Frattanto Psiche non ricavava alcun frutto da quella sua bellezza straordinaria, di cui era ben consapevole. Era guardata da tutti, tutti ne tessevano le lodi, ma non c'era nessuno, né re né figlio di re, e neanche un uomo qualsiasi, che si presentasse a chiedere la sua mano. Ne ammiravano la divina bellezza, ma la ammiravano come quella di una statua splendidamente scolpita. 
Le sue sorelle maggiori, la cui modesta bellezza non era diventata oggetto di tante chiacchiere, erano state richieste da prìncipi di sangue reale e si erano felicemente maritate; ma Psiche, rimasta in casa, vergine e sola, non faceva altro che piangere nella sua desolata solitudine. Sofferente nel corpo, ferita nell'anima, odiava quella sua bellezza che piaceva tanto a tutti. 
Perciò il padre infelice di quella fanciulla sventurata, sospettando un qualche odio divino e temendo l'ira degli dei, andò ad interrogare l'antichissimo oracolo del dio di Mileto, e con preghiere e sacrifici chiese a questo potente dio un matrimonio e un marito per la fanciulla che nessuno voleva. Ma Apollo, anche se greco e ionico, per riguardo dell'autore di questa storia milesia diede il suo responso in latino, così:

"Sopra un'alta montagna lascia, o re, 
la fanciulla ornata per le nozze di abiti funerei. 
Non aspettarti un genero nato da stirpe mortale, 
ma un crudele, un feroce mostro viperino, 
che volando con le ali nel cielo dà il tormento a tutti 
e con ferro e con fuoco distrugge ogni cosa; 
che lo stesso Giove teme, di cui gli dei hanno il terrore 
e anche i fiumi infernali e le tenebre dello Stige".

Il re, prima felice, non appena ricevette il responso dell'oracolo, tornò a casa addolorato e triste, e raccontò alla moglie l'ordine infausto ricevuto dal dio. 
Per parecchi giorni tutti non fecero altro che affliggersi, piangere, lamentarsi, ma bisognava purtroppo obbedire al lugubre vaticìnio. Furono preparate per la miserabile fanciulla le nozze funebri, e già la luce delle fiaccole si smorza sotto la cenere della nera fuliggine, il suono del flauto nuziale si trasforma nel lamentoso motivo della Lidia, e il lieto inno dell'Imenèo in un lugubre ululato, mentre la promessa sposa si asciuga le lacrime col velo.
Tutta la città si unisce al dolore della famiglia colpita da un tremendo destino, mentre vengono sospesi i processi già iniziati nei tribunali, in segno di lutto cittadino.
Si doveva obbedire agli ordini del dio, e la povera Psiche doveva sottomettersi al suo crudele destino.
Finirono dunque, nell'angoscia generale, i preparativi di quelle nozze funebri, e si procedette alle esequie di una persona viva, con il concorso di tutto il popolo. Psiche, in lacrime, veniva accompagnata non al corteo di nozze ma all'accompagnamento funebre.
I genitori, afflitti e colpiti da una sciagura così grande, esitavano a compiere quell'orrendo misfatto, ma la stessa fanciulla li esortò con queste parole: "Perché volete affliggere la vostra vecchiaia con questi pianti interminabili? Perché con queste urla disperate vi consumate la vita, che è più mia che vostra? Perché sciupate con queste lacrime inutili il vostro volto per me venerando? Perché straziate i miei occhi nei vostri? Perché vi strappate quei capelli bianchi? Perché vi percuotete il petto, quel vostro santo seno? È questo dunque il premio inestimabile per la mia rara bellezza? È troppo tardi ora per comprendere, ora che siete stati colpiti da un colpo mortale inferto da una funesta invidia. Quando popoli e nazioni mi tributavano onori divini, quando tutti in coro mi chiamavano nuova Venere, allora dovevate preoccuparvi, allora dovevate piangere e vestirvi a lutto per me, come se fossi già morta. Ora sento, ora vedo che soltanto per quel nome di Venere io sono perduta! Conducetemi su quella rupe che il mio destino mi ha assegnato, e lasciatemi lì. Ormai ho fretta di giungere a quelle nozze felici, ho fretta di vederlo, questo mio nobile marito! Perché indugio, perché mi sottraggo a colui che mi viene incontro, nato per la rovina del mondo intero?".
Detto ciò, la vergine tacque e con passo ormai sicuro si mescolò agli altri nella folla che l'accompagnava nella processione funebre. Giunsero alla rupe destinata, in cima a un'alta montagna, sulla cui sommità venne deposta la fanciulla. Tutti poi se ne andarono abbandonandola, e lasciando lì anche le fiaccole nuziali, spente dalle loro lacrime, le stesse con cui prima avevano rischiarata la strada; e s'avviarono a capo chino verso le loro case.
I genitori della fanciulla, straziati da una sorte così crudele, si ritirarono nell'ombra della reggia chiusa, condannandosi a una notte senza fine.
Ma Psiche, mentre impaurita e tremante ancora piange a dirotto sulla cima della rupe, ecco che sente un dolce soffio di Zefiro alzarsi lievemente e agitarle da ogni parte il lembo della veste, che, gonfiato come una vela, la solleva con il suo leggero alito, e facendola scivolare a poco a poco lungo il pendio dell'erta rupe, la depone con dolcezza nel grembo di un prato fiorito della valle sottostante.
