Il deltaplano
(10 dicembre 1998)

- Appoggiati a quel calciobalilla, tesoro. Apriti la camicia e giocherella con la catenina… Le labbra semiaperte… così…
- Sembro un mezzo deficiente: mi manca solo la bava alla bocca.
- Sì amore, un mezzo deficiente. Sei perfetto.
- Come deficiente sono perfetto: okay, è bello saperlo.
- Deficiente ma sexy. 
- Con la scusa del sexy mi stai facendo sembrare più cretino di quel che sono. Cioè, non è che io sia chissà quanto intelligente, però mi piacerebbe essere apprezzato anche per qualcos'altro, se permetti.
- Non ti sto facendo solo foto per le riviste di moda, ci sono anche i servizi artistici: e lì interpreti ruoli davvero affascinanti, devi ammetterlo.
- Sì, quelli sì. Ma questi non li reggo più.
- Non fare il bambino capriccioso, lo sai che ti apprezzo anche per la tua interiorità.
- Sì, come no: mi tratti come un minorato mentale. Prima era diverso, ma ora mi dai veramente sui nervi.
- Davvero ti faccio arrabbiare, cucciolo?
- Sì, e parecchio.
- Tanto tanto?
- Oh cazzo… vabbè, inutile parlare con te in certi momenti.
- Sei un gattino dolcissimo, sai? Tenero e feroce. Ti adoro quando prendi a calci il gomitolo: ti ci arrotoli dentro, ti leghi le zampe da solo e poi resti lì come un pirla ad aspettare che qualcuno ti sleghi.
- Senti Gianni, se non ti volessi bene…
- …mi avresti già mandato a stendere. Però non lo fai, vero? 
- No, non lo faccio.
- Anche perché mi spezzeresti il cuore. Ora vienimi un po' più avanti, sotto quella tettoia un po' sgangherata: mette in risalto per contrasto l'eleganza del completo di lino. La schiena contro il palo di legno, la testa un po' rovesciata all'indietro… Bravissimo, così.
L’ambientazione del servizio fotografico è a dir poco insolita: ci troviamo nel vecchio bocciodromo di Lodi, l’ultimo posto al mondo in cui uno penserebbe di incontrare un fotomodello con un outfit da passerella, oltre tutto fuori stagione (il servizio è per la moda primavera-estate). Stiamo lavorando ad un servizio per la rivista Elle, una di quelle cose che ormai sopporto molto malvolentieri: devo apparire discinto, con la camicia aperta sul petto nonostante la temperatura invernale, i capelli al vento, lo sguardo equivoco e allusivo di un rintronato, eccetera eccetera. Neppure a Gianni piacciono più questi servizi di moda, ma lo pagano per farli e lui ha bisogno di lavorare per vivere: gli piace il lusso, e il lusso costa. Dal punto di vista lavorativo il nostro rapporto è cambiato: come mi aveva promesso, ora dividiamo a metà i guadagni delle commissioni; in pratica siamo diventati soci, un po’ come con Bruno.
Guardo Gianni e inevitabilmente sorrido.
- No, non devi sorridere: rifammi la faccia incazzata.
Mi rimangio il sorriso, ma dentro di me contino a sorridere: prima fecevo l'incazzato, ma ovviamente era per finta, e lui lo ha capito perfettamente. La sua spensieratezza mi intenerisce: ha ritrovato il buonumore e la sua surreale ironia, soprattutto in momenti come questo, in cui siamo impegnati in attività frivole e superficiali. Sono i momenti in cui è più facile per noi amarci: siamo come due bambini che giocano, è la dimensione perfetta per noi. Ci concediamo qualche bacio ogni tanto come una specie di carburante, per poi ripartire alla grande con il lavoro, cioè con il gioco. I guai iniziano quando il desiderio fisico s'intrufola fra di noi come un terzo incomodo.
Ho dovuto prendere atto che tra me e Gianni il sesso sarà raro e difficile. Non per paura: ho smesso di avere paura di lui; non ci sono più stati episodi di violenza simili a quella disgraziata volta del cinema, e anche l'assurdo stratagemma della molletta da bucato è stato accantonato. Gianni è entrato in una dimensione per lui sconosciuta in cui si muove con stupore e cautela, come uno che sia entrato per sbaglio in una cristalleria ed abbia continuamente paura di rompere un oggetto con un movimento maldestro; però credo che la cosa gli piaccia molto. Quanto a me, riesco ad abbandonarmi nel sesso come non mi accadeva più da tempo: sento che lui mi capisce in modo intimo e profondo.
Tutto bene, dunque? 
No, non va affatto bene.
Anzitutto il mio desiderio di “lasciarmi andare” mi è apparso finalmente per quello che è: una pretesa egoistica e autoreferenziale, una forma di narcisismo in cui all’altro è riservato solo il ruolo di uno specchio in cui riflettere la mia presunta bellezza. E non mi vedo più così bello, perché non lo sono: non lo sono dentro. Mi sento soltanto stupido, perché con le mie pretese sto rendendo infelice la persona che amo. 
- Ora vammi con la schiena contro quel vecchio flipper… Un pochino più a sinistra… Alla mia sinistra, gioia, non alla tua. Guardami come se volessi tirarmi una scarpa in testa… così, bravo, perfetto.
Più Gianni mi desidera, più si sente in trappola: è una situazione che ho già vissuto con Antonia e di cui conosco fin troppo bene i rischi. Lei era arrivata alla crisi di rigetto totale; Gianni non ce la fa: ci ha provato, ma è stato costretto a tornare sui suoi passi e a subire l'umiliazione di supplicarmi di rientrare nella sua vita, cosa per la quale l'ho apprezzato infinitamente: ci vuole coraggio per ammettere una cosa del genere, e altrettanto coraggio per accettare di viverla. Però devo stare attento, molto attento: sono tornato nella sua vita, come io stesso desideravo con tutta l'anima, ma purtroppo l'anima è attaccata a un corpo, che, come dice Platone, crea soltanto un sacco di guai.
I nostri rapporti lasciano in lui un penoso strascico di rimorso, perché sente di tradire il suo vecchio compagno in un modo profondo, che non è solo fisico. Lo vedo cupo e abbattuto ogni volta che cede al desiderio, e anche preoccupato, come se temesse di non avere più il controllo della situazione. È abituato ad essere il regista della sua vita e di quella di chi lo circonda; ora non è più lui a dirigere il gioco, e questo lo rende nervoso e irritabile. Poi c’è stato il penoso incidente della maschera di ferro, in cui si è lasciato sopraffare da una brutale bestialità, rivelandomi un aspetto di sé di cui si vergogna profondamente. Ora il fatto di non riuscire ad astenersi dal sesso, per quanto vissuto in modo tenero e affettuoso, lo manda in confusione. A volte mi tratta male senza motivo, solo per sfogare la tensione nervosa, riconoscendo in me il colpevole di una situazione per lui mortificante. Poi mi chiede scusa e mi abbraccia, perché lo sa che non è colpa mia.
- Metti i piedi bene in mostra, tesoro? Perché me li nascondi?
- Ma sei sicuro?
- Sicurissimo, gioia.
In totale contrasto con il mio abbigliamento elegante, Gianni mi ha fatto indossare delle ciabatte da mare di quelle con le fasce incrociate, davvero orrende, da cui sbucano dei calzini spiegazzati color cacca di gatto. Un’altre delle trovate geniali e stravaganti per cui lui è famoso nell’ambiente, anche se certamente meno infelice di quella della Smart. Ogni tanto ripenso a quella giornata e non la trovo più così orribile, ma semplicemente comica: ci siamo comportati tutti come degli idioti.
In questo momento Gianni è felice perché è lui il regista, e perciò lo assecondo volentieri: cerco di apparire deficiente, sexy, incazzato, insomma tutto quello che vuole. Non sopporto di vederlo depresso e scontento; io lo amo soprattutto per la sua patetica dipendenza da me e per il fatto di riuscire a sopportarla stoicamente senza cacciarmi dalla sua vita, a differenza di Antonia. Provo per lui un affetto profondo e voglio che sia felice, non tormentato dai sensi di colpa: perciò faccio del mio meglio per evitare di indurlo in tentazione, a cominciare dal mio abbigliamento casuale e dimesso: indosso maglie e pantaloni troppo larghi, quasi informi, che però non ingannano il suo sguardo da intenditore. 
Ho cominciato a detestare il fatto di essere bello, pur essendo consapevole che è essenzialmente per questo che Gianni mi ama. Gianni è un esteta, non mi ama certo per la mia interiorità: poco fa ha mentito. Del resto, cos’ha di così speciale la mia interiorità da dover essere amata? Questo pensiero mi rattrista profondamente: mi domando cosa succederebbe se, per un motivo qualsiasi come una malattia o un incidente, io perdessi la mia bellezza. Non credo proprio che mi amerebbe ancora, non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo.
Per di più i nostri rapporti sono a senso unico: lui non mi permette di avere accesso al suo corpo se non per carezze del tutto innocenti. Ma poi io stesso mi sento in soggezione con lui: c’è come una corazza invisibile a difesa della sua intimità, qualcosa che mi incute uno strano rispetto, un timore reverenziale. La sola idea di compiere un gesto come infilargli una mano nelle mutande mi appare volgare e oscena. L’oggetto del desiderio devo essere io e solo io, questo è chiaro: è sottinteso nel suo sguardo, che conserva un tono autoritario anche nei momenti di maggiore intimità.
Ma che senso ha tutto questo, e soprattutto dove può portarci?
Ogni giorno mi domando se non sarebbe più sensato, a questo punto, dirottare il nostro rapporto su un binario completamente platonico: io lo accetterei, soprattutto nel suo interesse, ma lui non me lo permette. Non ho ancora capito se lo faccia perché mi desidera troppo o per un calcolo ben preciso, perché suppone che mi cercherei qualche valvola di sfogo altrove. Non ha capito come sono fatto: io non farei mai una cosa del genere. Io sono felice di condividere con lui tutto il tempo possibile: ogni esperienza, per insignificante che sia, vissuta con lui mi riempie di gioia; non ho bisogno del sesso per sentirmi così. Mi farei bastare i suoi baci, ecco: di quelli non vorrei proprio fare a meno. È l’unica forma di reciprocità che mi sia concessa, e perciò me la tengo ben cara.
Non so come uscire da questo vicolo cieco e in ogni caso mi guardo bene dal compiere scelte drastiche e avventate; temporeggio, ma è chiaro che dobbiamo trovare una soluzione. Dobbiamo cercarla insieme. Sento che è venuto il momento di affrontare questo discorso con lui.
- Ora toglitele del tutto.
- Cosa devo togliermi?
- Le ciabatte, tesoro, e anche i calzini.
- Ma resto così, a piedi nudi?
- Sì. Hai dei piedi stupendi, non te l'ho mai detto?
- Sì che me l'hai già detto, non te lo ricordi?
- Oh, non è che posso ricordare tutto quello che dico a tutti i miei modelli.
- Capisco. Ci sono troppi ragazzi ai quali fare i complimenti per i piedi belli, suppongo.
- No, amore, tu sei l'unico piedi d'angelo. Mi sono innamorato di te per i tuoi piedi, sai?
- Sì vabbè… 
- Non ci credi?
- Dai, basta prendermi per il culo. Andiamo avanti con il lavoro.
C’è del feticismo in lui: questa fissazione dei piedi, per esempio. Del resto, pare che sia una perversione piuttosto diffusa, e io di perversioni non me ne intendo, perché non ne ho.
Terminato il servizio, torniamo a Milano. Dopo uno spuntino frugale ma raffinato, come sempre con Gianni, al nostro solito bar, ci rechiamo dritti filati allo studio, dove lui scarica immediatamente il contenuto della macchina fotografica sul suo pc, dotato di un display molto ampio: mi fa sedere accanto a lui, su una delle sue comode sedie di plastica di design, e scegliamo insieme le foto migliori. 
- Questa del flipper mi sembra molto bella, hai avuto una buona idea.
- Sì, sei stupendo qui.
- Nel complesso non è andata male: in alcune foto sembro perfino un fotomodello vero.
Mi sorride.
- Che tu lo voglia o no, ormai sei un modello fatto e finito.
- Non scherzare, Gianni, sono ancora molto impacciato: sei tu a dirmi tutto quello che devo fare. E poi lo sai che non m'interessa questo tipo di carriera: a me piacciono moltissimo i tuoi servizi a scopo artistico e culturale, come quello alla chiesa di Merate.
- Anch'io li preferisco di gran lunga, ma la cultura non fa soldi, amore mio, a meno che non si trasformi in moda. Guarda ad esempio i quadri di Massimiliano: è riuscito ad imporli negli ambienti che contano, per cui nella Milano bene è d'obbligo averne un paio in casa. Le sue mostre sono sempre un successo.
- Te lo ripeto: perché non organizzi anche tu una mostra? Hai delle fotografie bellissime, soprattutto quelle di interni di chiese e castelli, ma anche quelle di fabbriche dismesse e in rovina; hanno un fascino incredibile e colori fantastici: sembrano dipinti impressionisti, tipo Monet.
- Ti ringrazio, cucciolo: effettivamente qualcosa di decente c'è. Soprattutto quelle di Merate, con te nelle vesti di Apollo e dell'angelo Gabriele. Ci penserò.
- Ti darò volentieri una mano.
- Grazie, tesoro.
Si volta verso di me e mi abbraccia con gratitudine. Finiamo a letto.
