Carlos, di nuovo. Non conoscevo Cinzano Torinese: lo confondevo con il Cinzano in provincia di Cuneo, famoso per la produzione dello spumante. Lo vedo oggi per la prima volta e ne rimango incantato: è un ridente paesino di poco più di trecento anime affacciato sulle valli del Monferrato e circondato dalla catena delle Alpi. Non so perché, per raggiungerlo ho fatto il giro da Berzano San Pietro, un altro borgo molto grazioso del circondario, e mentre percorro la stretta strada che congiunge i due paesi, in una splendida giornata di sole, resto senza fiato di fronte all’improvvisa visione del magnifico castello che si staglia contro il cielo limpidissimo di un azzurro indaco, di epoca medioevale, in perfetto stato di conservazione, dominato da un imponente torrione a merlatura guelfa e circondato da un parco ben tenuto in cui spiccano alcuni maestosi ippocastani. Penso che debba essere bello vivere in questo posto. Non sono qui in gita di piacere: Carlos mi aveva detto, quando ci eravamo incontrati a Villa Genero, che lavorava per una ditta che aveva a che fare con mio padre; ho chiesto informazioni a mio fratello e sono venuto a sapere che si tratta semplicemente di un’impresa di San Mauro che di recente ha risistemato il tetto della nostra villa, danneggiato da una violenta grandinata. Sono saltato sul mio vecchio motorino e sono andato personalmente nell’ufficio del titolare, presentandomi con una stretta di mano che mi è costata una dolorosa fitta alla spalla, stoicamente dissimulata; gli ho detto che sono il figlio dell’ingegner Kellermann e lui ha annuito con un sorriso, confermando di ricordarsi perfettamente di mio padre. Gli ho chiesto se ci fosse tra i suoi operai un certo Carlos Dos Santos, ricevendone risposta affermativa; gli ho detto di essere un suo vecchio amico e di essere intenzionato a rintracciarlo: sono così venuto a sapere che in questo momento Carlos sta lavorando con altri alla costruzione di un muraglione di cemento armato a sostegno di un campo da tennis per una villa di Cinzano; non ho perso tempo e appena ritornato a casa sono saltato sul mio Suzuki Vitara color kaki, caricando Bella nel bagagliaio e sistemandola sul suo comodo materasso: viaggia molto volentieri in automobile, come la maggior parte dei cani. Sono grato a mio padre per avermi comprato questo fuoristrada di seconda mano; è la macchina che fa per me, robusta e senza pretese: mi sento come un cow boy in sella al suo vecchio cavallo. Mio padre mi ha fatto promettere che sarei stato attentissimo a non ripetere l’exploit della BMW e io gliel’ho giurato: è una cosa di cui mi vergogno molto; me ne vergogno a maggior ragione perché i miei non me l’hanno fatto pesare, e in più mi hanno comprato questa macchina, spacciandola per un regalo di Maturità. Non è costata gran che, ma è molto più di quanto meritassi. Mi vergogno anche del mio indegno comportamento con Carlos: la freddezza con cui l’ho trattato l’ultima volta che ci siamo visti, la mia battuta acida e cattiva sulla notte delle stelle cadenti, Non credo che mi sarei permesso un comportamento del genere con un uomo bianco del mio stesso ceto sociale. Questo pensiero mi disturba profondamente, è una mentalità che non mi appartiene: cosa diavolo mi è successo? Ma io non sono così, dannazione, non sono così: non lo sono mai stato e di sicuro non incomincerò ad esserlo adesso. Sì, ho molto da farmi perdonare: sento il bisogno di rivederlo, di riabbracciarlo; e sento anche, più forte di quanto pensassi, il desiderio di rivedere Mayra e il suo faccione largo e sorridente. Sento che mi vogliono bene, anche se ho una gran paura di sbagliarmi. Del resto, fra poco lo saprò. Mi presento sul posto poco prima di mezzogiorno: a quell’ora gli operai dovrebbero staccare per la pausa pranzo. Avvisto il cantiere: non è difficile individuarlo, il muraglione è davvero orrendo, un pugno negli occhi, uno sfregio intollerabile in quel paesaggio incantevole: e tutto per permettere a qualche nuovo ricco di costruire il suo campo da tennis in posizione panoramica. Mi vengono in mente reminiscenze liceali, il giovane re Erisittone e la sua assurda pretesa di abbattere un bosco sacro a Demetra per farci una radura dove poter organizzare i suoi picnic: lo stolto principe era stato punito dalla dea in modo esemplare. Parcheggio il Suzuki sul ciglio della strada, lasciando i finestrini aperti per Bella: non c’è pericolo che salti giù dal fuoristrada, ho fatto subito installare una rete di protezione tra il bagagliaio e il sedile posteriore. Mi avvicino alle impalcature, ma non vedo traccia di Carlos. Alla base del muraglione avvisto un ragazzo più o meno della mia età, alto e snello, un bel tipo, certamente meridionale, con un’aria solare e scanzonata: indossa blue jeans sporchi di cemento e una maglietta bianca con le maniche arrotolate che gli scoprono le spalle muscolose; ha una massa di riccioli neri su cui è appoggiato un cappellino di carta a forma di barchetta. Mi avvicino sorridendo e gli chiedo dove posso trovare il signor Dos Santos. Mi rivolge uno sguardo divertito: - Signore chi? Vuoi dire Carlos? - Sì, perché? Alza lo sguardo e si porta la mano alla bocca a mo’ di megafono. - Ehi, signor Dos Santos! Sei desiderato dabbasso. Alzo a mia volta lo sguardo: dall’ultimo piano del ponteggio, invisibile perché nascosto dalle assi dell’impalcatura e da una rete ombreggiante verde, vedo sbucare un folto ciuffo di dreadlocks legato da un elastico bianco. - Carlos! - esclamo, senza riuscire a trattenere la gioia. Un viso a me ben noto si sporge a guardare in giù. Dopo un attimo di perplessità, sulle sue labbra si disegna un largo sorriso. - Principe! - Carlos… Scende subito e corre ad abbracciarmi, pulendosi sui jeans le mani sporche di malta e cemento. Ricambio il suo abbraccio senza parlare. Sono molto commosso, lui lo capisce e non mi fa nessuna domanda: la mia presenza lì dice tutto. Il ragazzo dai riccioli neri commenta la scena con un fischio ironico. Il suo abbraccio è così energico che mi provoca un’acuta fitta alla spalla ferita: non riesco a trattenere un gemito. - Cos’hai? - Ho avuto un piccolo incidente, niente di che. Poi magari ti racconto. - C’è la pausa pranzo: mi fai compagnia? - Sì, certo. Mi dà una pacca sulla spalla, per fortuna quella sana. - Andiamo a farci un panino e una birra al bar Renato? - Volentieri. Dov’è? - A Gassino, dieci minuti da qui. Raggiungiamo le nostre automobili: lui ha ancora la sua vecchia Cinquecento, io gli mostro il mio fuoristrada e gli presento Bella, seduta nel bagagliaio. - Questo è il mio cane: è una femmina, si chiama Bella. - Che bestione! - Sì, è abbastanza grossa, ma è molto tranquilla. - Seguimi Principe, ti faccio strada. Pochi minuti più tardi siamo seduti ad un tavolino all’interno del bar Renato: è un locale piacevole, pulito e ben tenuto, con un grande dehors terrazzato, collocato in posizione strategica sulla provinciale in prossimità di un semaforo. Il proprietario, omonimo del locale, un bell’uomo sulla quarantina con i capelli rasati quasi a zero, si avvicina sorridente a noi. - Cosa prendete, ragazzi? Carlos ordina un panino al prosciutto e formaggio e una birra; io, incuriosito dalla vetrina dei gelati artigianali, opto per una grossa coppa crema e cioccolato accompagnata da una spremuta di arancia. - Vai sul dolce? - chiede Carlos. - Sì, sono sempre stato goloso di dolci. - Come i bambini. - Ho dei gusti infantili. - Allora più tardi ti porto a casa nostra a trovare Mayra, che ne dici? Lei di sicuro non ti farà mancare un dolce, li prepara tutti i giorni. - Con molto piacere, Carlos. - A forza di mangiare dolci mia sorella sta ingrassando come una foca: deve darsi una calmata, altrimenti non troverà mai un fidanzato. - Tua sorella è perfetta com’è: ci siamo frequentati poco, ma conservo un ricordo molto vivo di lei. E poi che bisogno ha di un fidanzato? Lei sta bene con te. - Sì, lo so: anch’io sto bene con lei, anzi benissimo. Finirà che non ci sposiamo né io né lei. - Non è mica obbligatorio sposarsi, Carlos. Ma dove abitate adesso? - In collina, nella zona di Baldissero. - Lo conosco, è un posto magnifico. Nel frattempo sono arrivati il panino e la coppa di gelato, con una cialda di biscotto infilzata nella crema. Iniziamo a mangiare. - Questo gelato è delizioso - commento con un mugolio di piacere. - Cosa fai di bello adesso, Principe? Ti sei iscritto all’università? - Per adesso no. Ho rotto il fidanzamento con Arianna e ho cambiato completamente i miei programmi. - Davvero? E perché? - È un po’ lungo da spiegare, magari un’altra volta. - Come vuoi, Principe. - Adesso ho solo bisogno di trovare al più presto un lavoro. Uno qualsiasi. La mia vita è cambiata e devo assolutamente cominciare a guadagnare qualcosa. Sai per caso… - esito, imbarazzato. - So per caso cosa? - Sai per caso se il tuo principale abbia bisogno di un aiuto-muratore? Un sorso di birra gli va di traverso. - Principe, non ho capito: mi stai dicendo che vuoi fare l’aiuto-muratore? - Aiuto-muratore, imbianchino, cameriere, rappresentante di commercio… Mi sta bene qualsiasi cosa in questo momento. - Ma si può sapere cosa ti è successo? - Poi te lo spiegherò. Puoi aiutarmi? - Così sui due piedi non so cosa dirti, Principe, ma mi informerò. Una cosa però posso dirtela subito: con la spalla in queste condizioni non puoi fare nessun lavoro di fatica. - Guarirò presto, Carlos: sono già migliorato molto. Vedendomi teso appoggia una mano sulla mia, tentando di scherzare. - Ti ricordi quando mi hai detto che potevamo organizzare uno spettacolino per signore sole nei locali notturni? Be’, quello sarebbe un modo veloce per fare soldi: le occasioni non mancano. - Non ne dubito, Carlos, e magari ci divertiremmo anche: ma non vorrei che fra quelle signore sole ci fosse qualche amica di mia madre, non so se mi spiego. Mi dà una pacca sulla mano, ridendo. - Scherzavo, Principe. - Sì, però… Succhio pensosamente il cucchiaino del gelato, mentre un’idea mi attraversa il cervello. - Però cosa? - Lo spogliarellista magari no, però forse potrei provare a fare il fotomodello. Pagano bene, per quanto ne so. - Di sicuro il fisico non ti manca, Principe. - Neanche a te, se è per questo. Mi informerò. Ad ogni modo per il momento preferisco fare l’aiuto-muratore, così stiamo di nuovo un po’ insieme: quel muraglione al quale state lavorando è orrendo, ma la zona è bellissima e l’idea di lavorare all’aperto non mi dispiace. - Hai ragione, il muro fa schifo, ma il posto è davvero bello. Proverò a parlarne con il titolare, Principe, e ci metterò una buona parola. - Grazie Carlos, davvero. - Ora torno al lavoro. Se domani ripassi da quelle parti ti accompagno a casa nostra, così vedi dove abitiamo. - Perfetto. Però, per favore, non dire niente a tua sorella: voglio farle una sorpresa. - Okay, Principe. Stacchiamo alle cinque: ci vediamo lì domani a quell’ora. - Contaci.