Quei mesi di follia I mesi trascorrevano in una sospensione irreale, un incantesimo fatto di una felicità strana, tangibile ed evanescente come una bolla di sapone. Quando ripenso a quei giorni mi maledico mille volte per non avergli detto che lo amavo ancora in un modo matto e disperatissimo: ma avevo paura di spezzare l'incantesimo con un gesto, con una parola, e perciò mi lasciavo vivere con lui accanto quasi non credendoci, sorpresa ogni volta dal suo arrivo, dal sorriso con cui mi salutava, dalla naturalezza con cui prendeva posto nella mia casa, come se ci fosse sempre stato; e nello stesso tempo pronto a scomparire da un momento all'altro con il suo nuovo cane, come se non fosse mai esistito. Non ero però così stordita da non avvertire le crepe di quella felicità, che mi trasmettevano una sensazione di panico lontano, di un pericolo incombente ma non ancora imminente, una specie di uccello nero che roteava sopra di noi, per adesso ancora in alto, proiettando un'ombra sinistra sulla nostra vita quotidiana. Emmanuel era apparentemente felice, ma di una felicità per così dire pigra e intorpidita: prendeva in braccio Martino, si sedeva con lui sul tappeto a guardare i cartoni animati, con Bella e Gino al suo fianco, gli dava il poppatoio e gli cambiava i pannolini, con l'atteggiamento di un bambino che gioca a fare il padre; con me era sempre gentile ma spesso distratto, verbalmente poco comunicativo, come se mi desse per scontata; a tratti affettuosissimo, per esempio quando guardavamo la tv e lui puntualmente mi si sdraiava in grembo chiedendo coccole e carezze: quei momenti mi ripagavano di tutto, però mi rendevo conto con sottile disagio che in quell'atteggiamento non c'era più nessun sottinteso sessuale, che lui aveva finito per accettare il mio ruolo materno ed adeguarvisi. Una sera, mezzo addormentato sulle mie ginocchia, mi chiamò mamma. Gli feci notare la cosa con un po' di disappunto, ma lui, sorridendo, ci mise una pezza dicendomi che intendeva dire mamma di Martino. Feci finta di crederci. Forse per me sarebbe stato possibile accontentarmi di quel ruolo, ma sapevo troppo bene che per lui non poteva essere così, non tanto per ragioni sessuali, ma perché Emmanuel aveva un intimo e profondo bisogno di amare, amare con tutto se stesso, e se non poteva amare me in quel modo, avrebbe finito per dirottare quella sua esigenza su qualcun altro. Per il momento non ne era conscio e credeva sinceramente di essere felice, sia pure in un rapporto così mutilo e strano, ma presto lo avrebbe compreso. Proprio per questo mi decisi a far leva sull'attrazione fisica che pure continuava ad esistere fra noi e creai di tanto in tanto situazioni galeotte, in cui ero di nuovo io a prendere l'iniziativa, per fargli credere di aver bisogno di fare l'amore con lui: il che era vero, ma non era vero che io ne sentissi un'esigenza così impellente come quella che manifestavo. Lui, lusingato dal mio desiderio, si lasciava andare, ed erano sempre momenti meravigliosi: quel modo di godere in totale abbandono, un modo unico e tutto suo, mi verrebbe da dire angelico, mi è penetrato dentro così profondamente che quando vado a dormire la sera non posso fare a meno di ripensarci, e quel pensiero mi culla fin quando sprofondo nel sonno. Non rivedrò mai più nulla di così incantevole in vita mia. Ma dopo che avevamo fatto sesso, immancabilmente, Emmanuel ricominciava ad essere tormentato dai fantasmi della sua psiche in perenne subbuglio, rimproverandosi la sua mancanza di forza d'animo e la sua incapacità di fare a meno del piacere. Sembrava vivere una crisi spirituale simile a quella di un seminarista che si prepara a ricevere i voti e non riesce a liberarsi dei vincoli della carne. Inoltre non riusciva ad accettare l'idea di potermi condividere con qualcun altro: nei quattro giorni della settimana in cui non ci vedevamo, lui mi immaginava puntualmente a letto con Michele o con Frédéric, come in effetti era successo nei primi tempi dopo il suo ritorno, quando mi ero imposta di non fare più sesso con lui per nessuna ragione al mondo, salvo poi cedere dopo meno di un mese. Mantenere aperti quei rapporti episodici mi serviva per costruire un'intercapedine fra me e lui, per evitare di soffrire ancora. Non gliene avevo fatto mistero, e questo pensiero lo umiliava e lo disgustava. Inoltre non mi decidevo a chiedere il divorzio a Michele, al quale mi legava un affetto profondo e un viscerale attaccamento dettato dalla consapevolezza che sarei esplosa da un momento all'altro seduta sulla mia bomba ad orologeria, per cui formalmente continuavo ad essere sua moglie. Michele lo sapeva, lo capiva, rispettava il mio timore, così come capiva e rispettava il mio amore per suo fratello, e non affrontava mai il tema della nostra separazione. Ma tutto questo aveva su Emmanuel un impatto profondamente negativo, gli precludeva la possibilità di concepire il nostro rapporto come stabile e definitivo. Non diceva nulla, non si lamentava mai, ma certi suoi silenzi imbronciati erano più eloquenti di qualsiasi parola. Anche per questo non voleva dormire nel mio letto, perché non era il nostro letto. A distanza di tempo non posso capacitarmi di avere commesso errori così puerili: sarebbe stato tanto semplice dirgli la verità, pregarlo di restare per sempre. Presto fui costretta a rendermi conto che i miei tentativi di avvicinamento rischiavano di allontanarlo da me: smisi di provocarlo e mi rassegnai al mio ruolo materno. Fu lui, allora, a preoccuparsi della mia improvvisa freddezza e a chiedermene il motivo. Glielo spiegai con la massima sincerità e lui, dopo essere rimasto in silenzio per qualche minuto, mi propose uno dei suoi soliti patti: avremmo fatto sesso una volta al mese. Accettai, ovviamente (che altro potevo fare?), ed il periodo successivo fu più tranquillo, anzi, sereno e surrealmente eccitante: lui, rassicurato dalla prospettiva che prima o poi avremmo fatto l'amore nel corso del mese, si lasciava accarezzare senza remore e ricambiava le mie carezze, affermando con candore infantile che era bellissimo accumulare tutta quella tensione senza sfogarla: si sentiva paradossalmente casto senza esserlo, una condizione che gli si addiceva alla perfezione e che andava bene anche a me. Quella situazione insensata probabilmente era l'unica adatta a due come noi. Eravamo pazzi. Ricordo in particolare tre momenti che mi sono rimasti conficcati nella memoria. Una sera lui, disteso sulle mie ginocchia, mi disse: "Che fortuna che non ci amiamo più, noi due, eh?". Poi scoppiò a ridere chiudendo gli occhi e scuotendo la testa, allungò un braccio, mi tirò giù per i capelli, mi baciò e scoppiò di nuovo a ridere come un ubriaco. Ridevo anch'io: eravamo entrambi ubriachi, ubriachi di felicità. La cosa si ripeté più volte, senza parole. Un'altra sera, mentre sfruttavamo la nostra unica parentesi mensile di sesso, lui, disteso al mio fianco (non voleva più stare né sopra né sotto, ma al mio fianco, tenendomi abbracciata e muovendosi dolcemente, con la luce spenta, come nel mito di Amore e Psiche) mi sussurrò all'orecchio nel buio: "Facciamo un altro bambino? Siamo bravi noi due, ci vengono bene". Io mi agitai molto, cercai di tirarmi indietro e gli risposi: "Per carità Emmanuel, sono già in difficoltà con uno"; lui non insistette: mi accarezzò il viso e disse: "Tranquilla, era solo per dire. Va bene lo stesso, stiamo bene anche così". Se solo, se solo potessi tornare indietro a quel momento. Una volta poi, subito dopo cena, lui era disteso a pancia in giù sulle mie ginocchia mentre io guardavo la televisione e gli grattavo delicatamente la schiena, una specie di surrogato del sesso che sembrava appagarlo pienamente; spesso si addormentava in quella posizione, mugolando di piacere e per così dire ronfando come un gatto accarezzato. Quella volta, mezzo addormentato e con il tono trasognato e un po' impastato di chi parla nel sonno, disse: - Ti ricordi quando credevo di averti già conosciuta in un'altra vita? - Sì - gli risposi. - Be', lo penso ancora. Però mi odiavi già a quei tempi. Risi. - Io non ti odio affatto. - Mi odiavi - proseguì lui come se non avesse sentito - perché all'epoca eravamo entrambi maschi. A me non importava di essere gay, ma tu non volevi. Ti piacevo moltissimo, ma non volevi ammetterlo. - Ah sì? - Sì. Per questo mi odiavi, perché ti piacevo molto. Un po' come adesso. - Io non ti odio - ripetei. - Ma sì che mi odi - mugugnò lui con la faccia nella stoffa del divano. Gli tirai un po' su la testa e la appoggiai sul mio avanbraccio. - No, ti dico di no. - E io ti dico di sì. Se non mi odiassi non faremmo una vita così strana, non ti pare? - Sbadigliò e continuò - Non mi hai mai voluto: prima c'era la scusa di mio fratello, ma adesso non state più assieme e tu continui a non volermi. Non seppi cosa rispondergli. Continuai a grattargli la schiena nel punto in cui sapevo che era più sensibile. - Sei bravissima - sussurrò. - Se ti odiassi non ti gratterei la schiena così bene, non ti pare? - Ma quello è perché ti piaccio. Le spalle e altre cazzate del genere. Ti sono sempre piaciute le mie spalle. Era ormai quasi addormentato. All'improvviso però riprese a parlare. - Se non mi odiassi mi ameresti. Io ho tutto quello che serve per essere amato da te. L'unica cosa che ti impedisce di amarmi è l'odio. Aveva detto una cosa così profonda e paradossale che rimasi in silenzio a pensarci per un po'. Lui però si girò sulla schiena e disse: - Grattami un po' anche la pancia. Sì, così. Alla fine sai una cosa? - Cosa? - Non me ne frega un cazzo se mi ami o no: sono troppo felice. Rise e chiuse gli occhi, scivolando nel sonno. Avevo fra le mani la felicità che mi abbracciava, mi baciava, giocava con il mio bambino, rideva, piangeva, irradiava dappertutto la sua luce, e me la sono lasciata sfuggire come un'idiota, per paura di dirle di sì.