L’indomani, verso le cinque e mezzo, arriviamo a Baldissero, uno dei paesi più belli della collina torinese. Parcheggiamo le nostre automobili in una piazzuola di fianco alla strada; come al solito, lascio i finestrini aperti per Bella. Carlos mi fa strada lungo un sentiero che sale per un breve tratto in leggero declivio sul fianco della collina, ridente e bellissima come un po’ tutta quella zona. - Questa è la nostra casa. - mi dice Carlos, indicando il piano rialzato di una casetta a schiera che sorge sul pendio della collina - L’ingresso è dal balcone. La casa è molto graziosa, ben tenuta, dipinta di un caldo giallo Piemonte, con il tetto spiovente sorretto da travi a vista, infissi di legno color quercia e una scala delimitata da una ringhiera in ferro battuto marrone chiaro, con pochi gradini di pietra che conducono direttamente al terrazzino. Sorrido. - Anche se non me lo avessi detto tu, Carlos, lo avrei indovinato da solo che il vostro appartamento era quello. - Già - conferma. Dai vasi appesi alla ringhiera del terrazzino, strapieno di piante verdi e fiorite, si riversa una spettacolare cascata di gerani parigini rossi e rosa, sapientemente mischiati a rigogliose surfinie color fucsia e viola. La vista è magnifica, di quelle che allargano il cuore: c’è tutto l’amore di Mayra. Salgo i pochi gradini ed entro in casa con Carlos. La sala da pranzo, ampia e arredata con semplicità, ha una cucina a vista di legno chiaro: nell’aria aleggia un buon profumo di vaniglia. Una grossa figura scura, con un grembiule annodato in vita e un turbante di stoffa a fiori in testa, sta armeggiando nei pressi del forno: non dico niente, lascio che si volti. - Bon dia irmùn, vieni che sto tirando fuori il dolce: n faze-u un torta di maçã. Si gira sorridendo con una torta fumante nelle mani, protette dai guanti da forno. La sua bocca e i suoi occhi si trasformano in tre grandi cerchi, per poco non lascia cadere tutto. - Prinsy! - trilla con voce argentina - Ki grandi surpreza, sono tanto kontenti di vederti! Sorrido senza muovermi. Mayra posa il dolce sul tavolo e corre verso di me a braccia aperte: sparisco letteralmente in un abbraccio che odora di pane e di spezie, mi lascio andare a quella sensazione morbida e calda che mi fa sentire a casa. - Come stai, Prinsinho? - Bene, Mayra, adesso bene. Rimaniamo così per un po’, mentre lei mi culla come un figlio e continua a dirmi che è tanto kontenti. Il mio cervello è turbato da una domanda che mi sono posto più volte: perché non capita praticamente mai che una sensazione così appagante si abbini all’attrazione fisica? Se solo potessi sentirmi sessualmente attratto da Mayra, il novanta per cento dei miei problemi sentimentali sarebbe risolto. Con un po’ di presunzione, dò per scontato che lei non mi direbbe di no: sono sicuro che le piaccio. Purtroppo lei non piace a me, come donna intendo; come persona la trovo fantastica, e in questo momento mi rendo conto come non mai che la voglio a tutti i costi nella mia vita: devo solo capire quale ruolo assegnarle. Ci penserò, ma per il momento non ho nessuna voglia di pensare: voglio solo gustare questa dolcezza, lasciarmi viziare e coccolare come un bambino piccolo mentre lei, continuando a ciarlare in quel suo idioma buffo e stravagante, mi fa sedere in poltrona, mi accarezza i capelli, mi dice che sono tanto bunito anche con i capelli più corti, mi mette in mano un piatto con una fetta di torta calda, fragrante e deliziosa, mi appoggia davanti, su un tavolino, un bicchiere di vino bianco dolce, e intanto serve la torta anche a suo fratello, che osserva la scena con benevola ironia. Iniziamo a chiacchierare del più e del meno; naturalmente Carlos e Mayra vogliono sapere qualcosa del mio recente passato, ma io resto sulle generali e mi limito a dire che ho rotto il fidanzamento con Arianna per una serie di sfortunate circostanze. Carlos ha mangiato la foglia e mi fissa con uno sguardo penetrante, ma non fa commenti. Mi chiede spiegazioni a proposito della mia spalla ferita; Mayra, desolata, si batte le palme delle mani sul viso e mi domanda cosa mi sia successo. Preferisco tacere la verità sulla dinamica di quell’evento: non mi va di mettere in piazza che Arianna è impazzita, e men che meno le cause scatenanti di quella pazzia; mi limito a raccontare il mio incidente in macchina, che da solo basta a spiegare il mio ferimento. - Manu, pikolino, - esclama Mayra - devi stare più atento in makina! “Manu”: non ho mai sopportato quel diminutivo, ma, chissà perché, sulla bocca di Mayra mi ispira tenerezza. - Posso chiamarti Manu? - chiede lei con improvvisa esitazione, intuendo il mio pensiero. - Certo - le dico - E io posso chiamarti May? - Chiamami pure come te pare, Prins - risponde lei ridendo. Sento un miagolio provenire da un angolo della cucina: mi volto a guardare e vedo spuntare una testolina da un cestino imbottito orlato da un volant a quadretti bianchi e rossi: è un micio piuttosto anziano, con un occhio solo di un magnifico colore giallo ocra, una mascherina di pelo bianco e nero tipo Gatto Silvestro e un’assurda cuffietta da neonato con i buchi per le orecchie. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere. - Che buffo micio! - esclamo. - Ti piace, Prins? - sorride Mayra. - È bellissimo, Mayra, ma sembra un fumetto. - È Felipe, il mio gatu. Carlos, seduto sul divano, si versa una birra. - L’ho trovato in cantiere: era abbastanza malconcio. Così l’ho preso e l’ho portato a casa da mia sorella. - Hai fatto benissimo - gli dico. - Ha un okio solo perké ha fato tanto batalie con i altri gati maski, - mi spiega Mayra - e adeso si riposa perké è un po’ vekio. Il gatto conferma con un miagolio commosso. Mayra si alza e gli porta una ciotola di croccantini, poi torna a sedersi di fronte a me. - Anch’io ho un animale. - le dico - Un cane. Anzi, una cagna. - Davero, Prins? Oh, kel li é grandi! E dov’è adeso la cana? - Cagna, May - la corregge Carlos. - E io ke ho deto? Carlos, rassegnato, si serve un’altra fetta di torta, lasciandoci alla nostra conversazione fra animalisti. - È in macchina. - Ma ke in makina, Prins, sei louco? Vai a prenderla, poverina, portala qui, ke la volio conosere. - Ma c’è Felipe: a Bella non piacciono i gatti. - No importa, adeso Felipe è ora che va in kaza di duedju, che ci sta benisimo. Non ho assolutamente capito dove dovrebbe andare a finire il povero Felipe. - Eh? - Camera da letto - traduce Carlos. Detto fatto, Mayra si alza, prende in braccio la cesta con il gatto e sparisce dietro una porta. - Valla a prendere - mi dice Carlos. Non me lo faccio ripetere: in due salti scendo lungo il sentierino, faccio uscire Bella dal bagagliaio, le metto il guinzaglio e la porto in casa. L’accoglienza che Mayra fa alla cagna è a dir poco calorosa: le arruffa la testa, le ripete che è tanto belissima, che è proprio kontenti di conoscerla eccetera eccetera: assisto alla scena sorridendo, mentre Bella, dapprima imbarazzata, si scioglie quasi subito a contatto con tutto quel calore e incomincia a scodinzolare felice. Mayra le offre una ciotola d’acqua fresca e un piatto di ritagli di carne avanzata, che Bella gradisce molto. Poi si accovaccia tranquilla su un grosso cuscino che Mayra ha sistemato per lei sul tappeto della sala e sospira soddisfatta. Ora mi sembra tutto perfetto: mi rilasso completamente e mi guardo intorno. - C’è una luce magnifica in questa stanza - osservo. - Sì, - conferma Carlos - l’appartamento è esposto a sud e la luce del sole ci batte fino al tramonto; poi Mayra ha messo alle finestre delle tende con una stampa di fiori gialli che fanno sembrare la luce ancora più calda. - Vero, sono bellissime. Mayra non parla e non ascolta: è distratta da Bella, alla quale sta facendo qualche complimento in una lingua comprensibile solo a lei e al cane. - Questa casetta nel complesso è carina - prosegue Carlos - e l’affitto è onesto. L’unico difetto è che è un piano rialzato, senza giardino. - Be’, - obietto - ma c’è il terrazzo: Mayra lo ha talmente riempito di piante e di fiori che non si sente proprio il bisogno di un giardino. Mayra, che a quanto pare sta ascoltando, si volta verso di me con un’espressione rattristata. - Eh no Manu, il jardino è proprio tuta un’altra kuza. A me mi manca tanto di piantare le piante nela tera. Nela mia isola, a Brava, ci avevo un grande jardino con tanti belissimi fiori. - Sì, - prosegue Carlos - senza contare che in un pezzo di terra ci puoi anche coltivare delle verdure, puoi tenerci qualche gallina e avere sempre delle uova fresche… Insomma, è un’altra cosa. Ormai ci siamo stabiliti qui, ma ho saputo dal mio principale che poco sopra, a San Quirico, c’è una bella casetta di mattoni, libera su tutti e quattro i lati e con un pezzo di terreno recintato. Era la dépendance dei custodi di una villa, ma adesso la villa è in vendita e la casetta non serve più. - San Quirico? - domando. - Sì, perché? È la zona tra Baldissero e Chieri. - Niente, è solo che Arianna e i suoi vivono in un posto che si chiama San Quirico d’Orcia. È una strana coincidenza. - È solo un caso, Principe. - La casetta è in affitto o in vendita? - Tutt’e due, così mi ha detto il ragazzo dell’agenzia che ci ha affittato questa. Però noi ormai abbiamo deciso di restare qui: l’affitto è più basso e tutto sommato ci stiamo bene. - Mi porteresti a vederla uno di questi giorni? Perché io sono alla ricerca di una casetta in affitto. Voglio restare abbastanza vicino ai miei ma andare a vivere da solo. - Sì, certo che ti porto, Principe. Ma perché vuoi andartene via dalla tua villa? - Ti spiegherò tutto con calma. Adesso la cosa importante è andare a vedere quella casa. Mi volto a guardare Mayra con un sorriso. - Se riuscirò a prenderla in affitto, Mayra, il giardino sarà tutto per te. Un’espressione a metà tra incredulità e sorpresa si disegna sul faccione di Mayra. I suoi grandi occhi color oro brillano di un’intensa trepidazione. - Davero, Manu? - Sì Mayra, davvero: sarò felice e orgoglioso di affidarti il mio giardino, non potrei metterlo in mani migliori. - Oh Prinsy… - dice lei, con le lacrime agli occhi. - Non piangere, Mayra, - le dico allegramente - c’è altro da fare di più urgente. - Te lo facio belissimo il jardino, Manu. - Ne sono sicuro. Ora che ci penso, mi viene in mente un’altra cosa. - Cioè? - chiede Carlos. - Quand’ero bambino mio padre aveva comprato un terreno con un capanno più o meno da quelle parti. Appena un po’ più in là, verso Valle Ceppi. - Una bellissima zona. - Sì, ma purtroppo le cose non sono andate come pensava mio padre: lui aveva comprato quel terreno nella speranza che diventasse edificabile, per costruirci una villetta per me o per mio fratello, ma il piano regolatore ha escluso quella zona dalle aree edificabili. Mio padre non ci ha più pensato, ma io ricordo che c’era un prato bellissimo, quasi pianeggiante, in una posizione dominante e magnifica. Il capanno era abbastanza grande, in muratura, e aveva perfino un bagno, anche se era un semplice deposito attrezzi. Mi fissano senza capire: li guardo con l’espressione di chi sta per proporre qualcosa di sensazionale. - Che ne direste di usare quel terreno per noi? Mayra, che ha capito al volo, congiunge le mani e sta per scoppiare di nuovo in lacrime. Carlos, più realista e concreto, mi chiede: - Ma usarlo per cosa? - Per quel che ci pare. - rispondo - In fondo è lì che non serve a niente, in totale abbandono. Non lo so, pensiamoci, facciamoci venire qualche idea. - Prinsy, - azzarda Mayra con voce tremante - io un’idea ce l’avrei. - Dimmi, Mayra. - Sarebe belissimo farci una sèra. - Una che? Carlos traduce: - Una serra. Mayra, tutta rossa in volto, prosegue: - Sì, una sèra per meterci tante piante che mi okuperei io. Sono sicura, Manu, che verebbero belissime e si potrebe venderle alla gente ke gli piaciono i fiori e te potresti guadaniare tanti soldi. Rimango interdetto per un attimo: poi una grande luce si accende nella mia mente. Sento il mio cuore allargarsi di colpo. - Mayra, sei un genio! - esclamo con entusiasmo. - Perké? - Perché sei un genio: la tua idea è fantastica! Carlos scuote la testa, un po’ scettico ma tutto sommato ottimista. Appoggio una mano sulla coscia di Mayra, coperta da una lunga gonna di tela grigia. - Il terreno è tutto tuo, Mayra. Se vuoi, ovviamente. Arrossisce. Abbassa lo sguardo e lo rialza subito, pieno di una luce tenera e commossa. - Io volio sì, Manu, ma solo se ci sei anke te. … Verso le otto irrompo nello studio di mio padre. Solleva lo sguardo dai libri contabili, un po’ sorpreso, e si abbassa gli occhiali sul naso: - Che succede, ragazzo? - Papà, - gli annuncio trionfante - ho trovato il mio lavoro.