Frammento di Capodanno (1 gennaio 1998) - S’è addormentato Martino? - Sì, dorme come un ghiro. Gino è con lui. - Anche Bella s’è addormentata: siamo rimasti svegli solo noi due. - Non hai sonno? Abbiamo fatto tardi ieri notte. - Ovvio che abbiamo fatto tardi: tra aspettare la mezzanotte, brindare, telefonare ai miei e a tua madre per fare gli auguri eccetera, è arrivata l’una. E poi ho dovuto cercare Bella, che si era spaventata per i botti e si era nascosta sotto il letto, caricarla in macchina e portarmela a casa. Era così terrorizzata che mi ha fatto la pipì sul pavimento della cucina: ho dovuto lavare e asciugare. Alla fine sono andato a letto alle due. - Già, anche Gino era molto infastidito. Comunque potevi rimanere a dormire qui: il tuo letto era pronto. - No, Antonia: s'era detto non più di tre volte alla settimana. - S'era detto, d'accordo, ma non è che abbiamo un vigile alle calcagna che ci dà la multa se trasgrediamo i patti. - I patti sono patti e intendo rispettarli. Mi fa sempre piacere dormire da te, lo sai, e infatti stasera resto qui. Comunque è stato bello passare la vigilia di Capodanno a casa tua: molto meglio che con gli amici nel casino di un ristorante o di una discoteca. Ma forse tu avresti preferito uscire con qualcuno: sbaglio o mio fratello ti aveva invitata ad andare non so dove con lui e altri amici? Aggiro la sua domanda. In realtà non avrei preferito uscire con nessuno, ma non mi va di dichiararlo. - Sì, me lo aveva proposto: andavano a cena in un ristorante di lusso, mi pare alla Smarrita, e poi in un locale notturno in collina. Ma anche se avessi voluto, con Martino così piccolo non avrei potuto farlo. - Se è solo per questo, avresti potuto lasciarlo alla nonna, visto che di me non ti fidi: ne sarebbe stata contentissima. - Non era il caso, Emmanuel: non mi va di lasciarlo ad altri per così tante ore, è ancora troppo piccolo. Sarei stata in ansia e preoccupata per tutto il tempo, non mi sarei goduta la serata. - Saresti stata molto carina in abito da sera: mi ricordo quel vestitino che indossavi al mio diciottesimo compleanno, ti stava benissimo. - Emmanuel, - sospiro - forse non te ne sei accorto, ma ho due taglie di troppo addosso: quel vestitino, appunto perché è un vestitino, non mi entra più. - Peccato. Ad ogni modo stai bene anche così, più rotondetta: mi servi come cuscino quando guardiamo la televisione. - Ti servo? - Sì, perché no? Si avvicina al caminetto, toglie la griglia parafuoco, aggiunge un po’ di legna e rimette la griglia al suo posto. - Chi c’era con Michele? I soliti amici? - butta lì distrattamente, scuotendosi via la corteccia rimasta attaccata ai palmi delle mani. - Non ne ho idea, Emmanuel. - Mi dispiace che tu abbia dovuto rinunciare alla loro compagnia: immagino che la mia non sia tanto divertente, negli ultimi tempi. - Immagini male. - Sul serio ti è piaciuto passare il Capodanno a casa? - Moltissimo. Sono stata davvero bene. Si lascia cadere di peso sul sedile del divano con un rimbalzo, come i bambini. - Anche per me è stato bellissimo. - Siamo nel 1998, quasi alle soglie del nuovo millennio: la cosa non ti emoziona? - Per niente: non credo nelle magnifiche sorti e progressive, non credo nel progresso in generale. L’unica cosa che mi emoziona, anzi mi sembra incredibile, è che siamo ancora insieme. Mi rivolge un mezzo sorriso e mi tappa la bocca con una mano per prevenire la mia replica. - Non importa come. Insieme e basta. Si toglie le scarpe da ginnastica e si rannicchia al mio fianco sul divano con le ginocchia piegate, appoggiando la tempia contro la mia spalla e dando l’impressione di saggiarla. - Sì, sei diventata un ottimo cuscino: prima c’erano troppe ossa. Si stiracchia, quasi sdraiandomisi addosso. - Chi è che non aveva sonno? - Io - dice sbadigliando. - Se hai così tanto sonno ti lascio libero il divano letto. - Nemmeno per sogno: voglio stare così e darti fastidio mentre guardi la televisione. Posso? - Fa' pure. - I piedi li ho lavati. - I tuoi piedi vanno benissimo: non so come sia possibile, ma sono praticamente inodori. - Io sono di una razza speciale, lo sai. - Tu scherzi, ma mi sa che è davvero così: anche quando sudi sai sempre di borotalco. Piuttosto, dovresti metterti delle calze più spesse, siamo in pieno inverno. Vado a prendertene un paio di lana. - Ma non ho freddo. Mi alzo e vado a prendergli, nel cassetto di un settimanale che ho dedicato a lui, un paio di calzettoni di lana morbida e spessa. Glieli porto: li infila subito. - Grazie, devo ammettere che così sto molto meglio. Ci rimettiamo a guardare la tv. Trasmettono un vecchio film di Agatha Christie con Poirot come protagonista. - Anche a te piace Agatha Christie? Mia mamma ne va pazza. - Sì, molto. A proposito, come sta tua mamma? - Diciamo normale. È sempre contenta di vedermi, anche se mi avrebbe preferito commercialista o roba del genere, come Michele. - Per carità. - L’unica che mi capisce veramente lì dentro è Teresa. E un po’ anche mio fratello. - Solo un po’? Dai, devi ammettere che Michele è un grande: ti sta dando una grossa mano per mettere su il tuo vivaio. - Lo ammetto. Mi stanno dando una mano un po’ tutti, a dire il vero: Michele, papà, Carlos e Mayra… E poi alla fine anche alla mamma non dispiace l’idea del vivaio, ha un sacco di amiche ricche che hanno tutte ville con giardini e mi sta già facendo pubblicità. Sono molto fortunato. Nell’attesa sto già mettendo da parte un po’ di soldi. - Come muratore? - Non solo, ma non sto a spiegarti: non è importante. Voglio contribuire al mantenimento di Martino, lo sai. - Emmanuel, te l’ho detto, non è il caso… - Non discutere: su questo non accetto obiezioni. - Come vuoi. Mi appoggia il naso sulla spalla. - Hai un buon profumo. - È sempre il solito. - Appunto. Mi rievoca tanti ricordi. Sai, a volte ripenso ai tempi del fienile e mi stupisco di me stesso: non riesco a capacitarmi di come io fossi a quell’età. Dio, ero un pazzo: mi sentivo onnipotente, mi permettevo di tutto, anche con te. Avevo un modo maniacale di concepire il sesso, come se fosse una specie di rituale sacro, che ne so. - Era un periodo particolare per te, stavi uscendo da una brutta crisi. - Forse lo facevo per recuperare un minimo di autostima. È da stupidi far coincidere l’autostima con le prestazioni sessuali. Il fatto è che lei… S’interrompe. Lei, ovviamente, è Michelle. - Lei? - Lei mi aveva distrutto da quel punto di vista. Ridicolizzato. Credevo di essere bravo, e invece... - Lo eri. - No. Non si tratta di tecnica. Si tratta di dimensioni. - Le tue dimensioni sono perfette, Emmanuel. - Non per lei. Alzo le spalle. - Problema suo, non credi? Tu non hai nulla che non va. - Ma anche con Arianna non è che andasse benissimo. Lei era molto carina e io ce la mettevo tutta, ma non sentivo quasi niente e mi sembrava che lei si aspettasse sempre qualcosa di più. Non so come spiegare, non c’era chimica fra di noi. - Non siamo noi a decidere con chi c’è chimica e con chi no. Poi, a giudicare da com’è finita, mi pare che il tuo istinto ti guidasse benissimo, non credi? - Già. - Quindi togliti dalla testa queste idee strampalate e lasciami guardare Agatha Christie in santa pace. Mi abbraccia affettuosamente, confortato dalle mie parole. - Mi dispiace di averla fatta soffrire: le volevo bene. - Lo so. - Ti rendi conto che stavo per sposarla? Avrei commesso un errore tremendo. - Sì. - È inutile che tu adesso dica di sì: cazzo, eravate tutti contenti che io stessi con lei, te compresa. Mi avete spinto a commettere un gravissimo sbaglio. - Sì, siamo stati ciechi. - Anche un po’ peggio che ciechi, direi - conclude secco. È chiaro che allude al fatto di avergli taciuto la sua paternità, e siccome ha ragione, evito di affrontare di nuovo quello spiacevole discorso. Anche lui lo lascia cadere, per timore di guastare la serenità di questo momento. - Io dovrei sempre seguire l’istinto, - riprende - e l’istinto mi diceva di stare con te. Vedi che in qualche modo ci sono riuscito, anche se non è il modo che immaginavo. Sorrido. - È vero. - È un bel modo, comunque. Si stringe contro di me emettendo quella specie di mugolio sommesso e continuo che fanno i neonati. Sono sempre più stupita di come stia regredendo all’infanzia, in un modo che definirei a metà tra l’istintivo e l’intenzionale: alterna schizofrenicamente atteggiamenti da bambino piccolo con discorsi seri da adulto. In questo momento, direi, ha più o meno l’età mentale di un bimbo di due anni. Non saprei dire come io mi senta in questi frangenti: da una parte mi fa molto piacere riavere accanto il mio bambino, dall’altra mi rendo conto che a vent’anni dovrebbe essere ben più adulto di così: era più adulto a diciotto, sebbene lo fosse in un modo cinico, spregiudicato e autolesionistico. Ma in questo momento non ho voglia di tormentarmi con pensieri del genere: la dolcezza che mi trasmette il suo contatto mi ripaga di tutto. - Mi accarezzi un po’ mentre guardiamo il film? - mormora. - Va bene. Infilo una mano sotto il maglione e gli accarezzo le spalle e la schiena. - Sotto la maglietta, per favore. - Ho le mani un po’ ruvide, Emmanuel: il freddo e i detersivi me le hanno screpolate. Mi metto la crema tutte le sere, ma… - Le tue mani vanno benissimo così. Accarezzami sulla pelle. Scosto la canottiera di cotone e lo accarezzo. Dopo qualche minuto fa scivolare la mia mano sullo stomaco, poi sulla pancia, che sento tesa e palpitante, poi inevitabilmente più in basso. - Forse non è un gran che, - dice sorridendo - ma devi ammettere che almeno in una cosa è stato bravo: ha fatto un bambino molto bello. - Lo ha fatto lui? Non io? - Be’, lo ha fatto un po’ anche lui. Non credi che meriti un piccolo premio? - Sì, credo proprio di sì. - Non così, per favore. - Perché? - Ti sento lontana. Ho freddo. Lo bacio con dolcezza: si abbandona completamente. … Alla fine gli accarezzo i capelli, mentre lui rimane immerso in uno strano mutismo. - Dio Antonia, ma perché con te mi piace così tanto? - dice infine - Non è mica normale… - Stando alle tue teorie, è perché piace tanto a me. Scuote la testa. - No, non è per questo. A te non piace più così tanto. - Sì che mi piace. - Ti dico di no: lo sento che non è più come prima, eh. - Ma non è vero, io… Si tira su di colpo, cercando di abbottonarsi i pantaloni. - Che schifo - esclama disgustato, e si alza per andare in bagno. Sconcertata, lo seguo con lo sguardo. - Addirittura schifo? Non risponde. Torna poco dopo, lavato e risistemato, con un’espressione tesa e nervosa. Si siede in poltrona accanto al caminetto, voltandomi la schiena, accarezza la testa a Bella che dorme sul suo materassino e si mette ad agitare con l’attizzatoio la brace, che non ne ha alcun bisogno: la fiamma splende e scoppietta vivace. Non dico niente, attendo che sia lui a parlare: ma lui non si decide, e perciò parlo io. - Davvero ti ha dato tanto fastidio? - Se devo dirtela tutta, Antonia, mi hai fatto sentire una prostituta. - Io ti ho fatto sentire una prostituta? - Sì. Ma non è colpa tua. Tace e continua ad agitare la brace. Poi riprende: - Hai ragione, prostituta non è il termine esatto: mi sono sentito un mendicante. Mendico affetto, mendico sesso: faccio schifo. - Perché dici questo? Lo sai che non è vero, l’ho fatto volentieri. Mi rivolge uno sguardo pieno di risentimento. - Antonia, tu lo fai solo per me. Questo mi umilia, mi fa sentire in condizione di inferiorità, non capisci? - No, non capisco. - Eppure è facile: sono io che ho bisogno di te per provare quelle sensazioni, non il contrario. Probabilmente è solo per questo che ti chiedo di fare sesso, perché ho bisogno di provare piacere e con le altre non ci riesco. - Questo credo di averlo capito. Ma che male c’è? Mi guarda stupito. - Ma non capisci che tutto questo è umiliante? Lo è per me, perché evidentemente non sono abbastanza forte da fare a meno di quel tipo di piacere, e lo è per te, perché ti uso per ottenerlo. Non capisci che tutto questo è degradante per entrambi? - Ma noi due ci vogliamo bene, Emmanuel. - Antonia, se è per questo voglio bene anche a Teresa, ma non me la scopo. Il punto è che non stiamo più insieme. Tutto qui. - Non stiamo insieme nel senso tradizionale del termine. - Che è l’unico possibile, Antonia, al netto delle cazzate che si sentono sull’argomento. Le coppie aperte non esistono, semplicemente non sono coppie. E soprattutto, tu non mi ami più. - Ne abbiamo già parlato, Emmanuel: non è vero che non ti amo, ti amo in un modo diverso. - Esattamente: e quel modo non ha niente a che fare con il sesso. Non venirmi a parlare di stronzate come il sesso fra amici, perché non funziona: non fra me e te. Potrà funzionare con mio fratello, con Frédéric o con chi diavolo ti pare, ma non con me. - Lo so che non potrebbe funzionare con te. - Vedi? Lo sai anche tu. In sostanza, tu non hai più bisogno di me né dal punto di vista affettivo, perché c’è già lui, - indica la stanza del bambino - né dal punto di vista sessuale: c’è chi è più dotato di me. - Emmanuel, sei molto ingiusto: lo sai che non è così. Ignora completamente la mia obiezione. - Quindi basta, non c’è altro da dire. Per favore, lasciami libero il divano letto: adesso ho sonno. - Non ti va di dormire nel mio letto? - Allora non mi sono spiegato, Antonia: no, non mi va. Noi non siamo una coppia, non si vede perché dobbiamo dormire insieme nel letto matrimoniale. - Magari ci portiamo anche il bambino e stiamo tutti e tre insieme. - Sì, e poi ci portiamo anche Bella e Gino e gli facciamo fare il bue e l’asinello. Mancano solo i re Magi e siamo a posto. Dai, non essere patetica. - Come vuoi - rispondo demoralizzata. Si alza in piedi. - Vieni, Bella: è ora di fare la pipì. Poi una bella nanna tutti e due, eh? Arruffa la testa pelosa della cagna, che lo fissa preoccupata perché sente che è nervoso, e se la porta fuori. - Intanto ti preparo il letto. - Grazie. Entro in camera a controllare che sia tutto a posto: Martino dorme con i piccoli pugni alzati contro il cuscino, il gatto gli sta a fianco arrotolato su se stesso. Quando torno in salotto Emmanuel è già a letto. Mi chino su di lui e gli dò un bacio sulla fronte. Faccio per rimboccargli le coperte, ma lui si tira il piumone fin sul naso. - No, per favore. Stammi lontana. - Perché? - gli chiedo stupita. - È meglio di no, Antonia. - In che senso? - Ho di nuovo voglia di farlo. Cioè, renditi conto: dopo dieci minuti. Sorrido. - Credo che sia normale, alla tua età. - No - risponde con fermezza - Non lo è, e dimostra che non sono pronto. - Pronto per cosa? - Per quello che ho deciso di essere. - E cosa hai deciso di essere? - Non lo so ancora, ma certamente non questo. Riflette un attimo, poi aggiunge serio: - Antonia, tu puoi frequentare chi ti pare, ma una cosa è certa: quel bambino è figlio mio. Questa è una cosa che nessuno mi può togliere, nemmeno tu. E io non voglio che mio figlio abbia un esempio del genere in casa. L’hai detto tu, no? Non dovrà assomigliarmi. Ed è vero, hai ragione, a meno che io non cambi completamente. Perciò non devo commettere passi falsi: ne ho già commessi troppi in passato. Sarei un idiota se compromettessi tutto per un po’ di sesso, anche se con te il sesso è sempre alla grande. Vuoi che faccia di nuovo casino e finisca per dovermene andare? È questo che vuoi? - No, - gli rispondo con sincerità - non voglio affatto che tu te ne vada. - E nemmeno io voglio andarmene: voi siete la mia famiglia, anche se siamo una famiglia un po’ strana. In questo momento ho tutto quello che potrei desiderare: voi due, i nostri animali, due veri amici, un lavoro e un progetto di vita. Mi sta bene fare la parte dello zio, mi sta bene esserci ed avervi accanto, mi sta bene tutto. E adesso lasciami dormire. Si gira su un fianco e si tira il piumone sulla testa. - Parsifal… - bofonchia da sotto le coperte. Improvvisamente lascia emergere una mano, cerca alla cieca la mia e la stringe fortissimo. - Scusami, Antonia. - Non c’è nulla di cui tu debba scusarti. - Lascia acceso il televisore, per favore, se non ti dispiace: Poirot mi fa compagnia. - Va bene. - Grazie di tutto, davvero. Buon anno.