Martino. - Michele, sto parlando di esempio. - Ah, quindi in sostanza mio fratello è un cattivo esempio per il bambino. Non sono d’accordo. Lo era, in un certo periodo del suo passato, ma non lo è più. - Lo so, Michele, ma resta una testa matta. È il suo bello, ma è anche il suo limite. Quando va in giro con Martino non sono mai tranquilla, ho sempre paura che lo metta in pericolo, che lo porti in posti assurdi, come quelli che piacciono a lui, sperduti in mezzo alla natura. Martino non è come lui, non è fatto per queste cose. Io vorrei che venisse su più… più quadrato, più solido, più… - Più simile a me. - Sì. - Ho capito. Continui a voler tenere il piede in due scarpe: ami lui, ma hai paura di perdere me. - Sì, Michele. Io ci tengo moltissimo a te. - Anch’io ci tengo a te, che c’entra. Basta, mi sa che per adesso è inutile continuare il discorso, è un dialogo fra sordi. Spero che le circostanze non diano ragione a me. - Come va con Laura? - Non troppo bene, Antonia. Finiremo per lasciarci. - Perché? - Per forza d’inerzia. Lei, dopo l’operazione al seno e la chemioterapia, è cambiata moltissimo. - E ci credo: quale donna non cambierebbe di fronte a un’esperienza del genere? - Lo so. Però i controlli sono a posto, i medici sono molto ottimisti. È proprio lei che è cambiata: si è incupita, si sente imbruttita anche se non lo è affatto, anzi, ora ha recuperato in pieno la sua forma fisica e anche i suoi bei capelli. Ma è come se si fosse spenta dentro. - La capisco perfettamente. - Anche tu avevi subìto un’operazione molto delicata, anche se non così grave, ma non ti eri chiusa in te stessa in quel modo. Oltre tutto, come ho saputo in seguito, era un periodo difficilissimo per te, dato che mio fratello era fuori di testa; ma tu sei sempre rimasta presente a te stessa, ti sentivo viva. Lei invece non comunica più. Mi segue come un automa dovunque la porto, ma è come se fosse sempre altrove, estranea a tutto. - Poverina. - Qualche giorno fa mi ha detto: “Michele, se vuoi possiamo lasciarci. Alla fine io non ti servo più”. - Che frase orribile. - Sì, e infatti ci sono rimasto molto male: ho fatto del mio meglio per confortarla, le ho detto che le persone non devono “servire” a niente, le ho detto che la apprezzo per quello che è, ma lei mi guardava con un’espressione scettica e un mezzo sorriso in faccia. È stato un bruttissimo momento, credimi. - Ci credo, Michele. Dammi la mano. - Grazie, Antonia. - Il piccolo si sta svegliando. - Lasciamolo tranquillo ancora un po’. Poi gli diamo il suo omogeneizzato alla frutta, lo porto a fare un’altra piccola discesa e alla fine tutti a nanna alla baita: io nel letto singolo, che fra l’altro è comodissimo, e voi due nel lettone grande. - Sì, Michele, è un ottimo programma. Grazie.