Inventarsi un lavoro (novembre 1997) - Ragazzi, sediamoci tranquilli, prendiamo carta e penna e facciamo il punto della situazione. Vediamo cosa ci serve per incominciare. - Grazie del plurale, papà, ma in realtà serve solo a me. Voi mi state dando una mano, e di questo vi sono molto grato. Michele mi allunga una pacca su una spalla. Ha le mani pesanti mio fratello, non si rende conto che la mia ferita alla clavicola si fa ancora sentire; però apprezzo l’intenzione. - È giusto così, fratellino; io, in un certo senso, ho avuto la strada spianata da papà con la fabbrica: è lui che l’ha messa su, io da solo non ci sarei riuscito. - Erano altri tempi, Michele, era molto più facile avviare un’impresa nei primi anni Sessanta. Ora è quasi impossibile, è già difficile tenerla in piedi. - A maggior ragione, papà, è giusto dare una mano a Emmanuel: di questi tempi non ce la farebbe mai ad aprire un’attività da solo, i costi sono esorbitanti. E aspetta di vedere cosa succederà fra un paio d’anni, con l’ingresso nell’euro. - M’immagino: sarà un delirio. - Perciò sbrighiamoci, fratellino, finché siamo ancora in tempo. Mi sento davvero in imbarazzo. - Mi dispiace gravare su di voi, Michele, io non… Mio padre m’interrompe con un gesto della mano. - Va bene così, Emmanuel: ci mancherebbe altro che ti mettessimo nelle mani delle banche o degli strozzini. Certo, avrei preferito che tu prendessi una laurea, ma tuo fratello ha ragione: di questi tempi è bene sbrigarsi ad aprire un’attività che ti consenta di mantenerti. Se tu aspettassi cinque anni per laurearti, probabilmente sarebbe troppo tardi, a meno che tu non voglia prendere una laurea di quelle spendibili praticamente da subito, tipo Economia e commercio. - No, papà, te l’ho detto: prima o poi mi laureerò, ma in qualcosa che mi piace e che probabilmente non servirà a niente. La laurea non c’entra con il mio lavoro. Io adesso ho bisogno di guadagnare qualcosa, e subito. - Non capisco tutta questa fretta, ragazzo mio: noi possiamo mantenerti senza problemi. E che altre spese dovresti avere? Non sei mai stato uno spendaccione, tranne in un certo periodo della tua vita in cui stavi sempre a chiedere soldi a tua madre. Taccio diplomaticamente. Anche Michele tace. - Anche la macchina che hai scelto - riprende mio padre - è costata pochi soldi, un vecchio fuoristrada con troppi chilometri sul groppone. Potevi prenderti qualcosa di meglio. - È perfetta per me, papà, e anche per il mio cane: ha un grande bagagliaio, con un buon materasso è diventata una cuccia comodissima. - E la casa, poi… C’è tutto lo spazio che vuoi nella nostra villa, che bisogno avevi di andare a cercarti una casupola di sessanta metri quadri in affitto? Oltre tutto era la casa del custode, non è nemmeno dignitoso per un Kellermann. - Ne ho bisogno, papà: te l’ho detto, devo capire se sono in grado di andare avanti da solo. La dignità non dipende da queste cose, è una cosa che hai dentro, non fuori. L’affitto è basso, posso permettermelo; e poi non è lontano da qui: in venti minuti sono da voi, come ti avevo promesso. - Una vecchia casa, una vecchia macchina, un vecchio cane, vecchi vestiti… Si può sapere perché hai tutto questo desiderio di sembrare povero? - Non è che voglio sembrare povero, pa’, è che così mi sento a mio agio. - Chi ti capisce è bravo. E poi sei contraddittorio: se ti basta quel poco che hai, cos’è tutta questa fretta di guadagnare? Michele ed io ci scambiamo uno sguardo. Sarebbe complicato spiegare a mio padre che intendo contribuire al mantenimento di mio figlio, perché prima di tutto dovrei spiegargli che è mio figlio. Opto per una spiegazione banale. - È solo che non mi va più di farmi mantenere, papà, tutto qui. Sono un adulto ormai, sto già lavorando come aiuto muratore e… - Aiuto muratore! - sbotta mio padre sdegnato - Emmanuel, capisco la tua esigenza di indipendenza, ma c’è un limite a tutto. Sorrido con aria innocente. - Perché no, papà? È un lavoro come un altro, mi permette di stare all’aria aperta, a contatto con il mio amico Carlos, e mi sta facendo venire dei gran bei muscoli. Se non fosse per la ferita alla spalla che mi fa ancora un po’ male quando sollevo i sacchi di cemento… Arrotolo le maniche del maglione ed esibisco i bicipiti. Mio padre scuote la testa. - Sì, lo sappiamo che hai un bel fisico: potresti fare il fotomodello, altro che il muratore. - Papà, proprio tu me lo vieni a dire? È un ambiente che fa schifo quello della moda. E poi si sa che i fotografi mettono le mani addosso ai fotomodelli e altre cose del genere. - Scherzavo. Ma il muratore no, ragazzo mio, e lascia perdere i sacchi di cemento: non devi ancora fare sforzi con la spalla. - Infatti li solleva Carlos: io più che altro glieli porto con la carriola. - Con la carriola?… Senti, se ci tieni tanto a quel Carlos, portatelo a lavorare nel vivaio. - È quello che intendo fare, papà: con i muscoli che ha potrà essermi di grande aiuto a spostare i vasi e a fare altri lavori pesanti, che non potrei certo far fare a sua sorella. - Perché, ci sarà anche sua sorella? - Certo, papà. Che domande fai? - Ma cosa te ne fai di sua sorella? Hai bisogno di una segretaria? - Papà, Mayra è indispensabile. È lei il cuore di tutto: ha quel che si dice “pollice verde”, riesce a far crescere di tutto, nelle sue mani diventa tutto meraviglioso. È lei la carta vincente: altrimenti non mi sognerei nemmeno di mettere su un vivaio, non saprei da che parte incominciare. - Ma non stai studiando botanica per questo? - Sì, sto studiando diversi manuali, ma la pratica è tutt’altra cosa rispetto alla teoria. Per far crescere bene le piante ci vuole una specie di istinto: è una dote rarissima, una specie di magia, e lei la possiede. - Capisco. O meglio, non capisco. - Fidati papà, so quel che dico. Michele mi guarda con blanda ironia. - Questa Mayra ti suscita un bel po’ di entusiasmo, fratellino. Sei sicuro che sia il suo pollice verde a interessarti? - Michele, tu non la conosci: purtroppo Mayra è proprio bruttina. - Allora è un altro discorso: per come sei montato tu, non credo che possano piacerti le donne bruttine. Resto colpito dalle sue parole: sono crudeli, non mi piace riconoscermi in questo ritratto. Mi balena in mente il faccione sorridente di Mayra che mi porge una fetta di pudìm fatto in casa e mi sento ferito per lei. Sento il bisogno di difenderla. - Michele, sei ingiusto - rispondo dignitosamente - Io una donna così potrei anche sposarla: la ammiro e ho stima di lei. Solo che non potrei andarci a letto, ecco tutto. Mio padre ride. - Be’ ragazzo, non è un dettaglio da poco: un matrimonio comporta anche i cosiddetti doveri coniugali. Ci mancherebbe altro che ti sposassi con una donna che non ti piace. Oltre tutto ha la pelle scura, mi pare, no? - Un po’ scura, non troppo. Ma questo per me non sarebbe un problema. - Eh ragazzo mio, lo so che per te non sarebbe un problema… Non so davvero da chi hai preso. Se non fossi sicuro di tua madre penserei che non sei figlio mio. - Certo che sono figlio tuo. Il fatto è che quella donna ha un cuore d’oro: le voglio bene, papà. - Ma sì, ci credo: da come ne parli è evidente. - Oltre tutto è anche parecchio più grande di me, almeno una decina d’anni se non di più, per cui… Mi blocco subito, ma ormai è troppo tardi. Michele inarca un sopracciglio. - Per cui? - Per cui il problema non si pone. - Capisco. Come potresti tu stare con una donna tanto più vecchia di te? - Certo, non potrei. Michele conclude con uno sguardo eloquente: - Ok fratello, vada per il pollice verde. - Non c’è solo il pollice verde in Mayra, c’è anche tanto altro: è una cara amica. - Che ovviamente ti vuole bene come ad un figlio. - Sì, mi tratta proprio come un figlio. Michele scoppia a ridere. - Sai una cosa, fratellino? Da quando sei diventato fesso mi piaci di più. - Scusa, in che senso fesso? - Che ne so, mezzo rimbambito, suonato, lento di riflessi… Sei perfetto così, credimi. Mi sento molto offeso. - Michele, - incomincio - dovresti misurare le parole: io non credo proprio… Mio padre interrompe quell’ameno scambio di battute. - Basta, ragazzi: state dicendo un mucchio di idiozie. Michele, porta rispetto a tuo fratello, che si sta riprendendo da un brutto colpo e ha bisogno dei suoi tempi per recuperare. E tu, Emmanuel, non stare a polemizzare su delle stupidaggini: tuo fratello ti sta aiutando a mettere su un vivaio e siamo qui per questo. - Okay, papà - rispondiamo in sincrono. - Andiamo sul concreto. Ti sarai informato, spero, Emmanuel, sulle condizioni e i costi. - Sì, ho fatto le mie ricerche, anche per evitare di fare un buco nell’acqua e di farvi sprecare un sacco di soldi. Intanto la scelta della regione è vincente: le regioni italiane più attive in questo settore sono quelle del nord, perciò il Piemonte va benissimo. In Toscana e in Lombardia ci sono le concentrazioni più alte di vivai specializzati in piante ornamentali, arbustive e forestali, mentre in Campania ci sono molte aziende specializzate nella coltivazione di fiori: per alcune specie particolari mi rivolgerò a loro, soprattutto ai vivai di Pistoia, che credo siano i migliori d’Italia. - Piano, ragazzo: una cosa per volta. Tu ovviamente incomincerai con una serra o due, in cui coltiverai la piante che vanno per la maggiore e che sei sicuro di vendere: gerani, rose, begonie, che ne so, quel genere di roba che piace alle signore. - Sì, certo, papà. - Oh, a proposito: tua madre si raccomanda di tenere delle dalie: piacciono molto a lei e alla Dalmasso. - A chi? - Una sua amica della canasta. È la moglie di un primario del Mauriziano, ha un bel po’ di soldi e ci tiene molto al suo giardino; ha una villa in Val San Martino. - Zona da ricchi. - Appunto. - Va bene, terrò anche le dalie, anche se personalmente non mi piacciono molto: sono belle da vedere, colorate e decorative, ma hanno un odore fastidioso. Per me non ha senso un fiore puzzolente o senza profumo, ma capisco che non tutti abbiano i miei gusti. Non so, è come una donna bella e vistosa, ma senza fascino. - E tu preferisci quelle bruttine ma affascinanti. Sospiro, alzando gli occhi al cielo e cercando di portare pazienza. - Michele, Mayra non è affascinante: è buona, dolce e cara, ma affascinante proprio no. Comunque, per tornare alle mie ricerche, in Italia ci sono più di diecimila aziende di produzione di fiori e piante in vaso: l’Italia è un esportatore netto di piante, alberi, arbusti e fogliame. È un settore che gira bene, anche per le condizioni climatiche favorevoli: per questo credo che possa essere una buona idea di business. - Parli quasi come un imprenditore - sorride mio padre - E dire che sei sempre stato completamente diverso da noi. - Sì, ma adesso devo cambiare, se voglio restare come sono. Mio padre riflette sul mio paradosso, poi fa segno di sì con la testa, come se avesse capito. - D’accordo, vediamo da dove iniziare e come procedere. - E qui subentro io. - interviene autorevolmente Michele - Mi sono informato: i requisiti per aprire un vivaio sono analoghi a quelli richiesti per aprire un'erboristeria o qualsiasi altra attività. Bisogna che ti appoggi a un commercialista che ti guiderà nei passi indispensabili, che sono prima di tutto la costituzione della società o dell'impresa individuale e l’apertura della Partita IVA. - Sì, lo so: codice ATECO 47.76.1, commercio al dettaglio di fiori e piante. Opterei per la ditta individuale, perché non voglio coinvolgere Carlos e Mayra nei miei rischi d’impresa: se fallisco, voglio essere il solo a fallire. - È giusto così. Poi devi presentare al Comune la SCIA. - E cosa sarebbe? - Segnalazione Certificata di Inizio Attività. Quindi devi registrare l'attività d'impresa presso il Registro delle Imprese e aprire le posizioni INPS e INAIL. Sbuffo con impazienza. - Che palle! In Italia, con tutta questa burocrazia, ti fanno passare la voglia di fare qualsiasi cosa. - Lo so, fratellino: è il mio lavoro dribblare gli ostacoli burocratici. In pratica lo Stato si diverte a scavarti buche sotto i piedi mentre cerchi di correre, e se poi riesci a farcela lo stesso, invece di farti i complimenti, si siede al tuo tavolo e pretende la parte del leone. - Come i mafiosi, in pratica. - Ma per fortuna in questo posso darti una mano: penserò io a tutte queste formalità. Mi si allarga il cuore. - Grazie, Michele, davvero. - Dovrai mantenere separate le spese e gli incassi del tuo vivaio dai tuoi conti personali. Per farlo, devi aprire un conto dedicato. - Sì, questo è ovvio. - Poi, a quanto ho letto, ci sono alcuni adempimenti specifici per l'apertura di un vivaio. In particolare, è necessario richiedere i permessi per lo smaltimento delle acque e un’autorizzazione specifica rilasciata dall'ufficio fitosanitario della Regione. Sbuffo di nuovo, alzando gli occhi al cielo. - Io voglio partire subito, Michele! Non posso perdere tempo con tutte queste cazzate. - Partirai presto ma non subito, fratellino: tempo un mese e sarai in pista con un paio di serre. Gli adempimenti burocratici viaggeranno in contemporanea: non vedo perché il Comune e la Regione dovrebbero negarti i permessi. Mio padre interviene: - Spero che tu ti renda conto che prendersi cura delle piante richiede passione e competenze professionali: non è un'attività che puoi pensare di svolgere a tempo perso. - La passione per le piante non mi manca, papà, l’ho sempre avuta fin da piccolo, e le competenze professionali me le sto formando sui manuali. Ma te l’ho detto, la carta vincente è Mayra: senza di lei non me la sentirei di affrontare questo passo. - E se questa Mayra, per qualsiasi motivo, ti venisse a mancare? Resto interdetto. - Ma perché dovrebbe venirmi a mancare, papà? - Per mille motivi, ragazzo mio: magari si sposa, magari torna al suo paese, magari si ammala… Faccio le corna sotto il tavolo. - Ma non scherziamo: perché dovrebbe ammalarsi? Quanto al fatto di sposarsi, be’, papà, lo escludo. - Perché? Perché è bruttina? Non sarebbe certo la prima bruttina che si sposa. Arrossisco violentemente senza rispondere. Mio fratello capisce al volo. - Per caso ha un debole per te? - Forse. Cioè, probabilmente. Michele scuote la testa. - Oh povera donna. - Non pensare male: te l’ho detto, mi vuole bene come a un figlio. - Certo, quale donna non vorrebbe averti come figlio? Metterti a nanna nel lettino tutte le sere, rimboccarti le coperte e farti qualche piccolo massaggino rilassante. Avvampo fino alla radice dei capelli. - Michele, il fesso sei tu, non io: Mayra non è quel tipo di donna, non farebbe mai una cosa del genere! Mio padre ci fulmina con lo sguardo. - Ma cosa diavolo avete oggi? Siete insopportabili! Rimaniamo fermi a guardarci in cagnesco come due caproni pronti a fare a cornate: Michele ha sempre quell’aria insopportabilmente ironica, io lo fisso con uno sguardo fiammeggiante. - La volete piantare? - intima mio padre. - Certo papà, scusaci. - Dicevamo: per allestire un vivaio di solito lo scoglio principale è la disponibilità di un terreno agricolo. - Sì: deve poter ospitare almeno cinquecento piante. - E quello ce l’abbiamo: il terreno sulla collina di Baldissero. L’avevo comprato anni fa, nella zona più bella, sopra Valle Ceppi: contavo di farlo dichiarare edificabile e magari costruirci una villetta per uno di voi due, ma non mi hanno concesso i permessi e quindi è rimasto agricolo. - È perfetto per me, papà. Quel terreno è stupendo, ci sono andato diverse volte in motorino. - Sì, credo che possa andare bene per te. È un gran bel risparmio: solo l’acquisto del terreno sarebbe costato da cento a cinquecento milioni; per l’allestimento di un vivaio è questa la spesa principale. - Una valanga di soldi… Non avrei potuto nemmeno iniziare, se non avessimo già quel terreno. - Vedi Emmanuel, alle volte si fanno acquisti che sembrano inutili, ma che in seguito si rivelano azzeccati. Io a quel tempo potevo permettermi qualche spesa superflua e quel terreno era piaciuto molto sia a me che a tua madre: lei si era innamorata di quella zona. Così l’ho comprato. - Hai fatto benissimo, papà. - Normalmente - interviene Michele - occorrerebbe verificare l'accesso a fondi e finanziamenti: ma in questo caso saremo noi a farti un prestito. - Vi restituirò tutto fino all’ultimo centesimo, Michele: a rate, ma fino all’ultimo centesimo. - Ne sono certo, Emmanuel, - risponde mio padre - ma non devi dare per scontato che il tuo vivaio avrà successo. Devi mettere in conto la possibilità che il progetto non funzioni: sono gli incerti di tutti quelli che avviano un progetto nuovo, specie di questi tempi. - Lo so, papà, ma io ho il mio asso nella manica, te l’ho detto. - Questa Mayra, ho capito. - In ogni caso, anche se il progetto dovesse fallire, troverei lo stesso il modo di restituirvi i soldi. - E come? - Non ti preoccupare, troverò il modo. Il modo più pratico me lo ha indicato lui stesso poco fa, sia pure per scherzo, e me lo aveva già suggerito Michelle quando avevo solo diciassette anni; il fatto che io l’abbia sempre scartato, perché lontano dalla mia visione della vita, non significa che io l’abbia del tutto escluso: diciamo che l’ho sempre tenuto di riserva, come una specie di scialuppa di salvataggio per i tempi bui. In effetti lo so che potrei fare il fotomodello, ovviamente a tempo perso: è un’idea detestabile per me, esattamente come per Carlos la prospettiva di fare lo spogliarellista, ma, come lui, non esiterei a farvi ricorso in caso di necessità, nella fattispecie se avessi bisogno di tirar su un po’ di soldi per restituire il prestito ai miei. Ne ho parlato con Carlos quando eravamo seduti al bar Renato, e lui aveva capito la situazione. Devo decidermi a contattare un bravo fotografo e a farmi fare quello che in gergo si chiama book fotografico da proporre a qualche agenzia di moda: è una carta che, a questo punto, sento di dover giocare, per mettermi le spalle al coperto. Naturalmente mi guardo bene dal farne parola con i miei: resterà un segreto tra me e Carlos. - Poi - prosegue mio fratello - bisogna valutare il numero di dipendenti di cui avrai bisogno. - Solo due: Carlos e Mayra. Non voglio nessun altro tra i piedi, almeno per il momento. - Dovrai pagarli, fratellino. - Ecco, questo è un altro punto dolente: per il momento passerò uno stipendio, purtroppo minimo, soltanto a Mayra, perché suo fratello lavora come muratore e può mantenersi da solo. Mi aiuterà a tempo perso: ci siamo già messi d’accordo in questo senso. - Dev’essere un brav’uomo, questo Carlos. - Sì, papà. - A questo punto c’è un passaggio cruciale: la scelta dei fornitori. È importante stabilire relazioni solide con loro: sono indispensabili per allestire il vivaio e saranno loro a fornirti piante, semi, attrezzature e tutte le attrezzature necessarie per gestire il vivaio. - Mi sono già informato, papà: ho telefonato a diversi fornitori di zona e mi sono già accordato con un paio di loro; la maggior parte delle piante le prenderò da Cargnino a Moncalieri: sono specializzati nella produzione di annuali da fiore per giardini, balconi e terrazze. Sono le piante più facili da vendere, anche se preferisco di gran lunga le perenni. Ma per un principiante può bastare. Mio padre incrocia le braccia sul tavolo. - E veniamo ai costi. Fortunatamente non dobbiamo preoccuparci del costo principale, che è quello del terreno. Per le strutture e le serre quanto prevedi? - Mi sono informato anche su questo: a seconda di quante serre voglio mettere su per iniziare, i costi variano da quaranta a centosessanta milioni solo per le strutture. - Accidenti, una bella cifretta. - Lo so: proprio per questo vorrei partire con il minimo. Una serra può bastare, per ora. - Non basta. Facciamo un po’ di più, tipo sessanta milioni per un paio di serre e le relative strutture. - Quello che puoi tu, papà: io non ho il diritto di chiederti niente. Michele annuisce. - Fin lì ci possiamo arrivare. - Per le piante e i fiori - proseguo - servono dai trenta ai cento milioni, ma io partirei con il minimo. - D’accordo - acconsente mio padre. - Per le attrezzature da venti a sessanta milioni, ma anche lì ovviamente starei sulla cifra più bassa. - Dimentichi i costi dell’iter burocratico, fratello. - interviene Michele - Calcola pure cinque o sei milioni da buttare in pratiche varie. - Che ladri! - sbotto sdegnato. - Poi ci vorrà anche un po’ di pubblicità, e qui devi prevedere un’altra decina di milioni. - No no, Michele, basta. La pubblicità per il momento me la farà la mamma, diffondendo la voce fra le sue amiche: hanno tutte un giardino, e se la mia offerta sarà buona non vedo perché non dovrebbero servirsi da me. E poi funzionerà con il passaparola: pian piano la clientela si allargherà. - D’accordo. - conclude mio padre, scarabocchiando delle cifre su un foglio di carta - In totale fanno circa centoventi milioni per avviare l’attività, più lo stipendio di Mayra. Mi assale lo sconforto. - Sono un sacco di soldi, papà. - In realtà no, ragazzo mio: sono tanti in assoluto, ma in proporzione all’avvio di un’impresa non sono molti. Ce la faremo, possiamo prestarteli. - Sì, - conferma Michele – soprattutto dopo la vendita della mia casa di Pecetto. Sono riuscito a realizzare un buon guadagno. - Io davvero non avrei voluto pesare su di voi, specie in questo momento… - Non preoccuparti, ragazzo, - sorride mio padre appoggiando delicatamente una mano sulla mia spalla ferita - sono contento della piega che hai preso, anche se non capisco perché la stai prendendo così in fretta. Cerco di sorridere anch’io, ma un groppo mi chiude la gola. - Grazie, papà - riesco a rispondere, e subito mi alzo. - Dove vai? - Scusate, devo correre in bagno: è da un paio di giorni che il mio intestino mi dà dei problemi. - È che sei troppo nervoso, fratellino - dice Michele guardandomi allontanare in tutta fretta - Vedi di rilassarti. C’è della valeriana nell’armadietto dei medicinali, prendine un paio di pastiglie e poi fatti un sonnellino. - Sì, è una buona idea. - Pensa a una brava mammina che ti rimbocca le coperte e ti fa un massaggio al pancino. - Vaffanculo, Michele, e grazie di cuore. Sono in uno stato confusionale. Corro in bagno e scoppio in lacrime.