Rimane impassibile di fronte al mio sdegno, e questo mi irrita sempre più profondamente, ma non ho tempo da perdere in reazioni inutili come la rabbia. - Non ti sei chiesta per quale motivo Arianna abbia avuto quella crisi isterica in cui ha cercato di ammazzarmi? - Suppongo che sia perché avevi scoperto il nostro gioco e lei sapeva che non avresti accettato di sposarla a quelle condizioni. La guardo con occhi increduli, stupito dalla sua ammissione di colpa e dall'indifferenza con cui l'ha pronunciata. - Esattamente, Antonia: il vostro gioco. Eravate complici. - Povera ragazza. - Povera ragazza? - Sì, era l'unica spiegazione plausibile per il suo comportamento demenziale. Domino a stento la tentazione di prenderla a schiaffi. - Ho dovuto capire da solo che Martino era mio figlio. Da solo, capisci? Non è stato facile: sulle prime non riuscivo a crederci, mi pareva impossibile che tu mi escludessi da una cosa del genere, che vi foste messi tutti d'accordo per nascondermela. Era tutto talmente assurdo che per un certo periodo ho pensato di essere io il paranoico. Sai, mi volevate tutti talmente bene che mi avevate abituato a pensare di essere uno psicolabile: diffidavo di me stesso; forse sono un cretino, Antonia, ma non fino a questo punto. Invece di ammettere la colpa, lei contrattacca: - Ponitela tu, piuttosto, una domanda: per quale motivo eravamo tutti convinti che fosse meglio nascondertelo? - Forse perché siete un branco di stronzi? - Capisco che tu possa sentirti un po' irritato, - risponde lei con indisponente indulgenza - ma credimi, abbiamo agito nel tuo interesse e in quello del bambino. - Un po' irritato? Io non sono un po' irritato, Antonia, sono indignato, incazzato, furibondo. E piantala di guardarmi con quell'espressione ironica, come se fossi dalla parte della ragione: hai torto marcio, ammettilo, cazzo. - Hai spaventato il tuo cane - dice lei freddamente. Allungo una mano ad accarezzare Bella, che si è allarmata sentendomi quasi gridare. Antonia aggiunge: - Puoi abbassare il tono di voce, se non ti dispiace? Il bambino sta dormendo e io ho un po' di emicrania. Pensavo che fossi venuto da amico, ma se hai intenzione di fare una scenata ti prego di tornartene sui tuoi passi: non hai più il vantaggio di giocare in casa, qui siamo in casa mia. Il mio sangue ribolle. - Stai tirando troppo la corda, Antonia. Ringrazia il cielo che ho un carattere mansueto. - Vuoi mettermi le mani addosso, da vero maschio latino? - chiede ironica - Non vorrai farmi credere che di colpo sei ansioso di fare il padre: è una cosa che non ti appartiene, non è nelle tue corde, ne abbiamo parlato più volte, ricordi? Senza contare che il bambino per te è un estraneo. Non ti conosce neppure: finora ha visto solo Michele, per Martino la figura paterna è lui. Le rispondo con tono pacato ma durissimo. - Antonia, il padre sono io. Se pensi che sia solo una scusa per avere di nuovo a che fare con te, puoi metterti il cuore in pace: sono troppo scottato per riprovarci, e poi adesso ho solo bisogno di quiete e di riposo. Il punto è che io sono suo padre, ti piaccia o no, e intendo farmi carico delle mie responsabilità: non voglio avere anche questo da rimproverarmi, oltre a tutto il resto. Sarà bene che ve ne facciate una ragione, tu e Michele. - Ti ho detto di non alzare la voce. - Non la sto alzando, Antonia. Va alla porta della cameretta, la apre, controlla che il bambino dorma ancora e torna a sedersi. Mi mordo le labbra e dò una pacca sul sedere a Bella, che alza il muso a guardarmi con aria interrogativa, pensando che io sia diventato scemo. Antonia sospira e con voce serena e distaccata mi fa un discorso che mi taglia in due come un coltello fin dalle prime parole. Mi nascondo sotto coperta per ripararmi dalla grandine, cercando di fare il vuoto nella mente. Visualizzo un triangolo equilatero luminoso e percorro con lo sguardo i suoi lati, mentre lei parla. - Vedi Emmanuel, tu mi sei piaciuto immensamente proprio perché eri come eri, matto come un cavallo e libero come l'aria, ma per nessuna ragione al mondo vorrei avere un figlio come te. Fa una pausa. Sporgo la testa dal nascondiglio, ma la tempesta è appena incominciata. Torno sotto coperta e attendo stoicamente il resto. Lei ricomincia: - Probabilmente Martino diventerà molto bello, ha ereditato il tuo fisico e i tuoi lineamenti, e io non voglio che si metta in condizione di fare del male a una povera idiota come me, una che butta nel cesso la sua vita per correre dietro a uno squilibrato. Mi guarda quasi con odio. - Ascoltavo la tua musica, ti rendi conto? Io che di musica non ci capisco niente. Mi avevi perfino fatto cantare una cazzo di canzone che non ricordo manco di chi fosse. - Tim Buckley, - rispondo atono - e l'avevi cantata benissimo. - Ma sì, chissenefrega. Ero diventata dipendente da te fino al ridicolo, e tutto questo solo perché mi piacevi alla follia e non potevo fare a meno di te. Vivevo per fare sesso con te, e non per il sesso: stavo bene solo quando ti sentivo dentro di me, capisci? Il mio cosiddetto amore era una malattia mentale. Amavo la tua follia, ti amavo perché eri pazzo e sono diventata pazza anch'io per poter stare con te. Balbetto la prima risposta che mi viene in mente: - Scusa, ma non era più semplice restare con me, allora? Sogghigna con cattiveria. - Io non sono come te: io odio essere dipendente dalla droga. Ho fatto il possibile per disintossicarmi. Ma dalle dipendenze è difficile liberarsi, come sai: bisogna andare per gradi. Ho un orribile presentimento. Alzo una mano d'istinto, come per ripararmi dall'impatto che avrà su di me quella cosa, ma è troppo tardi: la dice e mi colpisce in pieno. - Perciò ogni tanto scopo ancora con tuo fratello e con Frédéric. - Perché me lo dici? - Diciamo per pigrizia, non ho voglia di cercarmi qualcun altro. Chiamala cura omeopatica, se vuoi. - Ti ho chiesto perché me lo dici, non perché lo fai. Non m'interessano le tue cure omeopatiche. Non c'era nessun bisogno di dirmelo, non è pertinente. - Altroché se lo è. Ti spiego: per provare qualcosa con loro o con chiunque altro, devo chiudere gli occhi e immaginare di essere con te. Sai cosa significa questo? Lo so, ovviamente, visto che è la stessa cosa che succede a me: ma non è il momento di dirglielo, e poi non cambierebbe niente. - Non capisco, Antonia, davvero. Io non sono niente di speciale nel sesso. Faccio fatica ad accontentare le donne, mi devo impegnare, e se devo essere sincero non mi piace nemmeno gran che. Mi fissa stupita, inarcando un sopracciglio. - Sul serio? Mi stupisce. Nonostante tutto le sono grato di quell'affermazione, anche se non fa che ribadire quello che ho sempre saputo, e cioè che siamo fatti l'uno per l'altra. Questo mi rende la situazione sempre più incomprensibile, un gigantesco punto interrogativo destinato ad incombere sulla mia vita per chissà quanto tempo. - Tu mi hai distrutta, Emmanuel: ti sono sopravvissuta per miracolo. Io volevo solo una vita tranquilla: una vita tranquilla, ti rendi conto? Sono una di poche pretese: volevo solo starmene in santa pace con un uomo che mi volesse bene, coltivare i miei interessi, continuare la mia stupida carriera universitaria, scrivere articoli, fare qualche viaggetto ogni tanto, avere un paio di figli se possibile... Erano questi i miei desideri, roba da persone comuni. Ma poi sei arrivato tu e la mia vita è letteralmente saltata in pezzi. Hai distrutto tutto. Solo adesso sto incominciando a stare bene. - Adesso che io non ci sono più, vuoi dire? Il suo sguardo e il suo tono di voce si addolciscono un po’. - No, tu ci sei. Mi fa piacere che tu ci sia, sul serio, ma non sei più dentro di me, non so come spiegarmi. - Ti sei spiegata benissimo. - C'è troppa vita in te, Emmanuel, ma è una vita disordinata, che fa di te una persona inaffidabile: la vita ti esplode letteralmente dentro, è come una colata di lava. - Forse una volta, Antonia, ma adesso non più: mi hai visto bene? Sorride. - Emmanuel, nessuno può riuscire a fare di te quello che non sei, men che meno una psicopatica camuffata da ragazzina perbene. Ti hanno tarpato le ali, ma non è possibile trasformare un gabbiano in una gallina. Tu sei quel che sei. Non rispondo: ascolto in silenzio il resto di quella tirata per capire dove va a parare. - La tua bellezza non è altro che la manifestazione esteriore della vita che hai dentro. Ti ricordi quello che mi dicevi a sedici anni? Che la natura è vera perché è bella ed è bella perché è vera. Bene, avevi ragione: ma tu non ti rendi conto che questo è un pericolo mortale per le persone che ti stanno vicino e non possono fare a meno di amarti. Perché non si può fare a meno di amare la vita e la bellezza, anche quando ci distruggono. Noi non siamo come te, Emmanuel, non siamo in grado di sopportarlo. - Ho distrutto anche me. - Può darsi, ma poi tu risorgi dalle tue ceneri: io no. Io non potevo risorgere, ero bruciata, completamente bruciata, come probabilmente lo è Arianna. Io non potevo più amare nessuno, non potevo più vivere con Michele, non potevo più fare niente, se non avere questo figlio, che mi ha salvata. Quel figlio, già: è stato il mio dono per lei, l’ho voluto con tutte le mie forze. Io non avevo nessun bisogno di un figlio. La lascio continuare. - Tu sei semplicemente troppo: distruggi tutto quello che tocchi, ma soprattutto distruggi quello che ami. Cerca di non amare più, per favore, te lo dico nel tuo interesse: ti porteresti dietro un rimorso incancellabile per il male che fai alle creature che ami. Non dico niente. Lei sospira, intreccia le mani sul grembo e riprende. - È anche per questo che devi stare lontano da Martino. Mio figlio mi sembra molto diverso da te, anche se è presto per dirlo: è un bambino tranquillo e sereno, e io non voglio che ti assomigli. Lui non diventerà un giocattolo erotico buono per maschi e femmine, uno zingaro che vaga nella vita senza sapere dove va, un tossico che si gioca la vita a testa o croce. Non sarà niente di tutto questo. Non voglio che possa imparare nulla da te, nulla. Io non ti voglio come suo padre. Hai capito adesso? Si abbandona pesantemente contro lo schienale, come svuotata. Sono quasi morto, trafitto in ogni singola parte del mio corpo. Non so se mi ha colpito di più la cattiveria con cui mi ha vomitato addosso quelle parole o la sua sincerità: quello che ha detto è la pura verità, io sono quello. Rimango inebetito senza riuscire a replicare. - Ora puoi metterti a piangere, signor voglio-fare-il-padre. - aggiunge lei con un sorriso incolore - Ti riesce bene e mi sono sempre lasciata commuovere. Io sono stata malissimo per te, ma non ho mai versato una sola lacrima. Mi alzo con calma dal divano. - È tutto vero quello che hai detto, Antonia. Tutto. Hai dimenticato solo un dettaglio: che anch'io ti amavo alla follia. Mi chino ad agganciare il guinzaglio al collare di Bella e aggiungo: - Abbastanza da darti un figlio. Eri stata dichiarata sterile, se non ricordo male. Mi avvio all'uscita. - Scusami. - dice lei all'improvviso, mentre sono sulla soglia - Potrai vederlo qualche volta, se vorrai, ma come zio. Avvisa prima di venire, potrei non essere sola. Mi volto a guardarla, cieco di lacrime. - Ma vaffanculo, Antonia. Esco. Per fortuna la spalla mi fa ancora male, distraendomi con un altro dolore; Bella tira come una locomotiva, causandomi fitte improvvise ad ogni strattone: impugno il guinzaglio con la mano sinistra e mi lascio trascinare da lei fino al mio fuoristrada. La carico nel portabagagli, sul suo materassino, e guido per una decina di minuti attraverso le strade di periferia, fino a raggiungere le pianure erbose che fiancheggiano il Po. Qui mi fermo e la faccio scendere: la sua bussola di cane punta verso il fiume, dove l'ho già portata un paio di volte e dove si è divertita molto. Svolto verso la radura fra i pioppi in cui ho seppellito Tegame e mi siedo accanto alla sua tomba; lascio libera Bella, che incomincia a correre zigzagando fra gli alberi con le sue buffe orecchie al vento, e mi metto a ricostruire la croce ormai distrutta legando due rami con una stringa delle mie scarpe da ginnastica. Poi mi accoccolo su me stesso con le ginocchia piegate e finalmente piango. Sì, è vero, io so piangere: non è un motivo di vanto, ma neppure di vergogna. Faccio una rapida ricognizione di tutti i miei fallimenti: sono oggettivamente un perdente, un modello improponibile per un figlio. Tutto quello che ho concluso nella vita si riassume in una croce fatta male tenuta assieme da una stringa da scarpe, piantata sulla tomba di un essere a me tanto caro che è morto per colpa mia. La scarpa slacciata impaccerà il mio ritorno costringendomi a camminare con un'andatura ridicola e claudicante, trainato da Bella che tira come una locomotiva: sembrerò un accattone di bell'aspetto, sciatto come tutta la mia vita. Una vita disordinata: è vero anche questo, è giusto e normale che Antonia non mi voglia più. E dopo quel suo discorso nemmeno io voglio più lei; provo la stessa sensazione di rigetto che avevo provato con Arianna: se è vero che l'amore consiste nell'amare il riflesso di sé che l'altro ci rimanda come uno specchio, l'immagine che lei mi ha rimandato, come uno specchio deformante, è ridicola e orribile, impossibile da amare. Non voglio più vedermi riflesso in quello specchio, che è quanto dire che non la amo più. In generale, comunque, non voglio più nessun tipo di rapporto erotico: il sesso mi ispira un profondo disgusto, la sola idea di fare sesso senza amore mi causa un conato di vomito. Ho bisogno di altro, l’abbraccio di Mayra, la sua dolcezza, la sua ingenua ammirazione; mi sento meravigliosamente bene quando sono con lei, ma non riesco a collegarla con il sesso. Forse è proprio per questo che sto così bene con lei, ma non è normale. Mi sento confuso e disorientato: è troppo strano rinunciare al sesso a vent'anni, e per di più dopo averlo sperimentato in modo così intenso e sublime. Ma forse me lo sono solo sognato, chissà. Ho un'improvvisa intuizione: ho sempre fatto l'amore con me stesso, riversando il mio delirio mistico su chi mi stava accanto in quel momento, ma ero solo con me stesso, immerso nella mia follia. Quindi sì, posso senz’altro farne a meno: devo solo lavorarci su. La temperatura è ancora mite e il giubbotto imbottito mi protegge dalla brezza serale: mi corico nell'erba accanto a Tegame; Bella, stanca di correre, viene a raggiungermi, mi lecca le mani e si sdraia al mio fianco. Parlo per un po' con i miei cani ed espongo loro i miei dubbi: mi sembrano del tutto indifferenti ai miei problemi sessuali, favorevoli al mio rapporto con Mayra, generosa dispensatrice di coccole e avanzi di carne, e disponibili all'ipotesi di vedere il bambino ogni tanto, seppure come zio; Bella mi guarda con i suoi occhi da lupo comunicandomi che non vale la pena di starci così male: in fin dei conti siamo su questa terra solo di passaggio e niente ci appartiene, neppure un figlio, tant'è vero che non le hanno lasciato neppure uno dei suoi cuccioli, il che però non le ha impedito di adottare me. Sì, Antonia ha ragione: la vita che si agita dentro di me ha ancora voglia di danzare. Nessuno può impedirmi di amare ancora, in un altro modo, ma con altrettanta intensità. Sento di poterlo fare, sento che lo farò. E poi fra poco farò un salto a casa di Carlos e Mayra: con una buona birra e una fetta di torta mi passa tutto. Sono fortunato, molto fortunato ad avere degli amici come loro: non ho il diritto di essere triste. Appoggio la testa sulla schiena di Bella, tenendole in mano una zampa, immerso in una sensazione di profondo benessere.