Il mio nuovo cane - Lo sapevi che Torino è la città italiana con più animali? - Davvero, papà? - Sì. In base a recenti statistiche risulta che almeno il sessanta per cento dei torinesi convive con uno o più animali domestici, di solito cani, ma anche gatti, conigli e altro. - Questo mi fa piacere. - E poi i canili del Torinese sono famosi per la civiltà del loro trattamento nei confronti dei loro ospiti. Lo vedrai tra poco all’ENPA di Chieri: è considerato un canile-modello. È anche un gattile, a dire il vero. - Per questo mi porti lì? - Sì, per questo e anche perché è abbastanza vicino per noi. Ho preso appuntamento con la direttrice ieri. È una donna in gamba ma severa: non dà nessun cane a chi non la convince. - E fa bene. - Non essere così nervoso, Emmanuel… Hai la gamba sinistra che ti trema. Mi fai vibrare la leva del cambio. - Scusami papà, effettivamente sono nervoso. Non vorrei che il mio fosse puro egoismo. Cosa succederebbe se io e il nuovo cane non ci piacessimo? Con Tegame era stato amore a prima vista, ma con un altro cane non so come andrà… E non esiste proprio di riportarlo indietro: una volta che prendi un cane devi tenerlo con te. Ma ho paura che sia come con una ragazza: se non fa per te ci resti tuo malgrado, cerchi di fartela piacere, ma le cose non funzionano come dovrebbero. - Sei condizionato dalle tue recenti esperienze, Emmanuel, ma con un cane è tutto diverso e più semplice: dovrai solo stare attento a sceglierne uno che ti ispiri simpatia. Scrollo la testa. - No, no, papà. Te l’ho detto, non funziona così. È una specie di magia che o c’è o non c’è. Per questo sono preoccupato. - Ora però piantala di rosicchiarti le unghie. Cerca di stare calmo e fai un bel respiro. Mi appoggio allo schienale dell’automobile e chiudo gli occhi, cercando di respirare profondamente. Sento il bisogno di cambiare argomento. - Mi pare che la macchina vada bene: il motore ha un bel suono - dico. - Sì, il meccanico e il carrozziere hanno fatto un buon lavoro. Il meccanico me l’ha suggerito Michele, dice che è uno dei migliori del Piemonte. - Michele oggi dov’è? - È andato di nuovo a trovare Antonia. Io non lo capisco, ti giuro: sono rimasti in ottimi rapporti e lui sembra molto legato al bambino. Antonia gli ha chiesto di fare il suo padrino di battesimo e Michele ha subito accettato. Non lo so, c’è qualcosa di strano in questa storia: a volte mi viene il dubbio che il figlio sia suo. Scuoto stancamente la testa. - No papà, non è suo. Se lo fosse non si sarebbero lasciati: lo sai com’è fatto Michele. - Michele ci teneva ad avere figli: forse gli piace fare il papà, chissà… Lo faceva un po’ anche con te quando eri piccolo. Però è giovane, di figli potrebbe averne con Laura: non capisco questo suo attaccamento per quel bambino, davvero. - Sì, è strano. Comunque non è figlio suo, te lo assicuro. - E tu cosa ne sai? - Ne abbiamo parlato, papà. - In effetti, se Antonia fosse rimasta incinta di lui, probabilmente avrebbe avuto due gemelli. Mi volto a guardare mio padre con stupore. - Due gemelli? E perché? Sorride. - Per il salto di generazione. - Non capisco, papà. - Si dice che la gravidanza gemellare salti una generazione: tua madre ed io non abbiamo avuto gemelli, per cui è probabile che tu o Michele ne abbiate. - Ma scusa, perché? - Perché tua madre aveva una gemella. Non lo sapevi? Rimango senza parole. - No, papà… È la prima volta che lo sento dire. Davvero la mamma aveva una gemella? - Sì, anche se non monovulare: era diversa da lei, con gli occhi azzurri ma bruna. Continuo a fissare il profilo di mio padre a bocca spalancata. - Ma... ma dov’è finita la gemella? - balbetto infine. - Purtroppo è morta quando era molto piccola, Emmanuel. Mi raccomando, acqua in bocca con la mamma: è un ricordo dolorosissimo per lei. Per questo non ne parla mai. - Certo papà, non le dirò niente. Questa è davvero una sorpresa incredibile per me. - Lo so. Non sapevo se dirtelo, ma ormai sei grande ed è giusto che tu sappia anche queste cose. - Ad ogni modo non è mica detto che il parto gemellare si ripeta dopo una generazione. - No, certo, non è una regola fissa. - Nel caso di Antonia, per esempio, non è successo. Mi mordo fortissimo la lingua: come posso essere così stupido? - In che senso, scusa? - No, dico… Nel caso di Antonia è ancora più evidente che il padre non è Michele, appunto perché non ha avuto due gemelli. Mio padre sembra poco convinto del mio ragionamento, che in effetti fa acqua da tutte le parti: annuisce benevolmente e non risponde. Anch’io mi chiudo in un ermetico silenzio, tutto assorbito da un pensiero: ho rischiato di mettere al mondo due gemelli senza neppure saperlo. Intanto siamo quasi arrivati al canile: lungo la provinciale Chieri-Andezeno mio padre svolta a destra e imbocca una strada sterrata che si perde fra i campi ancora verdi. La giornata è mite e soleggiata, l’impressione che mi fa quel luogo è positiva, rasserenante. Poco prima di arrivare nell’ampio parcheggio vedo sulla mia destra una serie di ampi recinti con delle belle cucce riparate da tettoie, in cui alcuni cani di grossa taglia vengono lasciati liberi di muoversi all’aperto: ammiro la scena e penso che questi animali sono molto più fortunati della maggior parte dei loro colleghi abbandonati, fermo restando che nessun cane è davvero felice se non ha l’affetto di un essere umano. Ed è proprio questo che mi angustia: sarò capace di voler bene ad un nuovo cane? Ho dimostrato fin troppo chiaramente di non essere in grado di amare a comando: la delusione dell’esperienza con Arianna è bruciante, profonda l’amarezza per il male che le ho fatto. Forse dovrei trovare il coraggio di restare solo, visto che non sono in grado di fare del bene alle creature che mi stanno accanto. - Non scendi? - mi dice mio padre aprendomi la portiera. - Sì, papà. Mi sento le gambe molli. Avanziamo verso il cancello di ferro battuto verde, dietro il quale un bastardino peloso ci accoglie abbaiando e scodinzolando. Intravedo i box dei cani dietro la costruzione quadrangolare con tetto a pagoda che funge da ufficio. Mio padre suona il campanello: viene ad aprirci una signora di mezza età con i capelli grigi corti, gli occhi azzurro ghiaccio e un aspetto estremamente deciso, che mi percorre subito da testa a piedi con uno sguardo ai raggi x. Mi sento messo a nudo, colto in fallo, come se quella donna fosse in grado di leggere tutte le mie insicurezze dentro di me. Per fortuna mio padre è sereno e deciso: le stringe la mano, le ricorda l’appuntamento e scambia con lei parole di circostanza, mentre la signora lo guida verso l’interno dell’ufficio. Li seguo meccanicamente. Nell’ufficio ci sono tre cani accoccolati per terra e su una poltroncina, evidentamente di casa. Sorrido nel vederli, ma non riesco ad ascoltare niente di quello che si dicono mio padre e la direttrice: le mie orecchie sono frastornate dall’abbaio che sento provenire dai box. Mi rendo conto che scegliere un cane in mezzo a tutte quelle bestie sfortunate è impossibile e sfacciatamente egoistico: cambio di colpo idea e penso che sarebbe molto meglio che mi proponessi come volontario. Sto per dirlo a mio padre, ma sento che nel frattempo sta già prendendo accordi con la signora. - Mi avete detto che non avete preferenze a proposito della razza, della taglia e dell’età, vero? Perciò vi faccio accompagnare direttamente nella zona dei cani di taglia medio-grande, quasi tutti un po’ anzianotti. Cominciate a dare un’occhiata e poi ne riparliamo. La signora ci affida ad un giovane inserviente dal naso aquilino, con i capelli riuniti in una coda di cavallo e occhialetti rotondi da intellettuale, che indossa una tuta grigia con le bretelle e degli stivali di gomma verdi; il ragazzo ci fa strada verso la zona indicata dalla direttrice. Lo seguo come un automa, cercando di non ascoltare l’abbaio di quelle creature prigioniere, e mi domando cosa diavolo mi sia saltato in mente di chiedere a mio padre di portarmi al canile: in questo momento vorrei essere in qualsiasi altra parte del mondo. Osservo i musi di quei poveri animali che si protendono verso di noi, chi abbaiando, chi scodinzolando; nonostante la pulizia dei box c’è un forte odore di urina, che mi stordisce e mi dà la nausea; il ragazzo ci spiega che fra poco arriveranno i volontari per portarli a fare la passeggiata quotidiana e che è per questo che sono così agitati. Annuisco senza commentare. Mio padre intanto continua ad indicarmi questo o quel cane, chiedendomi se mi piaccia e mostrandomi quali sono i suoi preferiti. Non riesco a fargli capire che non bisogna “preferirne” nessuno. Non riesco a dirgli assolutamente niente. Lui mi guarda stupito e non capisce cosa mi stia succedendo. Ad un tratto, mentre passo in rassegna i box come in trance, vedo una massa pelosa accucciata sul pavimento di una grossa gabbia. - Quel cane cos’ha? - chiedo al ragazzo. - Quello? Non cammina. - Non cammina in che senso? È paralizzato? - No, non è paralizzato e nemmeno troppo vecchio. Però non cammina, non gli piace andare a spasso con i volontari. - Non è possibile, - obietto - a tutti i cani piace andare a spasso. - A lei no. - Ah, è una femmina? - Sì, una femmina di circa otto anni. L’hanno portata qui con sei cuccioli, che siamo riusciti a sistemare: lei però no. È troppo grossa e troppo anziana per piacere alla gente. - Ma gli occhi li ha? Il ragazzo ride. - Sì, certo che li ha: non si vedono perché sono nascosti dal pelo. Ha bisogno di essere tosata. Mio padre incomincia: - Emmanuel, non vorrai… Lo interrompo: - Posso provare a farla camminare? L’inserviente sorride e apre il cancelletto del box: - Ci provi, se vuole, ma temo che resterà deluso. Entro nel box e mi avvicino alla massa di pelo. Con cautela le accarezzo la testa. - Ciao, Bella - le dico sorridendo. Non reagisce. Estraggo il guinzaglio che tengo in tasca, lo aggancio al suo collare e provo a tirarla un po’: non ne vuol sapere di alzarsi. Azzardo una strategia. - Bella, questo è un posto noioso, non trovi? Fuori c’è il sole. Mi accompagneresti a fare una corsa? Con l’aiuto dell’inserviente riesco a fare uscire la cagna dal box. Trascina svogliatamente le zampe e mi segue a fatica, continuando a sedersi per terra ogni tre passi. - Sveglia, Bella! - esclamo - Vieni, non farti tirare. Mi segue trascinandosi fino alla stradina esterna, che fiancheggia un campo di granturco, e si siede di nuovo. - Fine della corsa - dice il ragazzo, sorridendo e stringendosi nelle spalle - Fa sempre così. - Emmanuel, - comincia mio padre - devi renderti conto che… Tronco gli indugi. Fisso la cagna a braccia conserte e le dico severo: - Così non va, Bella: io ho bisogno di correre, capisci? Se io fossi un tuo cucciolo non mi insegneresti a camminare? Forza, portami a correre! La tiro leggermente per il guinzaglio ed inizio a correre lungo la stradina. Del tutto inaspettatamente, la cagna si mette a trotterellare al mio fianco. Allungo il passo e corro più veloce, lanciandola al galoppo. Dopo qualche centinaio di metri inverto la marcia e la riporto, sempre di corsa, davanti al cancello del canile. - Ottimo lavoro, Bella, grazie! - esclamo ansante, dandole un’amichevole pacca sulla testa. Per la prima volta la cagna apre la bocca in un largo sorriso. Mio padre e l’inserviente sono rimasti a bocca aperta ad osservare la scena. - Sa camminare - dico sorridendo ad entrambi. … - Questo animale ha bisogno di una bella ripulita - brontola mio padre, sulla via del ritorno. - Sì, papà, ed anche di una buona tosatura: non si capisce bene dove incomincia e dove finisce il cane. Vero, Bella? Mi volto a guardare Bella, che, dignitosa e composta, sta seduta sul sedile posteriore e finge di non avere sentito. - È inutile che fai finta di niente, - le dico - lo so che mi hai sentito. - Ma questo cane è muto? - chiede mio padre perplesso. - Non lo so. Sei muta, Bella? La cagna risponde con un “Woof” baritonale. - No papà, non è muta. - Ha una brutta voce, in ogni caso. - Be’, non è che debba andare a un concorso per belle voci. - Le hai messo l’antipulci? Perché mi sento prudere le caviglie. - Sì, gliel’ho messo subito. Ad ogni modo la porterò domani stesso dalla tosatrice, che le farà anche un bagno antipulci. A proposito, grazie per esserti occupato di tutte quelle noiose pratiche. - Di niente. In effetti c’erano da compilare e firmare un po’ di moduli, e poi il libretto del cane con le vaccinazioni eccetera eccetera. - Non credevo che adottare un cane fosse così complicato: Tegame l’avevo comprato al mercato di Porta Palazzo. - Ah, questo non me l’avevi mai detto! - Lo so. Mi vergognavo un po’ di dirvelo: le cose sono andate in modo strano, non avevo nessuna intenzione di comprare un cane quel giorno. È andata così. È come quando ci si innamora: non si sa mai quando e perché capita. - Ma tu non sei mai stato innamorato. - Di Arianna no. Però sono stato innamorato. - Davvero? E di chi? - Ho avuto le mie storie, pa’. - Va bene, non voglio ficcare il naso nelle tue faccende private. Comunque, anche in questo caso le cose sono andate in modo ben strano, direi. - Sì, è stato diverso ma quasi altrettanto strano. - Per un paio di settimane dovrai fare attenzione: hai sentito la direttrice, ha detto che manderà a controllare come viene trattato il cane. - Non credo che troveranno da ridire sul trattamento, papà: una volta tosata, spulciata e ripulita, Bella dormirà in camera mia, come faceva Tegame. - Dobbiamo fare attenzione a Olaf e Marina: potrebbero non gradire la presenza della nuova arrivata. - Lo so, papà, ma è un problema temporaneo: ho intenzione di trasferirmi in una casetta tutta mia, con un po’ di giardino, appena avrò trovato un lavoro. Mio padre si volta a guardarmi stupito e contrariato. - Cosa? Vuoi andartene di casa? - Sì, papà, ma non andrò lontano. Sento il bisogno di avere una mia indipendenza, ma resterò nei paraggi. E poi, prima dovrò trovare un lavoro. - Ma che lavoro vuoi trovare, senza nemmeno uno straccio di laurea? - Papà, - gli dico con tenerezza - non preoccuparti: prima o poi mi laureerò, ma la mia laurea sarà di quelle inservibili. Sai quelle cose tipo lettere o filosofia o storia dell’arte, roba che se non fai l’insegnante non serve a niente: e io di certo non voglio insegnare. Quindi, prima devo trovare un lavoro per mantenermi, uno qualsiasi. - Ma possiamo mantenerti noi! - Ti ringrazio moltissimo, papà, ma sento l’esigenza di imparare a mantenermi da solo. Sono stufo di pesare su di voi, ho fatto solo casino finora. - Emmanuel, lo sai che ti vogliamo bene e saremmo disposti… - Lo so, papà. Vi voglio bene anch’io. È solo che voglio… voglio crescere, ecco. Io non sono come voi, lo sapete, non posso seguire la vostra stessa strada: non sarò mai un commercialista né un consulente finanziario né un imprenditore… a meno che io non riesca a trovare un tipo di impresa che fa per me. Allora forse, chi lo sa. Ma devo trovare la mia strada, capisci? Mio padre non risponde nulla, ma vedo che fa segno di sì con la testa: credo che abbia capito. - E quindi, per tornare a Bella, lei avrà un giardinetto tutto per sé. Spero presto. Mio padre è rattristato. - Emmanuel, sei stato lontano per tanto tempo… Gli appoggio una mano sul braccio. - Non sarò affatto lontano, te lo prometto: al massimo una quindicina di chilometri. Venti minuti di macchina, non di più. Mio padre sorride. - Allora va bene, ragazzo. E domani andiamo a scegliere il tuo fuoristrada di seconda mano, con un bel bagagliaio per farci stare quella specie di cane. - Grazie, papà.