Frammento di Natale (24 dicembre 1997) Scosta la tendina della finestra e guarda fuori. - Sta iniziando a nevicare - esclama con l’entusiasmo di un bambino - Andiamo, Bella! Il cane non se lo fa ripetere due volte: balza in piedi scodinzolando e battendo le zampe anteriori per terra, pronta ad uscire in giardino. - Vieni anche tu, Gino? Gino, arrotolato sul divano, gli rivolge uno sguardo di evidente superiorità, riabbassa la testa e si rimette a dormire. - Mi sa che il tuo gatto è più adulto di me - commenta Emmanuel. - Il nostro gatto, vorrai dire: me lo hai regalato tu. - Davvero lo consideri il nostro gatto? - Sì, certo. Gli gratta la testa, afferra il giaccone color cammello appeso all’attaccapanni ed esce con Bella. - Mettiti la sciarpa! Torna indietro, allunga un braccio ad arraffare la sciarpa e si rituffa sotto la neve. Si riaffaccia dalla porta pochi secondi dopo: - Se continua a nevicare domani facciamo a palle di neve? - Quanti anni hai esattamente, Emmanuel? Ride. - Ho perso il conto. Chiude la porta: lo vedo camminare a braccia aperte sotto la neve, con il suo buffo cane che gli salta addosso e corre disordinatamente attraverso il piccolo giardino. Sorrido e continuo a dare a Martino, seduto nel seggiolone, la sua pappa di svezzamento, un passato di verdure diluito con brodo vegetale; mangia volentieri, fissando la porta da cui è uscito Emmanuel. Aggiungo un po’ di omogeneizzato di carne e lo imbocco, ma il bambino non sembra gradire quel sapore: storce la bocca e tende la manina per allontanare il cucchiaio, facendomelo cadere di mano. Gino accorre prontamente a leccare la pappa caduta sul tappeto. Raccolgo il cucchiaio e sospiro: non vorrei che Martino avesse ereditato da suo padre la propensione per il vegetarianesimo. Ci rinuncio: domani proverò a preparargli un’altra pappa con un po’ di formaggio sciolto nel brodo e crema di cereali. Ad ogni modo ha mangiato a sufficienza: lo prendo in braccio e lo predispongo alla digestione, appoggiandolo contro la mia spalla e dandogli delle piccole pacche sulla schiena, secondo le provvidenziali istruzioni di mia madre. Intanto accendo la televisione e mi metto alla ricerca di un programma non troppo demenziale per passare la serata. Trasmettono una replica di “La Bella e la Bestia” di Walt Disney: meglio che niente, e poi è proprio il genere di Emmanuel, grande amante dei cartoons da sempre. Dopo una ventina di minuti lui rientra con Bella, rosso in viso e sorridente, i capelli pieni di fiocchi di neve: se li asciuga a testa in giù davanti al camino e li raccoglie sulla nuca con un elastico. - Uh, “La Bella e la Bestia”! - esclama - Molto carino, un bel modo di passare la vigilia di Natale. Aggiunge un po’ di legna e agita la brace con l’attizzatoio per ravvivare la fiamma. - Cuccia qui, Bella - dice alla cagna, indicandole il suo materassino imbottito; il cane si scrolla vigorosamente e si accuccia davanti al fuoco. Viene a sedersi sul divano e accarezza Martino. - Ha il singhiozzo - osserva. - Sì, purtroppo è stata una pappa difficile. - Poverino. Dopo qualche minuto il singhiozzo gli passa, ma il bambino è ancora un po’ nervoso e stenta ad addormentarsi. - Posso stare così? - mi chiede senza attendere risposta, appoggiando la testa sulla mia spalla e cingendomi la vita con il braccio sinistro, le lunghe gambe raccolte a formare una sorta di nido protettivo intorno al bambino. Cerca di inserire nel nido anche Gino, ma il gatto evade e preferisce accovacciarsi sul cuscino alle sue spalle. Sento il suo profumo di bagnoschiuma alla verbena: un’ora fa ha fatto la doccia ed ha indossato indumenti puliti ma, come sempre negli ultimi tempi, dimessi e casuali. Comprendo il suo tentativo di apparire poco attraente per evitare che le sue manovre di avvicinamento possano sembrarmi seduttive; purtroppo Emmanuel, per me, è sempre attraente qualunque cosa si metta addosso, ma apprezzo l’intenzione. - Così hai due bambini in braccio - dice sorridendo. - Sì, ma uno dei due è un po’ ingombrante. - È vero, sono un po’ ingombrante, ma vi tengo caldo. - C’è già il caminetto. - Sì, un bellissimo caminetto. In realtà il mio è un vecchio caminetto qualunque, ma lui lo guarda con un’espressione estasiata. - Anche l’albero di Natale è bellissimo: lo hai addobbato con molto gusto. Ha un profumo fantastico, non trovi? - Sì, è meraviglioso il profumo degli aghi di pino. Hai fatto bene a consigliarmi un albero vero. - È un abete del Caucaso: te l’ho consigliato perché è una varietà robusta, che non patisce il soggiorno in casa per un po’ di giorni, purché lontano dal caminetto e dagli spifferi, e poi non perde gli aghi. Arriva da un grande vivaio di Pistoia: sai, è soprattutto la Toscana ad essere specializzata in vivai. Quando ero là ne ho approfittato per visitarne diversi, anche se non pensavo affatto di aprirne uno: se ben ricordi avrei dovuto fare il commercialista. Non so perché io lo facessi: mi piaceva girare fra le piante, ma forse era una specie di premonizione. Già, la Toscana: meglio non soffermarsi troppo su quell’argomento ancora scottante. Vedo un’ombra di malinconia passare nei suoi occhi. Lascio cadere l’osservazione e cambio discorso. - Dopo le feste dove lo piantiamo? - Nel giardino, vicino al cancello d’ingresso, se ti va. - Sì, mi pare una buona idea. Come va la serra? - Inizia a prendere forma, ma sai, ci vuole un po’ di tempo: di fatto partiremo in primavera. Ci siamo procurati le piante essenziali per partire, poca roba ma facile da vendere per le amiche di mia madre: poi si vedrà. Intanto posso contare su Mayra, che si è già data da fare con le talee e ha riprodotto una quantità di piante: mi farà risparmiare un sacco di soldi. - È così brava? - Chi, Mayra? È nata per questo lavoro, credimi. È una vivaista perfetta, ha una grande passione e impara tutto al volo. Le sto facendo seguire un corso di formazione, ma praticamente non ne ha bisogno: ha un istinto infallibile con i vegetali. Ci sa fare anche con la gente: parla un italiano tutto suo, ma la capiscono tutti. - Ma la lasci sola? - Durante il giorno sì, perché lavoro con Carlos, ma lei se la cava benissimo. La sera Carlos le dà una mano: sposta i vasi più pesanti, bagna le piante, chiude le serre. Naturalmente ci faccio sempre un salto anch’io, per vedere che sia tutto a posto, e poi per controllare la contabilità e altre cose del genere di cui non ho mai capito niente; mi faccio aiutare un po’ da Michele, lui sì che ha la stoffa del commercialista. Il piccolo ha sonno, sta sbadigliando. - Meno male: sarebbe ora, anche perché siamo sul tuo divano letto e dobbiamo lasciartelo libero. - Non preoccuparti, non ho sonno. Sorride di nuovo, scuotendo un po’ la testa. - Che c’è? - Niente, pensavo a quanto sono stupido. - Tu non sei stupido, Emmanuel. - Ma sì, dai. Però non importa, non pensiamoci. Quel discorso, buttato lì a caso e interrotto strategicamente, è fatto apposta per incuriosirmi. - Perché dici che sei stupido? Lascia passare qualche secondo. - Così. Mi stavo chiedendo cosa diavolo io mi fossi messo in testa, prima. - Prima quando? - Quando credevo di poter stare con te. - Ah. Sul momento non trovo altri commenti. - In che senso? - gli chiedo. - Nel senso che pensavo che per poter stare con te bastasse piacerti, farti stare bene, cose del genere. Che stupidaggine. - Ma no, - obietto - non era una stupidaggine. - E invece sì, basta guardare com’è andata. Comunque ero proprio io ad essere stupido. Ti giuro, non so cosa io pensassi di poter essere per te: l’unica cosa che mi interessava era di darti piacere, farti ridere. Non lo so nemmeno io. - Darmi piacere e basta? Non anche provarne? - Sì certo, anche provarne, ma questo non è importante per me. Dovresti averlo capito, nel frattempo. - Sì, un po’ l’ho capito. - Solo un po’? - Diciamo che effettivamente l’ho capito, solo che mi pareva che una volta non fosse così. - Cerco di spiegarmi meglio. A me faceva piacere provare piacere, ma perché questo faceva piacere a te. Scusa il gioco di parole. Insomma, sembrava che tu morissi dalla voglia di infilarmi le mani dappertutto. Non commento. - Era bellissimo per me, - riprende lui - perché questo faceva piacere a te. E siccome io non desideravo nient’altro che farti piacere, cercavo di provarne il più possibile. Mi sembrava che fosse importante per te, ecco. Con le altre, e gli altri, non me n’è mai importato un gran che di quello che provavo fisicamente. Dico sul serio. - D’accordo, ma perché mai tutto questo dovrebbe essere stupido? - Antonia, io ti ho chiesto perfino di sposarmi, ti rendi conto? Sposare un tizio che non si era mai preso la briga di capire che nella vita c’è anche tutto il resto, cose materiali ma anche morali, spirituali, cose che un uomo deve saper dare a una donna. Sostegno, incoraggiamento, conforto nei momenti difficili… Cose del genere, ma anche più terra terra: io non so nemmeno come si cambia una lampadina, per dire, e non saprei da che parte incominciare per riparare un elettrodomestico. - Ma non sei mica un elettricista! - gli dico ridendo - Non sei tenuto a saper riparare gli elettrodomestici. - E invece ci sono uomini che lo sanno fare. E sanno come guadagnare soldi per garantire a se stessi e agli altri uno stile di vita decoroso. Io non so fare praticamente niente, non sarei in grado di garantire nulla a nessuno. - Ma Emmanuel, hai solo diciannove anni… - Non c’entra, Antonia: non è una questione di età, ma di stile di vita. Pensa a tutto il periodo che abbiamo passato insieme, a quello che facevamo e a come lo facevamo: io non ero un uomo, ero a malapena un… non so come definirlo, un oggetto di piacere. Insomma, parliamoci chiaro: nessuna donna sposa il suo vibratore; lo tiene di scorta in un cassetto. Questo discorso, oltre tutto pronunciato con un tono sommesso e convinto, mi lascia interdetta e mi offende: le cose non stanno affatto in modo così volgare. - Emmanuel, scusa… - comincio risentita, ma lui m’interrompe. - Sì lo so, è una semplificazione esagerata, ma era per rendere l’idea. Ad ogni modo è acqua passata: adesso mi è ben chiaro che non desidero essere un toy boy. Voglio essere un po’ di aiuto per te e per questo signorino qui, starvi vicino, se vi fa piacere… - Sì, mi fa piacere. Non parla più, e io non posso dirgli quello che penso. Tutto quello che ha appena elencato come un cumulo di sciocchezze mi manca moltissimo. Inoltre la mia segreta preoccupazione non è il fatto che queste cose manchino a me, ma la certezza quasi matematica che prima o poi mancheranno a lui: non sarà tanto il sesso a mancargli, quanto l’innamoramento e l’amore. Non potrà accontentarsi di un tenero affetto. Quasi mi avesse letto nel pensiero, mormora: - Non mi manca niente adesso: ho tutto quello che mi serve per essere felice. - Sicuro? - Cosa dovrebbe mancarmi? - L’emozione, il batticuore, l’ebbrezza: sei giovanissimo, non possono non mancarti. Rimane un attimo in silenzio a pensarci. - Sì, è vero, ci sono cose che rimpiango un po’, ma se ripenso alle cazzate che ho fatto per provare quel tipo di emozioni, il rimpianto mi passa immediatamente. Per correre dietro a quelle cose ho rischiato di perdere te e anche lui. Davvero, Antonia, non c’è confronto: scelgo questo tutta la vita, senza esitazione e senza rimpianti. - E il sesso? - Non me ne importa, te l’ho detto. - Non può non importartene. In sostanza, Emmanuel, cosa siamo noi due adesso? Dico l’uno per l’altra. - Non lo so. È importante saperlo? - Direi proprio di sì. - Mi dispiace, Antonia, non ho una risposta. Per me non è importante. - Come può non esserlo? - Seguo le sensazioni. Le sensazioni non sbagliano, lo dice anche Epicuro, ricordi? - A volte vorrei non averti insegnato la filosofia greca. - Invece è stata molto importante per me, e lo è tuttora. - E quindi? - E quindi, visto che mi sento perfettamente felice in questo momento, non ho bisogno di sapere altro. Tace per qualche secondo, poi riprende. - Lo sai che c’è stato un momento in cui ho temuto di poterlo odiare, questo bambino? - Sì, credo di saperlo. - Pensavo che lui avesse preso il mio posto e che quindi non ci fosse più posto per me. - Non eri lontanissimo dalla verità, Emmanuel: lui ha effettivamente riempito il vuoto che tu avevi lasciato dentro di me. - Antonia, non è per mia volontà che l’ho lasciato. - Lo so. - E quindi avevo ragione? Non c’è più posto per me? - No, non avevi ragione: come vedi c’è posto anche per te. E poi tu eri anche altre cose, non eri solo il mio bambino. - Già. Ma visto che quelle altre cose non ci sono più, io non ti servo più a niente. - Emmanuel, non si vuole bene ad una persona perché serve. - Dev’essere per questo allora che adesso il bambino mi piace: non ho più paura che prenda il mio posto. Sì, mi piace: questi capelli rosso cupo, con gli occhi blu scuro, sono bellissimi. Devo ammettere che un po’ sono geloso, perché lui avrà una bellezza più rara della mia. Poi adesso sono anche sciupato, mi sono venute le occhiaie, per non parlare della cicatrice sulla spalla. - Oh, ma falla finita - sorrido - Stai dicendo un sacco di scemenze. Sai perfettamente di essere ancora bellissimo e vuoi solo farmi pena: speri di far leva sul mio buon cuore facendomi credere che sei un povero derelitto. Ride, colto in fallo. - È inutile che ti vesti come un barbone: sei sempre posh, e lo sai. - Posh? - Sì, posh: è il termine esatto per te. - Io non mi vesto come un barbone. - No? Guarda qua. Infilo un dito in un buco del suo maglione di un indefinito color beige e glielo mostro. - Devo averlo bucato due giorni fa, quando mi si è impigliato in un ferro del cemento armato. Non sono ancora gran che come muratore. - Più tardi te lo aggiusto: è facile aggiustare i maglioni, basta saper usare l’uncinetto. - Grazie. - E i jeans? Guarda qua, sono tutti strappati in fondo. In realtà adoro questo suo vestiario, che mi ricorda quello di quando aveva sedici anni e si metteva addosso di tutto senza badare agli accostamenti assolutamente improbabili dei suoi indumenti. - Mi stai facendo sentire scemo. - Forse perché lo sei un po’? - Sì, un po’ sì, ma la scemenza aiuta. A volte mi sembra di essere così felice che ho paura di svegliarmi e scoprire che è stato tutto un sogno. Sul serio, non credevo di poter essere così felice in vita mia. Questa è la più bella notte di Natale che io abbia mai vissuto, Antonia. Sta perfino nevicando, è tutto perfetto. Allunga la mano ad accarezzarmi il viso. Disarmata, ricambio la carezza. Ascolto il crepitio del caminetto, il respiro di entrambi i miei bambini, il rumore dello strano silenzio di una notte di neve. Anch’io penso che sia tutto un sogno, che un giorno mi sveglierò, e quel giorno sarà come se la luce del sole fosse venuta a mancare. Sento un odore poco piacevole. - Mi sa che il piccolo ha bisogno di essere cambiato. - Faccio io - dice Emmanuel - Sono diventato bravissimo e velocissimo con il cambio pannolini. Prima che io possa sollevare obiezioni prende Martino in braccio, lo porta in bagno e lo adagia nel fasciatoio. Lo sento armeggiare chiacchierando con il bambino, che gli risponde con piccoli gorgheggi. Di lì a poco è di ritorno con aria soddisfatta. - Fatto. Siamo a posto - dice, posandomi il bambino in braccio. - Grazie. Ora lo porto in camera e ti lascio libero il divano letto. - D’accordo: io intanto porto fuori Bella a fare la pipì. Le piace un sacco la neve. Prima di andare a letto, per favore, passa a salutarmi. Metto a dormire Martino, mi preparo per la notte e ritorno in salotto. Lui è già sotto le coperte, con il gatto sulle ginocchia e il cane disteso ai piedi del letto: gli rimbocco il piumone azzurro. - Mi dai il bacio della buona notte? Mi chino a baciargli la fronte. - Domani mattina apriamo i pacchi sotto l’albero? - Certamente. - So cosa pensi: che mi comporto come se avessi due anni. - Anche meno. All’improvviso mi attira verso di sé e mi bacia sulla bocca. Prima che io possa mettermi in testa qualsiasi idea lascia la presa e si mette di nuovo a ridere. Poi si gira su un fianco. - Buon Natale, Antonia.