Le sorelle di Psiche tramano il loro piano L'ordine fu subito eseguito, e le buone sorelline, tornando a casa divorate dal fiele dell'invidia, cominciarono a fare chiacchiere a non finire. Una sbottò dicendo: "Ecco com'è la Fortuna: cieca, crudele, ingiusta! Sarà contenta adesso che è riuscita ad assegnarmi una sorte così diversa, pur essendo figlie degli stessi genitori? E che noi due, che siamo le sorelle maggiori, siamo state date come schiave a mariti forestieri e dobbiamo condurre una vita da esiliate, lontano dalla casa paterna e dalla stessa patria, mentre lei, che è la più piccola, che con la sua nascita ha prosciugato l'utero ormai invecchiato di nostra madre, ha ottenuto tante ricchezze che non sa neppure come godersele, e si è presa come marito uno che sembra un dio! Ma hai visto, sorella mia, che meraviglia di gioielli in quella casa, che splendore di stoffe, che scintillio di gemme, quanto oro sul quale dovunque si cammina? Se poi suo marito è bello come dice, non c'è al mondo una donna più felice di lei. Anzi può darsi che a lungo andare la consuetudine rafforzi l'affetto e che alla fine quel dio che è suo marito faccia dea anche lei! Ma diamine, è proprio così! Già si atteggia e si comporta come una dea! Già ora mira in alto, già ora, pur essendo donna, spira intorno divinità, lei che ha delle voci come ancelle e comanda perfino ai venti. Io invece, povera disgraziata, ho avuto in sorte un marito più vecchio di mio padre, pelato come una zucca, più bamboccio di un ragazzino, che sa solo tenere la casa chiusa a chiave con sbarre e catene!". E l'altra: "Io sto anche peggio, che devo sopportare un marito tutto gobbo e rattrappito per l'artrite, e che per questo motivo ben raramente se la sente di far l'amore. Devo strofinargli tutti i momenti le dita storte e indurite come pietre, e rovinare le mie delicate manine con impiastri puzzolenti, bende sudicie e cataplasmi schifosi, non sostenendo la parte di una mogliettina gentile, ma riducendomi a faticare come un'infermiera. Ma a dir la verità, ti dico le cose come me le sento, mi sembra che tu sopporti questa vita disgraziata con troppa pazienza, direi con la rassegnazione di una schiava; io invece non ce la faccio più a sopportare che una tale fortuna sia capitata a una che non ne è degna. Non ricordi con che superbia, con che arroganza ci ha trattate, e come ha manifestato il suo orgoglio mettendoci sotto gli occhi tutti i suoi averi, e che poca roba ci ha poi buttato lì svogliatamente in dono: eppure le ricchezze non le mancano! E poi, infastidita dalla nostra presenza, ci ha fatto filare via, anzi ci ha fatto soffiare, fischiare dal vento! Non sono una donna, e non sono neanche viva se non riuscirò a farla colare a picco dall'alto delle sue ricchezze. Se anche tu come me senti questa offesa bruciante, cerchiamo insieme una soluzione efficace. Tanto per cominciare, queste cose che portiamo via da lì non facciamole vedere ai nostri genitori né ad alcun altro; anzi non facciamo neppure sapere che lei è viva. È già troppo quello che abbiamo visto, perché anche i suoi genitori e il mondo intero sappiano la sua felicità. Infatti non sono veramente felici quelli di cui nessuno conosce la felicità. Psiche deve imparare una buona volta che noi siamo sorelle maggiori, non schiave. E adesso torniamocene ai nostri maritini e alle nostre case povere ma almeno modeste. Intanto pensiamo bene al da farsi, poi torneremo più decise e castigheremo il suo orgoglio". Questo perfido piano sembra buono alle due perfide, e cosi, nascosti tutti quei preziosi doni ricevuti, coi capelli scarmigliati e la faccia graffiata, come davvero avrebbero meritato, ricominciano ipocritamente a piangere. In tal modo, dopo aver inasprito il dolore e la disperazione dei loro genitori, ritornano gonfie di rabbia a casa loro, e intanto cercano il modo di architettare un piano ingannevole e scellerato, anzi un vero delitto contro l'innocente sorella. Nuovi avvertimenti a Psiche Intanto quell'ignoto marito ammoniva nuovamente Psiche nei suoi colloqui notturni: "Non vedi quale grande pericolo ti minaccia? La Fortuna ti insidia dall'alto, e, se non ti premunisci in tempo, ben presto ti aggredirà direttamente. Quelle due donnacce infami ti stanno tendendo con ogni mezzo un'insidia orribile, il cui punto culminante è questo: ti vogliono convincere a vedere il mio volto e tu sai, perché te l'ho detto altre volte, che se tu mi vedrai, non potrai vedermi mai più. Se dunque fra poco quelle due perfide streghe verranno da te nuovamente, e sono certo che verranno, armate di questi maligni suggerimenti, tu non parlare con loro per nessuna ragione. Ma se poi, a causa della tua semplicità e del tuo buon cuore, non saprai far questo, bada almeno a non ascoltare e non rispondere nulla di ciò che riguarda il tuo sposo.Tra poco la nostra famiglia sarà accresciuta, perché questo tuo utero ancora di bimba porta un altro bimbo: sarà un dio, se saprai mantenere i nostri segreti, ma sarà un semplice mortale se li tradirai". Psiche a quell'annuncio brillò dì gioia e cominciò a battere le mani all'idea di un figlio divino e si esaltava di fronte a quella promessa gloriosa e si compiaceva della dignità del nome di madre. Tutta ansiosa contava i giorni e i mesi che si susseguivano uno dopo l'altro, e nella sua inesperienza del nuovo peso della gravidanza, si meravigliava che per una così piccola puntura le si andasse ogni giorno di più ingrossando il ventre. Ma ormai quelle due furie indiavolate e pestifere che sprizzavano veleno come le vipere, avevano preso il mare con una fretta foriera di tempesta. Allora di nuovo quello sposo saltuario ammonì la sua Psiche: "Ecco l'ultimo giorno, l'estremo momento: il sesso ostile e il sangue nemico ha già preso le armi, ha mosso il campo di battaglia, ha ordinato gli schieramenti, ha dato fiato alle trombe; ormai con la spada in pugno le tue infami sorelle mirano alla tua gola. Quale rovina ci sovrasta, dolcissima Psiche! Abbi pietà di me e di te, mantenendo religiosamente il silenzio salva la tua casa, lo sposo e questa nostra creatura dalla sventura di questo disastro che ci è addosso! E quelle scellerate che tu non puoi più chiamare sorelle, perché con il loro odio mortale hanno calpestato i vincoli del sangue, tu non devi vederle, non devi ascoltarle, quando come le Sirene faranno risuonare le loro voci funeste dall'alto della rupe". Psiche gli rispose in mezzo alle lacrime: "Mi sembra che già da un pezzo ti ho dato prova di essere fedele e discreta, ed anche ora più che mai potrai apprezzare la mia fermezza d'animo. Tu ordina soltanto al nostro Zefiro di rendermi il suo solito servizio, e invece della tua sacrosanta persona, che mi è vietata, concedimi almeno la vista delle mie sorelle. Per questi tuoi morbidi e lunghi capelli profumati di cinnamomo, per queste tue guance lisce e vellutate, tanto simili alle mie, per questo tuo petto che brucia di non so qual calore, io ti prego! Concedi che un giorno io possa conoscere il tuo aspetto almeno nel volto del bimbo che porto in seno! Ti prego come una supplice di fronte a un dio: concedimi la gioia di poter riabbracciare le mie sorelle e consola in tal modo la tua devota Psiche! Non voglio più ormai conoscere il tuo volto, e non mi turbano più neanche le tenebre della notte: la mia luce sei tu, e sei mio!". Lo sposo, vinto e conquistato da queste parole e dai teneri abbracci di Psiche, asciugandole le lacrime coi suoi capelli le promise di concederle ogni cosa, poi s'affrettò a sparire, prima che spuntasse il giorno.