Fratelli (15 settembre 1997)   - Ecco fatto: stai comodo? - Sì Teresa, comodissimo, grazie. Sono seduto in poltrona con un cuscino dietro la schiena appena aggiunto da lei. - Hai la mano un po' gonfia, Manuelito. La benda stringe troppo, vuoi che te la allarghi? Sorrido: era da quando avevo cinque o sei anni che non mi chiamava più con quel diminutivo. - No, credo che debba stare così, Teresa: l'hanno sistemata i medici all'ospedale. Il gonfiore è normale, e anche l'ematoma: è una reazione al trauma e all'operazione. Teresa mi versa una tazza di cioccolata calda. Mentre ritorna in cucina la sento sospirare ahi santísima madre de Dios. Mia madre scende dal piano di sopra e mi si avvicina sorridendo: - Tutto bene, tesoro? - Sì mamma, sto benissimo, non preoccuparti. - Non era proprio il caso che ti facessi di nuovo male, Emmanuel: non ti sei ancora del tutto ripreso dall’incidente in macchina. - Non mi ero fatto quasi niente quella volta, mamma: ho avuto fortuna. Solo qualche livido e una caviglia slogata, ma con una buona fasciatura riesco a camminare lo stesso. Mi dispiace solo per la macchina di papà… - Il meccanico la sta riparando: dice che il danno non è poi così grave come sembrava. - Mi dispiace tanto, davvero. - Non riesco a capire come tu abbia fatto a farti così male: d’accordo, stavate litigando, ma tu sei più alto e più forte di lei… - Mamma, è stato un incidente assurdo: in pratica siamo caduti malamente a terra tutti e due rovesciando il comodino e sopra c’era quel maledetto coso: me lo sono ritrovato nel collo senza neppure accorgermene. - Non ci credo, Emmanuel, non me la racconti giusta: come diavolo hai fatto a piantarti quel coltello nel collo? Sei caduto a faccia in giù sul comodino? - Non era un coltello. - Vabbè, quello che era. - È solo che io sono una calamita di guai, mamma: sembra che tutte le cose stupide e pericolose capitino a me. Sospira. - Non ci pensare adesso, riposati. Mia madre è felice che io sia tornato, anche se le circostanze del mio ritorno sono state tutt'altro che positive: non vedeva di buon occhio il mio trasferimento in provincia di Siena, anche se faceva buon viso a cattivo gioco. Ora si sente sollevata e si vede: fatica a mascherare la gioia, e lo fa solo per riguardo nei miei confronti: sarebbe indelicato gioire per le condizioni in cui mi trovo. Tira le tende per schermare la luce del sole, mi accarezza teneramente i capelli, mi dà un bacio sulla fronte ed esce dal salotto. Bevo un sorso di cioccolata, appoggio la testa contro lo schienale della poltrona e cerco di rilassarmi; il pomeriggio di settembre è tiepido, dal campo da tennis mi arriva il suono familiare del palleggio: mio fratello sta giocando con un suo amico. Le sensazioni che provo sono piacevoli e in questo momento non ho bisogno d'altro. La mia mente rifugge dal pensiero del recente passato con autentico orrore: non so se e quando mi riprenderò da questo shock, non so se riuscirò mai più a vedere Arianna. Nonostante tutto provo pena per lei: so che soffrirà tremendamente, ma non posso fare nulla per impedirlo. Non riesco a pensare neppure ad Antonia e al bambino: in questo momento tutto mi sembra lontanissimo e irreale. Non è il mio fisico che mi preoccupa, ma il marasma totale della mia psiche: non ho più certezze, non ho più scopi, non sento più niente. È come se una bomba fosse esplosa dentro di me: sono seduto in mezzo ai detriti, prendo in mano i frammenti uno dopo l'altro e non so dove metterli, non li riconosco, non riesco a ricomporre il puzzle. Sopravvivere senza soffrire è il traguardo più ambizioso che io riesca a prefiggermi. Mentre mi lascio cullare ad occhi chiusi dalle sensazioni familiari della mia casa, nella mia mente un'immagine fluttua, si coagula, si deposita: Carlos. Dov'è finito? Devo tornare a cercarlo appena possibile; credo che sia l'unico vero amico che io abbia mai avuto, ma in questo stato confusionale potrei sbagliarmi: non so più cosa sia vero o falso, non so più niente di niente. Mio fratello ha finito la partita: lo sento camminare sulla ghiaia del giardino. Entra in salotto in maglietta e pantaloncini bianchi e appoggia la racchetta contro la parete. - Com'è andata?  - gli chiedo. - Ho vinto, ma di stretta misura. Alex è un osso duro. - Dov'è adesso? - Se n'è andato, ci vediamo al circolo dopo cena. Mi si avvicina e mi appoggia affettuosamente una mano sul braccio sano. - Come va la spalla? Mi correggo: se c'è una cosa che so, ormai con certezza, è che mio fratello mi vuole bene. Mi domando con stupore e vergogna per quale motivo io non abbia mai provato rimorso nei suoi confronti in tutti questi anni: al netto di tutte le paranoie demiurgiche, mi sono comportato in modo indegno con lui e non me ne sono mai pentito. No, proprio mai: mi sono dato mille alibi e ci ho creduto sul serio. Adesso mi sento scoppiare il cervello al pensiero che ho distrutto il suo matrimonio per una donna che oltre tutto non mi vuole, non mi ha mai voluto, e che lui mi ha perdonato. Più che di perdono, credo che si tratti di compassione: sono il fratello perdente, come giustamente mi aveva definito Gerti (a proposito, dov’è? Come sta?); penso che mi consideri uno stupido, e non a torto. Ora poi non è difficile compatirmi: sono ridotto a un rottame. Una strana commozione mi serra la gola; accenno ad un sorriso, ma mi viene fuori una smorfia. Michele equivoca, pensando che sia dovuta al dolore. - Ti fa così male? - mi chiede. Cerco di dissimulare il mio stato d'animo. - Sì, mi fa male, ma è assolutamente sopportabile. Non è questo. - E cos'è allora? - È che sono un po' preoccupato. - Per cosa? - Per il tendine. Non riesco più ad alzare il braccio destro come il sinistro. Ho paura che non tornerà mai più come prima. - Credo che sia solo questione di tempo, fratellino: tempo e fisioterapia. Per fortuna sei mancino: potrai continuare a giocare a tennis senza problemi. Mi arruffa i capelli, si siede di fronte a me e mi guarda. Vorrei che se ne andasse, non ce la faccio più a dominarmi. Volto il viso di lato e chiudo gli occhi come se volessi riposare, ma le lacrime traboccano e mi rigano il volto. - Cos'hai? - mi chiede Michele, chinandosi su di me. Allungo le braccia verso di lui, ma una fitta di dolore blocca il mio gesto sul nascere. - Piano, attento - mi dice lui. Poi, comprendendo la mia intenzione, mi abbraccia. Scoppio in lacrime sulla sua spalla. Lui mi tiene abbracciato dandomi delle piccole pacche sulla schiena come si fa con i neonati per farli digerire, senza dire niente: mi lascia sfogare e intanto ripete "su, su...­", il massimo di tenerezza consentitogli dal suo profilo di vero uomo nei confronti di un altro uomo, sia pure un mezzo uomo come me. Dopo alcuni minuti i miei singhiozzi si calmano: lui mi porge un fazzoletto, con cui mi asciugo gli occhi e mi soffio il naso, ma subito torno ad affondare il viso sulla sua spalla. Ho l'affanno e il batticuore. - Michele, - gli dico ansimando - io non so... non so proprio... - Cos'è che non sai? - Mi vergogno, non so come ho potuto... Sorride. - Raccontarmi tante bugie? Faccio segno di sì. - Mi dispiace, Michele, mi dispiace tantissimo... io... ti chiedo scusa, lo so che non potrai... Mi stringe energicamente a sé. - Aspettavo da tempo che tu mi dicessi una cosa del genere: adesso l'hai detta e va bene così, non c'è altro da dire. Sei un bravo ragazzo. Ora devi solo cercare di star bene, fratellino. - Ma no che non va bene, non va bene per niente! - protesto - E non sono affatto un bravo ragazzo: ho fatto solo casino, ho fatto del male a... a tutti... tutti... e adesso... Scoppio di nuovo in lacrime. Lui mi massaggia la schiena. - Emmanuel, - mi dice con fermezza - se le cose sono andate così, è perché evidentemente dovevano andare così. Eri innamorato, hai perso la testa. E non avresti potuto fare nulla da solo, se altri non ti avessero assecondato. Apprezzo la delicatezza di quell'"altri". - Ma non è successo niente di grave, - riprende lui - per fortuna stiamo tutti bene: anche tu fra poco starai bene. Mi allontano un po' da lui per mostrargli le mie mani, battendo i denti in preda a un'ansia incontrollabile. - No, non sto bene. Sto malissimo. Malissimo dentro. Non capisco più niente, ho la testa nel pallone e mi tremano le mani: guarda, sembra che io abbia il morbo di Parkinson. - È normale, sei sotto shock: ma ti passerà. Vieni qua. Mi abbraccia di nuovo, con una tenerezza per lui insolita. - Vorrei che tu non fossi così seduttivo - mi dice. - Come? - Sì Emmanuel, sei tremendamente seduttivo, è questo il punto. Lo sei perfino con me che sono tuo fratello. Di qui tutti i tuoi problemi. - Ma io non... - Non lo fai apposta e non te ne rendi nemmeno conto, lo so. È nella tua natura, non puoi farci niente. Hai presente la favola della rana e dello scorpione? - Sì: alla fine muore anche lo scorpione, perché è un idiota. - Già. Ma tu invece guarirai: dovrai solo stare un po' più attento a non pungere per sbaglio. Taccio per qualche secondo. All'improvviso mi vien fatto di chiedergli: - Michele... ma che fine ha fatto il quadro della filatrice? - È nella galleria di un antiquario di via Giolitti, in attesa di essere venduto. - Venduto? Ma è proprio necessario? - Quando l'abbiamo messo in vendita era proprio necessario, Emmanuel; ora un po' meno, perché nel frattempo ho venduto la villetta che avevo comprato per me e Antonia e ho anche un altro lavoro. Insomma, la nostra situazione economica si è un po' raddrizzata. Sospiro di sollievo. - Ma allora non possiamo riprendercela? - Ci tieni così tanto? - Sì. Quel quadro, non so perché, è un po' il simbolo della mia infanzia: l'ho sempre vista lì, con il suo fuso in mano in mezzo a un campo al tramonto. Un quadro assurdo, simbolico, ma io da piccolo non lo capivo: la guardavo perché mi piaceva e basta. Quella parete vuota mi dà i brividi. - Credo che tu abbia ragione: anche alla mamma quel quadro manca molto. Domani vado alla galleria e dico all'antiquario che non è più in vendita. - Grazie, Michele. Sul serio. Rimaniamo per qualche minuto in silenzio, poi azzardo una richiesta. - Michele, devi dirmi un'altra cosa, se puoi. Una importante. - Cosa? Cerco di dominare il tremito e chiedo esitando: - Il... il bambino... di chi è? - Perché me lo chiedi? Credo che tu lo sappia perfettamente. - Ha i miei stessi occhi, no? - Già, occhi da olandese: mi sembra di rivedere te da piccolo. - Ma allora... io non capisco... se il bambino è mio, dovrei pur essere coinvolto in qualche modo nella faccenda. Invece mi tagliano tutti fuori, a cominciare da Antonia. - Non devi pensare a questo adesso, sei troppo stanco e malconcio. Quando ti sentirai meglio potrai andare a trovare Antonia e il bambino, se vorrai. - Lo vorrò di sicuro: non posso mica fregarmene, ti pare? - Sapevo che avresti risposto questo, appunto perché sei un bravo ragazzo. - Ma papà e mamma lo sanno? - No, non sanno niente, anche se secondo me la mamma ha subodorato qualcosa, e anche Teresa. Comunque, in mancanza di prove, devono stare alla mia versione dei fatti: Antonia ha avuto un figlio e il figlio non è mio, tutto qui; non sanno da chi l'ha avuto e non hanno il diritto di saperlo: sono fatti strettamente privati di Antonia e al limite miei. E soprattutto, non hanno mai visto il bambino. - Ma prima o poi lo vedranno, e allora... - Sì, lo vedranno: ho intenzione di portarlo qui quando sarà più grandicello, a giocare in giardino e in piscina. Magari gli insegnerò anche a giocare a tennis. Antonia non vuol più mettere piede alla villa, ed è comprensibile, ma il bambino perché no? Siamo già in confidenza io e Martino: ho imparato a cambiargli i pannolini e a dargli il poppatoio, come facevo con te da piccolo. Andrò a prenderlo io e poi lo riaccompagnerò a casa. - Ma a che titolo, Michele? - Sono suo zio, Emmanuel. - Sì, ma papà e mamma non lo sanno. - Ho detto loro che sono il padrino di battesimo di Martino e ci hanno creduto. Non devono sapere altro. Sanno che i rapporti fra me e Antonia sono rimasti buoni, anche se non capiscono come io possa sopportare una situazione del genere, tanto più che sono fidanzato con Laura. - Vi siete separati legalmente? - Per ora no. - Allora è naturale che papà e mamma non capiscano la situazione: non è mica tanto normale, fratello. - Senti chi parla di normalità. Comunque, normale o no, la devono accettare: è così e basta. - Per me sarà un po' più difficile, temo, specie quando si noterà molto la rassomiglianza. - Ci penseremo allora: un problema per volta.