Una vita disordinata (ottobre 1997) L'aria è fresca e leggera in questo pomeriggio di ottobre: il cielo è pieno di nuvole simili a batuffoli di ovatta, di quelle che si vedono nei disegni dei bambini e che stanno diventando sempre più rare. Ho parcheggiato il mio Suzuki in un posteggio libero a poca distanza dalla casa. Mi va di fare quattro passi: faccio scendere Bella, le metto il guinzaglio e m'incammino con lei. Arrivo al cancelletto di ferro battuto, che trovo socchiuso, lo sospingo ed attraverso il piccolo giardino, i cui alberelli incominciano a tingersi dei primi colori autunnali. Riconosco il cipresso, mio vecchio amico. Mi fermo davanti al portoncino di legno. Provo un leggero imbarazzo, ma so con certezza che è proprio qui che devo essere; inoltre la presenza di Bella è una novità importante: la necessità di presentargliela può fungere da pretesto. Perciò mi faccio coraggio e suono il campanello. Attendo per qualche minuto, ma nessuno viene ad aprirmi. Bella, in piedi al mio fianco, guarda la porta chiusa e poi me con aria interrogativa. - La Uno è parcheggiata nella stradina laterale: - le spiego - quindi lei è in casa. Sembra capire (è un cane intelligente) e si siede in attesa, fissando la porta. Penso che forse lei è dalla parte opposta della villetta, dove c'è un piccolo orto, e per questo non ha sentito. Busso, ma senza risultato. Provo a premere la maniglia: la porta si apre, non è chiusa a chiave. - È permesso? - chiedo con titubanza. Sono colto dal dubbio che il suo silenzio sia dovuto alla presenza di un uomo in camera sua. Mi sento profondamente a disagio, tanto che sto per fare dietro-front e andarmene. La porta che dà sul retro si apre e compare sulla soglia una graziosa campagnola con un abito a fiori, i capelli rossi raccolti con un fermaglio sulla nuca e un cesto di zucchini sotto il braccio. Le sorrido. Rimane a bocca aperta nel vedermi. - Scusami, - comincio imbarazzato - ho provato a suonare ma... - Emmanuel - dice sorridendo a sua volta. Posa il cesto e corre ad abbracciarmi. Non mi aspettavo questa reazione, ma subito ricambio il suo abbraccio. Ha addosso un odore di latte e rosmarino. - Quando sei tornato? - Da un mesetto. Sono stato di nuovo un po' all'ospedale perché c'era un principio d'infezione e hanno dovuto riaprire la ferita per curarla. Si allontana da me e mi prende per mano. Bella, infastidita da tutta questa confidenza, mi ricorda che esiste anche lei mordendomi l'orlo dei jeans. - Ti presento Bella - le dico indicandola - L'ho presa al canile; è con me da un paio di settimane, ma si comporta come se mi conoscesse da sempre. Antonia si china ad accarezzarle la testa. - Ciao, Bella! Ti dona moltissimo questa pettinatura, sai? Bella allarga la bocca in una specie di sorriso, scodinzolando. Sorrido a mia volta. - È stato mio padre ad accompagnarmi al canile. Non voleva che ci andassi da solo per non affaticare la spalla, ma in realtà non mi dà nessun fastidio guidare. - Un pensiero gentile da parte sua. - Mio padre è cambiato dopo il mio incidente: lo trovo molto più presente e comunicativo, anche con mia madre. - Mi fa piacere. E quindi Bella l'ha scelta lui? - No, sono stato io: o meglio, ho lasciato che lei scegliesse me. Poi magari ti spiego. L'ho lavata e spulciata e l'ho fatta tosare, era un groviglio di pelo; per questo ha quella specie di ciuffo in testa. Ora assomiglia un po' a uno Schnauzer, non trovi? - Sì, più o meno: ha le orecchie diverse, più lunghe. Comunque è bellissima, hai fatto bene a prenderla. - Devo ringraziarti: sei stata tu a consigliarmi di prendere un altro cane. Io probabilmente, dopo la morte di Tegame, non lo avrei fatto. Questo animale mi sta facendo un sacco di compagnia, ed è anche educato e obbediente, sai? E pensare che ha trascorso tre anni in canile. - Siete una bellissima coppia. Vieni, seguimi. Mi porta in salotto, mi fa sedere su un divano foderato con una stoffa a fiori e si siede in una poltrona di fronte a me. - Martino dov'è? - chiedo, girando lo sguardo all'intorno. - Sta facendo il suo sonnellino pomeridiano. - Posso vederlo? Ti prometto che non lo sveglio. Si alza e mi fa segno di seguirla. Apre la porta della cameretta e, mettendosi l'indice sulle labbra, mi mostra il bambino che dorme placidamente nel suo lettino laccato di bianco, con il succhiotto fra le labbra e il gatto Gino acciambellato al suo fianco. Mi avvicino in punta di piedi per non svegliarlo; accarezzo il gatto, che mi ha subito riconosciuto e ricambia il mio gesto ronfando ed emettendo sommessamente un miagolio tremulo. - È bellissimo - dico sottovoce. Lei fa segno di sì con la testa, mi riaccompagna in salotto e chiude la porta della cameretta. Mi risiedo al mio posto; Bella si sdraia al mio fianco e finge di dormire, come fa sempre quando si accorge che è arrivato il momento di sopportare le noiose chiacchiere degli umani. - Come stai adesso? - mi chiede Antonia. - Meglio: come ti dicevo, la spalla è quasi guarita. - Non intendevo fisicamente. - Come vuoi che stia? Mi sto riprendendo dallo shock e faccio un po’ di fatica: Michele dice che sembro rimbambito, e forse ha ragione. Però la presenza di Carlos e Mayra mi aiuta molto. - Sei tornato in contatto con loro? - Sì, grazie al cielo: sono due carissimi amici. Carlos poi mi sta anche aiutando a trovare un lavoro. - Un lavoro? - Sì. In questo momento ne sento il bisogno. - Ti porto qualcosa da bere. Va in cucina e torna con del succo di frutta e due bicchieri; poi va a prendere una ciotola d'acqua per Bella, che apprezza l'intenzione e dà subito un paio di leccate. - Per fortuna Gino è nella cameretta. - dico - Bella non è come Tegame, non ha simpatia per i gatti. - Non preoccuparti, Gino sa farsi rispettare: ha già messo in fuga un paio di cani - sorride Antonia. Le si formano due fossette sulle guance, ancora un po’ floride: sta riacquistando poco per volta le forme aggraziate di un tempo, ma è sempre un po’ rotondetta. Del resto, sta bene anche così, in versione campagnola. Mi versa del succo di ananas e me lo porge. - Grazie. - Blue jeans e scarpe da ginnastica. - commenta osservandomi - Fin qui tutto normale. Ma la polo a fiori tropicali? - Me l’ha regalata Mayra. - Ti sta molto bene. E hai di nuovo i capelli un po' più lunghi, come quando ti ho conosciuto. Insomma, sei perfetto. - Perfetto proprio no, con un buco nella spalla. Per mezzo centimetro non ha centrato la succlavia, altrimenti non sarei qui a parlarti adesso. - Doveva essere proprio impazzita, quella ragazza. - Sì, completamente. - Ti manca? Scuoto la testa. - No. Mi mancano di più i suoi, soprattutto suo padre, quel caro vecchio. È incredibile, ma lei non mi manca affatto, almeno per adesso. - Non è incredibile, considerando che stava per ucciderti. - Potrei rimpiangere anche una persona che avesse cercato di uccidermi. Quindi no, non è per questo. Poso il bicchiere sul tavolino senza aggiungere altro. - E per cosa, allora? Cambio argomento. - In altri tempi, a questo punto, ti saresti accesa una sigaretta. - Non fumo più. - Per Martino? - Sì, per Martino. - Bene, questo è positivo. - Rispondimi. Mi rigiro il bicchiere fra le mani. - Non dipende da lei, ma da me. È come se mi fossi preso una vacanza da me stesso. In certi momenti sono stato felice durante quella vacanza, ma ora mi rendo conto che era come se fosse la felicità di qualcun altro, non la mia. E adesso la vacanza è finita. - Capisco. - dice lei - Ma forse è perché hai avuto un risveglio particolarmente traumatico. - Non è per questo che l'ho lasciata: diciamo che questo mi ha confermato che avevo ragione a lasciarla. Avevo già deciso di farlo, ed è proprio questo che le ha fatto perdere la testa. Alzo lo sguardo: - Non mi chiedi per quale motivo io avessi già deciso di lasciarla? - No. Continua il discorso. - Sono seriamente preoccupato per il suo stato mentale. Era in piena crisi isterica quando l'ho vista l'ultima volta: ci stavano caricando su due ambulanze separate, lei con una flebo di calmante, io con un laccio emostatico al braccio. Poi non l'ho più vista. Temo che faticherà molto a riprendersi, ma non posso aiutarla, dato che sono io il suo problema. - Già. So come vanno queste cose. - Mi tempesta di messaggi sul cellulare, un po' mi supplica e un po' mi minaccia, spera ancora che io possa cambiare idea, non si rende conto che certe cose sono irreversibili. Ieri ho buttato via la vecchia sim: adesso ne ho una con un numero che lei non conosce. A proposito, ricordami di dartelo. Mi dispiace trattarla così, ma non posso fare diversamente: devo troncare in modo netto. A parte la scoperta della sua indole violenta, che è stato un vero shock per me, è stata troppo disonesta nei miei confronti. Non è stata l'unica ad essere disonesta, evidentemente, ma per il momento sorvolo su questo particolare. Aggiungo: - Dovrà passare molto tempo prima che possiamo rivederci. A me prima o poi passerà, so come sono fatto: credo che le resterò affezionato come un fratello; ma lei non potrà mai essere mia amica, temo. - Se tu l'avessi amata veramente, probabilmente l'avresti perdonata. - Forse - ammetto, ma subito mi correggo - O forse no. Ci sono cose che non si possono perdonare. Non mi chiede quali. - In un certo senso devo ricominciare tutto daccapo. O piuttosto da un anno fa. Solo che è tutto cambiato. Non mi chiede cosa sia cambiato: cambia argomento. - Che intenzioni hai per i tuoi studi universitari? - È cambiato tutto anche in quello. Niente economia e commercio, ovviamente. Devo essere una mente debole, mi domando come io abbia potuto lasciarmi convincere a fare delle scelte tanto stupide. - Me lo domando anch'io. - conviene lei pacatamente. - Avevamo già versato una caparra per la casa, sai? Un cascinale ristrutturato non lontano dalla casa dei suoi, dove saremmo dovuti andare a vivere dopo sposati. Molto bello, adoro le case di campagna toscane. Ora probabilmente perderemo i soldi. - E quindi cosa farai? - Cosa vuoi che faccia? I soldi me li aveva prestati papà, dovrò restituirglieli in qualche modo. Ma la cosa peggiore è che li perderà anche lei, o meglio i suoi, che glieli avevano messi a disposizione. Mi dispiace tanto, poveretti, sono solo due pensionati. - Dicevo per l'università. - Non ne ho ancora idea, ma sceglierò qualcosa che mi piaccia. Ora però, come ti dicevo, voglio mettermi a lavorare: un lavoro qualsiasi, anche materiale, pur di guadagnare qualcosa. Carlos lavora per un'impresa edilizia, fa il manovale specializzato in carpenteria; gli ho detto di chiedere al suo principale se ha bisogno di un aiutante: poi si vedrà, da cosa nasce cosa. - Cioè, vuoi fare il muratore? Ma sei serio? - Serissimo. - E i tuoi studi? - Quelli possono aspettare. Ho bisogno di soldi, voglio andare a vivere da solo, come avevo già fatto un anno fa prima dell'esame: Carlos mi sta dando una mano a trovare una casa. Non sopporto più l'idea di farmi mantenere dai miei, specie adesso che... - Che? Arrossisco violentemente, ma alzo lo sguardo e pronuncio quelle parole con fermezza: - Adesso che ho un figlio. Antonia si appoggia contro lo schienale della poltrona: la sua espressione si indurisce di colpo, perdendo ogni dolcezza. - Non devi preoccuparti per questo. Al momento dipendo ancora economicamente da Michele, ma presto lavorerò anch'io: il mio libretto universitario è una garanzia, diversi presidi mi hanno già proposto delle supplenze. Penso che ne accetterò una al Gioberti, la tua vecchia scuola: è un buon liceo e non è molto lontano da qui. Blocco immediatamente il suo tentativo di escludermi dal gioco. - Antonia, scusami, non puoi far finta che io non esista. - In che senso? - chiede lei, come se non avesse capito. - Mio fratello non ha nessuna colpa in tutto questo e anzi è la vittima delle mie cazzate, per cui non si vede perché debba assumersi le mie responsabilità, ma invece lo sta facendo; tu hai intenzione di lavorare per mantenere te e il bambino, come se io neanche esistessi. Ma io esisto e so darmi da fare: ho vent'anni ormai. - Ne hai ancora diciannove, Emmanuel, e ti ripeto che non abbiamo bisogno di te. Poso il bicchiere sul tavolino e rimango immobile con il braccio teso per alcuni secondi, cercando di dominare l'irritazione. - Non ci siamo capiti, Antonia. Per me è già abbastanza pesante sapere che hai affrontato la gravidanza e il parto da sola: sono esperienze importanti e avremmo dovuto viverle insieme. Invece io non ne sapevo niente, me ne stavo in Toscana come un coglione, tutto impegnato a costruire le premesse per farmi ammazzare dalla mia nuova fidanzata. - Non ero sola. - ribatte - Tuo fratello non mi ha mai lasciata sola e ha fatto tutto il possibile per non farmi mancare niente. Sorrido ironico. - Michele santo subito. - Puoi dirlo. Perciò vedi, puoi farti la tua vita: non devi sentirti minimamente condizionato da noi. Sto esaurendo la pazienza. - Antonia, facciamo a non capirci? Non sei tu che devi decidere come e con chi mi devo fare la mia vita. Naturalmente tu sei libera di farti la tua con chi ti pare, ma vedi, non è questo il punto: il punto è che sembri non ricordare che quel bambino è anche figlio mio. - Me lo ricordo eccome. - dice lei - E con questo? - Come, con questo? Non ho il diritto di fare il padre? La sua reazione mi sbalordisce: scoppia in una risata schietta e liberatoria. Continua a ridere con le lacrime agli occhi per quasi un minuto, come se io avessi pronunciato la battuta più esilarante del mondo. Poi, asciugandosi le lacrime, dice: - Emmanuel... Non riesce a proseguire: viene colta da un altro conato di risa. - Scusami, ma solo il fatto di collegare il tuo nome con... Ride di nuovo, di cuore e senza cattiveria. Finalmente si ricompone e riesce a parlare: - Bambino caro, tu non sei in grado di fare il padre. La guardo sconcertato. - Scusa, in che senso non sarei in grado di fare il padre? Se intendi dire che sono molto giovane e non ho esperienza, lo so da me: ma dammi il tempo di imparare. - No, non intendo dire questo. Il fatto è che il modello di padre che ho in mente per mio figlio è molto diverso da te. - Per nostro figlio, se permetti. - Il tuo contributo a questa paternità si è limitato a pochi secondi, anche se piuttosto gradevoli. - Grazie della concessione. - Prego. Comunque è tutto lì: non c'è nient'altro. - Come, tutto lì? Non è colpa mia se... - Sì, lo so: non è colpa tua se te lo abbiamo nascosto eccetera. Non riesco più a trattenere il mio risentimento. Sbotto sdegnato: - Ma eccetera cosa? Io non so che diavolo vi siate messi in testa, Antonia, ma una cosa è certa: non sono io quello che si è bevuto il cervello. La vostra disonestà nei miei confronti è stata imperdonabile. Avete fatto fronte comune per tagliarmi fuori, tutti. L'unico che mi ha dato qualche indizio è stato mio fratello, ma non era una caccia al tesoro, cazzo, era la mia vita! Antonia, davvero, ma come hai potuto?