Una voce alle mie spalle (settembre 1997) - Emmanuel. Una voce alle mie spalle: mi volto sorridendo. In piedi nella cornice della porta si staglia una silhouette in controluce. Imbraccia un fucile da caccia, per la precisione un Beretta ultraleggero calibro dodici, e lo punta contro di me, con una determinazione agghiacciante negli occhi. - Arianna... - dico, senza osare muovermi. Parla quasi digrignando i denti. Il suo viso è irriconoscibile, la sua bellezza è scomparsa, alterata da un che di demoniaco. - Con chi pensavi di avere a che fare? - sogghigna - Con una cretina? - Arianna, cara... - incomincio. - Cara un cazzo: non provare a imbambolarmi con le tue chiacchiere. Credi che non sappia cosa stavi scrivendo? Sei uscito per andare in bagno e hai lasciato la porta aperta e il computer acceso. Sei un idiota. Il sangue mi pulsa pesantemente nelle tempie. Un solo pensiero occupa la mia mente: quel dannato fucile puntato all'altezza della mia testa, con la sicura disinserita. - Hai ragione, - le dico mentendo con calore - sono un idiota, ma ti prego di darmi la possibilità di spiegare. Esplode in una breve risata. - Spiegare cosa? Che sei stato a trovare quella troia e sei tornato a letto con lei? Che adesso vorresti darmi il benservito dopo tutto quello che ho fatto per levarti dalla merda in cui lei ti aveva cacciato? È questo che vorresti spiegarmi? Sono allibito, nonostante tutto, dal linguaggio che sta usando: non ho mai sentito niente di simile uscire dalla sua bocca. La parlo con cautela, annuendo e mostrando una contrizione che non provo affatto. - Arianna, io ti devo tutto. - Ah! Mi devi tutto. Allora vedi che lo sai. - Sì, certo che lo so. Ti chiedo perdono. - Non lo avrai. - Ride - Te lo avevo detto, no, che ero disposta ad uccidere per gelosia? Non puoi dire che non ti avevo avvisato. - Arianna, puoi abbassare il fucile e provare a parlare con calma? Posso spiegarti tutto. - Ma tutto cosa?! - Perdonami, con un fucile puntato in faccia non riesco a parlare. Abbassalo, te lo chiedo per favore. Esita un attimo. - C'è tua madre al piano di sotto, Arianna. - insisto - Ti prego, non darle questo dispiacere. Sempre con quello sguardo glaciale negli occhi, replica: - Mia madre è andata a fare due chiacchiere con quella scopa rinsecchita della Bacci. Mio padre è fuori per una partita a bocce con quei cadaveri ambulanti dei suoi amici. - Arianna, ma perché parli così? Sei ingiusta, sono delle povere persone, brava gente, amici dei tuoi genitori. - Puzzano di tomba, sono già morti. Io voglio vivere. - Ti capisco, credimi, ma non è ammazzando me che potrai vivere. Ride di nuovo, con malignità. - Non potrò vivere neppure se mi pianti in asso per tornare con quella baldracca. Mi ferisce profondamente sentir definire così Antonia, ma sono costretto ad assecondarla. - È vero, è una donna orribile e ha approfittato di me. Però, Arianna, c'è una cosa che devi assolutamente dirmi. Alzo lo sguardo e lo fisso nel suo. - Tu lo sapevi che il bambino è mio figlio, vero? Perché non me l'hai detto? Per un attimo pare disorientata, ma subito si riprende. - E con questo? Cos'ha a che fare con noi il fatto che tu l'abbia messa incinta prima di conoscermi? È acqua passata. - No, Arianna, - la correggo con dolce fermezza - non è acqua passata per me scoprire di essere diventato padre. - Padre! - getta indietro la testa con una risata isterica. - Ma non farmi ridere. - Cosa ci trovi di così ridicolo? - Tu non sai nemmeno da che parte si incomincia a fare il padre - dice con disprezzo. - A quel bambino conviene non sapere che suo padre era un tossico di merda. Incasso il colpo. - È vero, lo sono stato. Però non lo sono più: sono cambiato. - Sei cambiato grazie a me! - urla lei - Grazie a me e alle mie cure, maledetto stronzo! Mi domando da quanto tempo Arianna avesse in serbo questo repertorio di volgarità e come abbia fatto a nasconderlo finora sotto la maschera della ragazzina educata e perbene. - Hai di nuovo ragione - ammetto con gentilezza, cercando di assecondarla, come si fa con i pazzi. Inspira profondamente, continuando a tenere il fucile puntato contro di me. - E ora che intenzioni hai? - mi chiede. - Ecco, vedi, avrei appunto voluto parlartene, ma in queste condizioni mi è impossibile. - Non c'è nulla di cui parlare: o sì o no. O mi sposi o non mi sposi. Abbiamo già versato la caparra per la casa, ho prenotato il ristorante e ho preparato la lista degli invitati. - Lo so, Arianna. Il suo dito indice è sul grilletto. - Allora? Tento di scherzare. - Se mi ammazzi non posso sposarti. - Non c'è un cazzo da ridere. Mi sposi o no? Ad ogni battito del mio cuore, sempre più lento e pesante, il fragore del sangue mi sale ad ondate al cervello, le mie orecchie rombano e tintinnano come nei carmi di Saffo e Catullo, la luce va e viene e nei flash intermittenti di buio un'immagine appare e scompare, sempre la stessa: una testolina rossa nella culla. Non conoscerà mai suo padre, gli diranno che era un tossico di merda e si è fatto ammazzare come un idiota. Anzi, non gli diranno niente: non saprà neppure di averne avuto uno. Non esito a mentire. - Sì, ti sposo - le dico di slancio. - Bene. Sappi comunque che ti farò pagare a caro prezzo il tuo tradimento. Non te lo perdonerò mai, mai, campassi mille anni. - È giusto, posso capirti; ma ti ricordo che non sei l'unica ad essere stata tradita. - Ancora con questa cazzata? - Non è una cazzata nascondermi che ho un figlio, Arianna. - Anche i cani fanno figli in giro, ma alle cagne non interessa. A lei non frega niente che il padre sia tu, capisci? Niente di niente. Lei continua a scoparsi tuo fratello, tanto perché tu lo sappia: non è poi così stupida, sa su quale cavallo puntare. - Può darsi che a lei non importi, - la correggo con fermezza - però potrebbe importare a me. Ad ogni modo questo è un problema solo mio, non riguarda noi due e il nostro matrimonio. - Era ora che ci arrivassi. Sorrido e le tendo una mano. - Ora, per favore, puoi posare quel fucile? - No. Lo abbasso soltanto. Abbassa la canna del fucile ad altezza genitali. Nella migliore delle ipotesi, se sparasse adesso, mi castrerebbe: più probabilmente morirei dissanguato in pochi secondi, perché da quelle parti passa l’arteria femorale. - Credo che tua madre sia tornata, sento i suoi passi nell’ingresso - le dico, mentendo con disinvoltura. Un riflesso condizionato la spinge a voltarsi verso il corridoio. Subito capisce l'inganno e torna a girarsi verso di me, ma è troppo tardi: sono teso come una molla, pronto a scattare con l'agilità di un felino. In un attimo le sono addosso e afferro la canna dell'arma, rivolgendola in una direzione qualsiasi che non sia la mia. Nella breve colluttazione che ne segue lei preme accidentalmente il grilletto: sento il rumore secco di uno sparo, il rinculo del calcio del fucile quasi mi spacca le costole mozzandomi il respiro, il vetro della camera da letto esplode in frantumi, il proiettile va a colpire il cipresso di fronte. Quella dannata arma era carica, poteva davvero uccidermi: non ci posso credere. Gliela strappo rabbiosamente dalle mani e la scaravento in giardino attraverso la finestra rotta. Respiro a fatica premendomi con una mano le costole doloranti, il mio cuore ricomincia a battere all'impazzata, sono madido di sudore freddo. Lei è rimasta immobile, bianca come un cencio, con gli occhi sbarrati. - Non… non credevo che il fucile fosse carico - balbetta. - Ah non credevi? - le dico, con la voce stridula di chi è sull'orlo di una crisi isterica. - Vado... vado di sotto a riprenderlo. Si volta con l'espressione di una sonnambula e si dirige verso il pianerottolo per scendere in giardino a recuperare il fucile. Nonostante il dolore alle costole mi slancio ad afferrarla e la stringo in un abbraccio che non ha nulla di affettuoso. - Arianna, - mormoro nei suoi capelli – basta, per favore, basta: torna in te. Si rivolta come una vipera. - Non toccarmi! Mi graffia con le sue unghie affilate, si divincola, tenta di prendermi a pugni, affonda perfino i denti nel mio bicipite, ma il mio abbraccio è una morsa d'acciaio: alla fine, ansante, si arrende. Scoppia in un pianto isterico e convulso. - Ti prego, sediamoci un attimo sul mio letto - le dico, continuando a tenerle il polso saldamente ammanettato con le dita. Si lascia trasportare sul letto, ma non mi permette di toccarla: reagisce con violenza a tutti i miei tentativi di ammansirla. È un animale in trappola, il terrore e la rabbia la rendono pazza e pericolosa. Vorrei sentire pietà per lei, ma non sento niente: la paura ha azzerato ogni emozione. - Tu eri l'unica cosa bella della mia vita. - singhiozza con la disperazione di una bambina alla quale abbiano portato via il suo giocattolo preferito. - Intorno a me sono tutti morti, tutti vecchi, è tutto brutto... Senza di te non mi resta più niente, niente! Riesco a provare qualcosa di lontanamente simile alla compassione: la stringo a me con tenerezza. - Lo sai che ti voglio bene, Arianna. - le dico accarezzandole i capelli - Troverò il modo di farmi perdonare. Mi domando con angoscia in che modo potrei mai farmi perdonare: per nessuna ragione al mondo sposerei una ragazza la cui natura si è rivelata così squilibrata e violenta. In caso contrario, chissà, forse avrei cercato di mandare avanti una doppia vita, dato che escludo a priori la possibilità di rinunciare alla mia vita vera, che è là, in quella casetta di mezza campagna con il mio gatto, la mia donna e mio figlio, e poco importa se quella donna è dura di comprendonio e non ha ancora capito che sono io il suo uomo, se quel bambino non sa neppure chi io sia. Se Arianna fosse la ragazza che credevo di conoscere, avrei potuto trovare la forza di fingere quotidianamente, ritagliandomi pochi ma essenziali momenti da trascorrere con i miei veri affetti. Sarebbe stato un enorme sacrificio, ma per non ferire a morte una ragazza che ha fatto tanto per me ce l'avrei messa tutta, e chissà, forse ci sarei riuscito. Ma così no, non posso pensare di condividere la mia vita con una persona che spenderebbe ogni attimo del suo tempo a cercare di farmela pagare, con il rischio che prima o poi mi uccidesse, come stava per fare. Inoltre le sue parole mi hanno ferito a morte: quella ridicola nullità, quel “tossico di merda” che ho visto riflesso nello specchio del suo disprezzo, mi hanno fatto disamorare di lei all'istante. Arianna, con tutta la sua cultura da prima della classe, non ha capito Platone: ci s'innamora dell'immagine che lo specchio dell'amante ci rimanda, e solo di riflesso ci s'innamora dello specchio. Lei mi ha appena rimandato un'immagine orribile di me, e io ora, di conseguenza, la vedo orribile. Non c'è più niente da fare, è finita. Mi sento profondamente umiliato: non è tutto negativo quello che ho fatto nella vita. Ma poi, anche se io fossi davvero una nullità, ho il diritto di esistere e di essere me stesso: ci sono miliardi di nullità al mondo, ma non per questo devono essere eliminate. E poi chi lo stabilisce chi o che cosa è una nullità? Ho ancora molte cose da fare prima di morire; non sono pronto, il mio percorso non è compiuto, non riesco a perdonarla per avere pensato di togliermi la possibilità di completarlo. Per poco che valga la mia vita, mi rendo conto in questo momento di quanto sia preziosa, di quanto sia importante cercare di dedicarla a qualcosa o qualcuno di caro, magari anche solo a un cane adottato in un rifugio, come mi aveva suggerito Antonia. No, non posso restare con lei neppure una sola settimana in più; mi torturo al pensiero di come farò a dirglielo, mentre la accarezzo e la stringo a me cercando di farla smettere di piangere. Dopo una ventina di minuti finalmente si calma. - Va meglio? - le chiedo affettuosamente. - Sì, se tu ci sei - risponde a testa bassa. - Ci sono. - la rassicuro, mentendo - Ora però cerchiamo di far sparire i vetri e di inventare una scusa per i tuoi. Non devono sapere che la finestra si è rotta per un colpo di fucile. - Oh, i miei. - dice lei alzando le spalle - Credono a qualsiasi cretinata io m'inventi. Gli dirò che è stato il figlio del vicino mentre giocava con la fionda. - Povero bambino... - inizio io, ma subito mi correggo - Hai ragione, è la scusa migliore. Le passo un braccio intorno alle spalle e la aiuto ad alzarsi. Barcolla leggermente, l'emozione violenta l'ha esaurita; inoltre ha i tacchi a spillo altissimi, riesce a malapena a mantenere l'equilibrio. La rimetto a sedere sul letto. - Non sarebbe meglio che ti cambiassi le scarpe? - le dico - Fai fatica a camminare con queste. - Le ho comprate per te, non ti piacciono? Hai sempre detto che con i tacchi alti sono sexy. - Infatti è vero, - sorrido - ti stanno benissimo. Solo che mi sembra che non siano il massimo in questo momento: ti porto le pantofole. - Vuoi mettermi le pantofole da vecchia? - No, ti porto quelle rosa con il fiocco: sono carine e molto femminili. - D'accordo - sospira. In un lampo entro in camera sua, afferro le pantofole e ritorno: lei è ancora seduta sul letto in una posizione strana e innaturale, con la testa china, le braccia abbandonate in grembo, le ginocchia divaricate e le caviglie intrecciate, come una bambola rotta. Mi inginocchio e le sfilo le scarpe dai piedi. - Sono incredibili questi tacchi a spillo, - le dico - elegantissimi ma assurdi: sembrano fatti di metallo. - Sono di metallo. - dice atona - Queste scarpe costano un sacco di soldi, le ho comprate da Pratesi. È un tacco dodici molto difficile da indossare, proibitivo per le signore di una certa età: bisogna essere giovani e avere il fisico adatto. - E tu lo hai. Ma come fai a stare in equilibrio su questi trampoli così sottili? - Questione di abitudine. - Sei alta quasi come me con questi tacchi, mi fai sentire in imbarazzo. - No, tu sei comunque più alto. Le infilo dolcemente le pantofole, accarezzando i suoi bei piedini con le unghie laccate di rosa. - Ecco qua, ora starai molto più comoda. Ora scendiamo a mettere un po' in ordine, prima che arrivino i tuoi. - Va bene - risponde stancamente. Prende in una mano le scarpe e inizia a scendere le scale dietro di me, appoggiandosi al mancorrente. - Dove stava il fucile? - le chiedo - Bisogna che tuo padre lo ritrovi al suo posto. - Nel ripostiglio in giardino, appeso alla rastrelliera. - D'accordo, ci penso io. Tuo padre però dovrebbe starci più attento, chiudere almeno il capanno a chiave, visto che era carico. Ad un tratto si ferma. Mi volto a guardarla: è pallida e barcolla leggermente. - Che c'è? Ti senti poco bene? - Emmanuel, - mi dice trasognata - dobbiamo andare subito da don Luciano. - Subito? Abbiamo un po' di cose da fare prima, mi sembra. - Ho detto subito. - Perché? - Ha bisogno di una data sicura per fissare la chiesa. - Va bene, ci andiamo appena abbiamo finito di mettere in ordine. - Che data gli diciamo? - Non saprei... una delle prossime domeniche. - Che data? - insiste. Rimango per un attimo in silenzio. - Ecco, direi subito dopo il mio ritorno da Torino. Le sue pupille si dilatano di colpo, come quelle di un gatto. - Ritorno? - Sì, ho promesso ai miei che vado a trovarli la settimana prossima. - Vai a trovarli? Cerco di apparire disinvolto. - Che c'è di strano? Sono i miei genitori e mio fratello. - Ci sei appena stato. - Sì, ma sono rimasto lontano da casa per più di un anno: è comprensibile che vogliano avermi un po' con sé, poveretti. Non dice nulla. Riprendo a scendere le scale, ma non sento i suoi passi dietro di me. Arrivato quasi al fondo della rampa mi giro sorridendo verso di lei. - Non scendi? La vedo ancora immobile, contratta e livida in volto. Mi volto e faccio per scendere gli ultimi gradini. All'improvviso la sento scendere a precipizio le scale. Mi giro di scatto e me la vedo addosso, con un braccio levato a brandire una delle scarpe, un'espressione di bestiale ferocia sul viso. - Maledetto bastardo - ringhia. Volto istintivamente la faccia, appena in tempo per impedire che il tacco a spillo si abbatta fra i miei occhi. Una fitta lancinante mi toglie il respiro. Fisso con gli occhi sbarrati la mia spalla destra: il metallo del tacco ha perforato la mia carne come un cacciavite conficcandosi profondamente tra il collo e la clavicola. Indietreggio sul parquet sbiancando in volto. Non oso sfilarlo per timore che abbia leso l'arteria succlavia: se lo togliessi di colpo rischierei un'emorragia fatale. Si avvicina e lo toglie lei, con un gesto secco e improvviso. La mia vita mi scorre tutta davanti agli occhi, non posso credere che il finale sia questo: è stata troppo breve e troppo stupida, non può finire così. Volto lentamente gli occhi a guardare la mia spalla, con il fiato sospeso: il sangue sgorga copiosamente dalla ferita, ma il fatto che non zampilli a fiotti mi fa capire che non si tratta dell'arteria; lo shock non mi ha tolto la lucidità, anzi, l'ha acuita in modo sorprendente. Arianna invece, alla vista del mio sangue, si mette a urlare e a ridere come impazzita. Corro in camera e afferro una cintura, la avvolgo intorno alla mia spalla al di sopra della ferita e la stringo il più possibile per arginare l'emorragia. Poi scendo le scale di corsa e mi precipito fuori a cercare aiuto, pronto a fermare la prima auto di passaggio per farmi portare al pronto soccorso: in quel momento vedo arrivare i genitori di Arianna. ... Di quello che successe in seguito non ho un ricordo preciso: alla tensione spasmodica dell'emergenza era subentrato un improvviso crollo nervoso; mi sentivo catatonico e svuotato, tutto era una serie sconnessa di frammenti, il volume delle voci era troppo basso o troppo alto, come in certi sogni. Rammento sua madre che correva con tutta la velocità consentitale dalla sua stazza invocando Maria vergine ausiliatrice e tutti i santi, gridando Ariannina bambina mia che ti succede e cercando di calmare la figlia in preda a una crisi isterica, come se io neanche esistessi; ricordo la reazione ben diversa dell'anziano papà Benvenuti, che chiamò subito un'ambulanza e mi fece sedere sul divano, aiutandomi a stringere bene la cintura e dandomi da bere un bicchierino di brandy per farmi tornare in me: ripeteva povero figliolo, non ti preoccupare adesso arrivano; ogni tanto andava a vedere come stava sua figlia: mi pregò a mani giunte di non dire ai medici cos'era successo, glielo giurai. Poi arrivarono due ambulanze, una per ciascuno di noi, e ci caricarono separatamente. Fecero una flebo di sedativo ad Arianna, che urlava e scalciava come un'epilettica: fu quella l'ultima volta che la vidi, non avrei mai voluto conservare di lei un ricordo del genere. Appena mi caricarono sulla lettiga e l'ambulanza partì a sirene spiegate, mi sentii pervaso da una sensazione di quiete e benessere. Sorrisi all'infermiere e mi lasciai cullare dall'andatura sonnolenta dell'ambulanza fino all'ospedale, dove mi ricoverarono al pronto soccorso. Il mio caso fu giudicato non troppo grave, un codice giallo. Mi fecero subito un'iniezione di antibiotico e un'antitetanica. Mi lasciai visitare, disinfettare, anestetizzare, cauterizzare, ricucire, immerso nel più assoluto torpore. Naturalmente il medico mi chiese cosa fosse accaduto: ero risoluto a mentire e mi ero preparato una risposta, anche se nella confusione del momento me n'era venuta in mente solo una piuttosto inverosimile. Dissi che, essendo notoriamente distratto e maldestro, avevo perso il telecomando del cancello, e così, nel tentativo di scavalcarlo, ero scivolato e mi ero conficcato uno degli spuntoni di ferro nel collo. Non mi credette, perché la dinamica dell'incidente non era compatibile con la mia ferita (per praticarmela sarei dovuto cadere a testa in giù sul cancello, non dal cancello), ma insistetti ostinatamente nella mia versione dei fatti e alla fine dovette accontentarsi della mia bugia, perché comprese che non avrebbe cavato un ragno dal buco. Quanto ad Arianna, era fin troppo facile spiegare la sua reazione: era sempre stata molto impressionabile e alla vista di tutto quel sangue aveva avuto una crisi di nervi. Infine, stordito dall'analgesico che mi avevano somministrato, mi coricai nel lettino dell'ospedale e mi assopii. Nel dormiveglia mi vennero in mente due cose: la prima era che avrei dovuto inventare una versione dei fatti credibile da raccontare ai miei, ai quali non potevo certo dire la verità; dovevo escogitare qualcosa che rendesse plausibile la rottura con Arianna, forse un mio tradimento giudicato imperdonabile da lei, forse un mio improvviso cambiamento di programma sulla facoltà universitaria che aveva scontentato i suoi facendomi apparire ai loro occhi come un buono a nulla, incapace di garantire un futuro alla loro unica figlia: in fondo erano solo mezze bugie che nascondevano una verità inconfessabile. E poi dovevo inventare una spiegazione convincente per la mia ferita alla spalla: questo era più difficile. Avrei dovuto spremermi le meningi, immaginare qualcosa che comunque facesse ricadere la colpa esclusivamente su di me. Prima o poi mi sarebbe venuta qualche idea: e comunque, in ogni caso, i miei avrebbero dovuto arrendersi all'irrevocabilità della mia decisione, per cui smisi di preoccuparmene. La seconda cosa invece mi angustiava un po': le mie spalle non sarebbero più state così belle; chissà se ad Antonia sarebbero piaciute lo stesso, deturpate da una brutta cicatrice. Nonostante tutto mi sentivo tranquillo, quasi felice: ero vivo, non ero in pericolo, sarei tornato a casa. Avevo ritrovato la cosa più importante: me stesso. Spesi gli ultimi momenti di lucidità a fantasticare sul mio nuovo cane, cercando di immaginare che aspetto avrebbe avuto; avevo una sola certezza: sarebbe stato il più brutto del canile. L'avrei fatto conoscere ad Antonia e a Martino, che, se era veramente mio figlio, non poteva non avere ereditato il mio amore per gli animali. Cullato da quel pensiero, mi addormentai placidamente.