Venti dei miei alberelli sono stati investiti in pieno dalla grandine. Riusciamo comunque a coprirli prima che la grandine li distrugga del tutto: con una buona potatura si riprenderanno, ma per quest'anno saranno invendibili. Esausti, senza fiato, ci ripariamo contro il muro sotto la rete antigrandine. Mi viene da piangere alla vista dei miei alberelli buttati per terra: anche quelli che non sono stati colpiti dalla grandine hanno i fiori brutalizzati dal vento, sono molto malconci. Mayra mi stringe una mano sorridendo. - Non è sucesso niente di grave, Prins: sono solo coricati per terra, ma poi li rialziamo. L'importante è che non hanno preso la grogu. - Alcuni l'hanno presa eccome, Mayra. - Sì, ma per poco tempo. Si riprenderanno, vedrai. Mi sforzo di sorridere anch'io. - Per fortuna il fuoristrada è al riparo sotto la tettoia - dico. - E per fortuna la cane oggi è da Antogna, se no si spaventava a morte. - Già. Spero che non stia grandinando anche da lei, le rovinerebbe tutto il giardino. Guardo il cielo nero e il terreno ormai ricoperto da uno strato bianco simile a neve, augurandomi che la grandine non diventi più grossa di così e che il vento non aumenti: rischierebbe di spaccarmi i vetri delle serre. Mi si stringe il cuore al solo pensiero. Mayra intuisce la mia preoccupazione e mi prende per mano. Tremo e batto i denti. Ad un tratto esclama allarmata: - Manu, ti esce sangue dalla fronte! - Sì, un chicco di grandine un po' grosso mi ha beccato in pieno. - Pasiamo tra il muro e le serre e andiamo in ufficio: devo disinfetarti, e poi sei tutto bagnato e gelato, non puoi stare così. Vieni. Tenendomi per mano mi guida attraverso lo stretto corridoio che separa il muro dalle serre, che ci porta finalmente al riparo, al caldo, nel nostro ufficio. Entriamo nella stanza sul retro; lei accende subito una stufetta elettrica ed apre il cassetto dell'armadio, dove teniamo qualcosa di ricambio: ne estrae una felpa blu, un paio di jeans e dei calzettoni di lana morbida, che mi porge; per sé prende un abito grigio di flanella. Ci cambiamo in fretta, buttando i vestiti zuppi nella cesta portabiancheria e sostituendo le scarpe fradicie con i classici sabot di gomma da giardiniere che teniamo anche in vendita. - Meto subito tutto in lavatrice - annuncia Mayra, che, da buona massaia, ha preteso di avere in bagno una lavatrice, all'installazione della quale ha provveduto Carlos. Poi apre l'armadietto del bagno, prende acqua ossigenata e garza sterile, mi tampona la fronte e ci mette un cerotto. Infine mi fa sedere sul letto, mi strofina i capelli fradici con un asciugamano e me li asciuga con il phon. Scherzando, mi alza il cappuccio sulla testa. - Belissimo - dice guardandomi soddisfatta, e si siede vicino a me. Mi sento pieno di una strana commozione. - Grazie di tutto, Mayra. - E di che? - Abbiamo salvato le piante, ti par poco? All'improvviso, còlto da un impulso irresistibile, le afferro il viso tra le mani e la bacio con trasporto sulla bocca. Dapprima resta immobile, sotto shock; poi oppone resistenza e cerca di allontanarmi da sé appoggiandomi le mani sul petto e spingendomi via. Mi sfila il cappuccio della felpa, facendolo scendere sulle spalle, e resta ad occhi bassi. - Manu... cos'era quela roba? - Quale roba? - La lingua. Sorrido, disarmato. - Si fa così di solito. - No, no credo proprio che si fa così di solito, Prins. - Mi dispiace se ti ha dato fastidio. Scusami. - Nesun fastidio. Vado in bagno adeso, mi devo sekà anche io. Si alza e si chiude in bagno per almeno mezz'ora. Io intanto mi distendo sul letto, ascoltando con sollievo lo scroscio della grandine farsi sempre meno violento, mentre il vento si allontana per andare a fare disastri altrove. La tensione nervosa mi ha sfinito: senza rendermene conto mi assopisco. Quando mi risveglio mi accorgo che sono già le sette: Mayra non c'è, dev'essere in ufficio. Mi sento improvvisamente inquieto: forse l'ho offesa, e poi non avrei dovuto farlo, anche per rispetto nei confronti di Gianni. È stata una cosa innocente nelle mie intenzioni, però è un dato di fatto che è stato un bacio in piena regola, e Mayra non è tipo da french kiss. No, decisamente non lo è. Balzo in piedi e prendo le mie cose. La trovo seduta alla sua scrivania, intenta a sfogliare un catalogo di attrezzi da giardinaggio.: - Mentre dormivi ho tirato su tuti i vasi. - mi dice - Domani poto i rameti rotti. - Grazie, sei un tesoro. Le accarezzo i capelli arruffati dalla pioggia. - Scusami per quel bacio, May. Non l'ho fatto apposta, mi è venuto spontaneo. - No ti devi scusare, ho capito. - Ceniamo insieme stasera? - Perché me lo chiedi? Ceniamo sempre insieme. - Non so, pensavo che tu fossi un po' arrabbiata con me. - Ma no, che rabiata? Però mi devi prometere che quela cosa non la fai più. - Quale cosa? - Quella dela lingua. - Mayra, adesso però mi offendi: ti ha fatto così schifo? - No, è che dopo uno si sente tuto strano. - Va bene, te lo prometto. - Ora fami finire qui, che devo ordinare degli atrezi. - D'accordo. Incomincio a preparare la tavola. Metto l'acqua a bollire? - Sì, grazie, Manu. Mentre sono ai fornelli il mio cellulare squilla: è Gianni, come tutte le sere. Mi sento scioccamente in colpa: non voglio che ci siano segreti fra di noi e non so se questo fatto sia da considerare un segreto. Rimugino sul da farsi. - Ciao, cucciolo - mi saluta. Prendo tempo con una battuta: - Mi dispiace, ha sbagliato numero: qui è Giuseppe. - Ma di che stai farneticando? Quale Giuseppe? Alzo gli occhi al cielo: se lo è già dimenticato. - Non ti ricordi più di me? Sono il garzone del lattaio. - Sei sicuro di non avere bevuto? - No, Gianni, non ho bevuto: sono solo un po' stressato per via di una tremenda grandinata che ha rischiato di farmi fuori tutti gli alberi da frutto. - Anche qui il tempo era orribile, ma non è grandinato. E com'è andata a finire, cucciolo? - Li abbiamo salvati quasi tutti. È stato merito di Màyra, che mi ha dato una mano a coprirli con la rete antigrandine, altrimenti sarebbe stato un disastro. - Sono contento per te, amore. Hai ringraziato Màyra come si deve? - Sì. - Mi schiarisco la voce - Anche troppo. - Anche troppo… in che senso? Arrossisco anche se non c'è nessuno che mi vede. - Be', diciamo che mi sono lasciato prendere dall'entusiasmo. - E…? - E niente. Cioè, niente di che. Non siamo andati a letto insieme, se è quello che intendi. La voce di Gianni si fa glaciale. - Quello che "io" intendo, cucciolo? Io non intendo proprio niente. Io mi fido di te: non sei tu quello fedele che ha solo un amore per volta? O ricordo male? - No, ricordi benissimo. Nonostante il disagio, mi sento confortato: Gianni sembra tornato normale, ammesso che l'aggettivo abbia un senso in riferimento a lui. Questo mi rincuora a tal punto che decido di sputare il rospo. - E quindi? - Gianni, ero così contento che l'ho baciata. - Ah. L'hai baciata sulla guancia? - No. - Cucciolino fedifrago e purtroppo bisessuale, si può sapere dove l'hai baciata? - Sulla bocca. Ma lei non l'ha presa bene. Un altro silenzio. - Vuoi dire con le labbra sulle labbra? - Sì, ma non solo. - Hai infilato la lingua?! - Ecco, sì. Mi è scappata. Gianni perde le staffe e si lascia andare ad una delle sue crisi isteriche. - Ma mi spieghi come fa a scappare la lingua? Cos'ha, i piedi, che cammina da sola? Cucciolo, lasciatelo dire: sei assolutamente incontinente! - Ma Gianni… ora mi sembra che esageri un po'… - Esagero? Ti scappa di tutto! Ti scappa la lingua, ti scappa il cuoricino giallo invece di quello rosso, ti scappa il cane, ti scappa da ridere mentre fai sesso, ti scappa la pipì al cinema… - Non era pipì. - Va be', quel che era. Ma cosa devo fare io con te, Emmanuel, me lo spieghi? Metterti la museruola, il guinzaglio, il pannolone? Rido mio malgrado. - Gianni, se ce l'hai con Emmanuel non prendertela con me: io sono Giuseppe. Un attimo di silenzio. - Cucciolo, mettiti a letto, hai sicuramente la febbre. Fattela misurare da Mayra, che mi sembra una donna piena di buon senso. Ti perdono solo perché lei non l'ha presa bene e perché tu sei fuori di testa: non sai quel che fai e nemmeno chi sei. Prendi delle vitamine e dei sali minerali, ti faranno bene. A questo punto chiudo la partita a modo mio. - Ti amo, Gianni - gli dico a bruciapelo. Queste tre parole lo ammutoliscono di colpo. - Anch'io, cucciolo - dice dopo un po'. - Ora ti lascio, perché ho la pentola sul fuoco. - Ah, cucini tu stasera? - No, dò una mano a Mayra, che se l'è meritata. - Una mano, mi raccomando: solo una mano. E cerca di fare in modo che non ti scappi anche quella. - Sta' tranquillo, non mi scappa più niente. Prima di addormentarmi ti mando un cuoricino rosso rosso, di quelli che piacciono a te. - Grazie, amore. Non fare sciocchezze, mi raccomando. - Nessuna sciocchezza, anche perché sono troppo stanco e dopo cena vado subito a dormire. - Buona serata, cucciolo: aspetto il tuo cuoricino. Me lo mandi quando sei a letto, okay? Perché a letto devi pensare a me. Solo a me. - Certo, Gianni. A dopo. Sospiro e riattacco. L'acqua bolle, è ora di mettere il sale. - Butto la pasta, May? - Sì, grazie, Manu: un etto a testa. Spezzo gli spaghetti. - Manu… quante volte ti devo dire che gli spaghèti non si spèzano? Devi meterli interi. - Oops… Troppo tardi.