A questo punto si svolge al mio interno una lotta accanita. Metà di me si ricorda che sono un maschio e che quella era la donna della mia vita; l'altra metà ha il cuore che sanguina per Gianni. 
Non so se ricambiare il suo bacio: vorrei, dannazione, ma non posso. Impugno saldamente il cellulare che tengo sotto il cuscino, come se fosse la mano di Gianni, e volto la testa di lato.
- Non posso, Antonia - le dico.
- Non puoi neppure darmi un bacio? - sussurra lei.
- Non posso "in particolare" darti un bacio: è il gesto più intimo che io riesca a concepire. Non posso, scusami, davvero non posso. E soprattutto non devo.
Lei non dice niente: allontana il viso dal mio e si siede sul letto.
- Antonia, - le dico con il cuore in mano - tempi duri si preparano per me: devo temprare il mio corpo e il mio spirito. Se cedo alla prima tentazione, per me è la fine. Non potrei mai perdonarmi di avere tradito e abbandonato un uomo che si fida di me, un uomo al quale sono legato da un affetto profondo. Ti prego di capirmi, se puoi.
Tace per un po', poi fa lentamente segno di sì con la testa.
- Credo di potere. 
Si china di nuovo a baciarmi, questa volta sulla fronte.
- Buona notte, Antonia: grazie del bellissimo pomeriggio e del regalo: la tua sciarpa di cachemire è stupenda.
- Di nulla. Buona notte, Emmanuel.
Sorride e si allontana.
La mia fronte è imperlata di sudore nervoso. Tiro fuori da sotto il cuscino il cellulare e osservo il display: strano, non c'è nessuna chiamata di Gianni e neppure un suo messaggio. Improvvisamente il cuore mi si riempie di gelo. Non posso chiamarlo, perché Massimiliano se ne accorgerebbe: azzardo un timido messaggio, un cuoricino rosso con un punto interrogativo, e attendo. Nessuna risposta.
Inutile dire che in quelle condizioni non riesco a prendere sonno. Fisso a lungo il soffitto, con le pulsazioni del cuore accelerate. Cosa succede a Gianni? Perché non mi chiama? 
Maledizione, non so davvero cosa fare.
Improvvisamente, dopo un'ora di tortura, il mio cellulare squilla. Rispondo subito.
- Gianni!
- Ciao cucciolo, cos'è quel tono allarmato?
- Niente, scusami, è solo che di solito chiami prima e ho avuto paura che ti fosse successo qualcosa.
- E infatti mi è successo qualcosa: ho litigato con Massy per tutta la sera. 
- Perché?
- Dice che le mie ultime foto non sono all'altezza delle precedenti e non meritano una mostra. Come se i suoi quadri fossero tutti bellissimi! Ce ne sono alcuni che fanno schifo, solo che lui ormai è una firma, a Milano, e può permettersi di tutto. Avere in casa un Cattaneo fa tendenza, anche se è una porcheria. Quei gatti con i baffi a lisca di pesce che fa negli ultimi tempi, poi… Sono orrendi, paccottiglia kitsch. Ero incazzato nero e gliel'ho detto in faccia, e lui mi ha urlato che non capisco un tubo di arte e mi ha detto che sono una stupida donnetta. 
- Una stupida donnetta?
- Sì, con un cervello da gallina. 
- Ma dai, Gianni, non posso crederci.
- Proprio così. E mi ha ordinato di tenere la bocca chiusa fino a nuovo ordine, a meno che non sia per… vabbè, ci siamo capiti.
- Capisco, Gianni. Dev'essere stata una discussione veramente sgradevole.
- Mi ha offeso a morte. Stasera dormo sul divano, col cazzo che vado in camera da lui. Lo so che mi aspetta per fare la pace, ma non posso condividere il letto con uno che mi disprezza e dipinge gatti con i baffi a lisca di pesce.
Una tenerezza profonda mi invade.
- Non preoccuparti, Gianni: faremo un paio di sessioni in quei posti che sai tu, fabbriche dismesse o chiese in rovina, e vedrai che il risultato sarà meraviglioso come al solito.
- Grazie, cucciolo - risponde con voce rotta dalla commozione - Ma quali chiese?
Rimango per un attimo interdetto.
- Be', non so: per esempio quella di Merate, dove siamo stati l'altra volta.
- Ma, cucciolo, a Merate non ero andato con te.
Mi si blocca la glottide. Non riesco a rispondere nulla, resto in silenzio per parecchi secondi.
- Gianni, - dico infine, articolando a fatica le parole con la gola secca - certo che ci siamo andati insieme, non ricordi? Abbiamo fatto le foto con me vestito da arcangelo Gabriele e poi da Apollo. 
Segue uno sconcertato silenzio.
- Ma sei sicuro?
- Certo che sono sicuro, Gianni! Dannazione, ci sono le foto, quelle della mostra! Non ti ricordi che la contessa ha comprato la stampa della mia foto a grandezza naturale? "Apollo in una chiesa gotica"!
- Sì, forse hai ragione.
Rabbia e dolore si fondono nel mio tono di voce.
- No, Gianni, non ho ragione "forse": ho ragione e basta, cazzo!
- Va bene, va bene, ma perché ti arrabbi? È solo che avevo l'impressione di esserci andato con un altro… uno con i capelli rossi. Ora non mi ricordo il suo nome.
- Christian? - chiedo allibito, non riuscendo a credere alle mie orecchie.
- Sì, giusto: Christian! Come fai a saperlo?
Il cuore mi si blocca in petto.
- Gianni, Christian sono io. Mi hai fatto tingere i capelli, non ricordi? 
Di nuovo un lungo silenzio.
- Ah già, che sciocco: è vero, eri tu… Dio mio, che imperdonabile distrazione! Ti sei offeso, amore? 
- No, macché offeso: sono solo… preoccupato, ecco. Molto preoccupato.
- Ma non devi preoccuparti: lo sai che per me esisti solo tu. È solo che Christian il rosso mi è rimasto nel cuore. 
- Comunque, Gianni, a Merate i capelli li avevo ancora biondi.
- Stavi bene con i capelli rossi, ma stai bene anche senza.
Mi viene da piangere.
- Gianni, quel giorno abbiamo anche fatto l'amore… Te lo ricordi adesso? Dimmi che te lo ricordi, ti prego.
- Certo che me lo ricordo: ti sei messo a ridere mentre facevi sesso, come potrei essermene dimenticato?
Ride. Anch'io rido, sudando freddo, solo in parte confortato dal fatto che finalmente la cosa si sia riaffacciata alla sua mente.
- Ti voglio tanto bene, cucciolo, chiunque tu sia - conclude Gianni con voce commossa: comprendo all'improvviso che in quel "chiunque tu sia" sta la chiave di tutto. La sua mano è tesa nel vuoto di una mente che si sta smarrendo e cerca la mia, senza preoccuparsi di chi io sia: vuole solo che io gliela stringa e gli faccia sentire che ci sono. Non importa chi sono. L'accettazione da parte mia deve essere totale: "nella buona e nella cattiva sorte".
- Davvero mi vuoi bene, Gianni? - chiedo, cercando di non piangere.
- Un sacco di bene. Ti amo tanto. Non so cosa farei se non ci fossi tu.
A questo punto piango per davvero, ma in silenzio.
- Sul serio mi aiuterai a fare delle foto molto belle? Perché Massy dice che devono essere molto belle, e non solo un po' belle, per poter meritare una mostra.
- Certo che ti aiuterò, Gianni: e saranno bellissime.
- Grazie, amore mio. Buona notte, ci sentiamo domani.
- A domani, Gianni: cerca di dormire bene, anche se dormirai scomodo, sul divano.
- Per niente: è un divano letto di gran marca ed è molto confortevole. Ci ho già messo un piumino d'oca come quelli che piacciono a te, color carta da zucchero.
- Davvero ti ricordi che mi piacciono i piumini d'oca?
- Come no: siamo stati in montagna e abbiamo dormito insieme, e tu continuavi a fare un casino assurdo con le piume rotolandoti nel letto e dicendo che quel fruscìo ti piaceva un sacco. Dov'era già?...
- Non importa. L'importante è che ti ricordi che eravamo insieme. 
- Certo che me lo ricordo. 
- Sogni d'oro, Gianni.
- Grazie, amore mio, anche a te.
Riattacca.
Per un po' lascio scorrere le lacrime; poi le asciugo e mi faccio forza: le foto ci saranno e saranno bellissime. Non so come questo potrà accadere, ma accadrà, ne sono certo.
La fede, e l'amore, smuovono le montagne.


