Asilo nido
(fine febbraio 1999)
(versione integrale)

- Grazie del bellissimo regalo di compleanno, May.
- Di gnente, Prins: è solo un malioncino fatto ai ferri.
- È splendido, morbido e caldo. Anche la cintura che mi ha regalato Carlos è bellissima, di cuoio vero, bello spesso, proprio come piace a me.
- Carlos ti vuole bene, Prinsy, anche se è un pokito geloso…
- Geloso di cosa? Del mio rapporto con Gianni?
- Eh sì Manu. Ora siete amigu, ma prima lui era enamorado di te. 
- Lo so, Mayra.
- Poi ha visto che stavi con delle mujeres e si è fatto furbo. Ti vuole bene come un irmùn adeso. 
- Anche per me è come un fratello.
- Ma no è che capisce tanto bene perkè ora ti piace un altro maskio, eh! E poi così grandi.
Scuoto la testa.
- Non lo capisco nemmeno io, Mayra. Sono quelle cose che ti arrivano addosso come un treno e non puoi farci niente. So solo che con Gianni sto benissimo: mi diverte, mi rilassa, mi fa fare un sacco di cose interessanti… E poi mi piace: è un uomo affascinante, colto e spiritoso, anche se è matto come una capra. 
- Eh, apunto. 
- Voglio molto bene a quel pazzo, forse proprio perché è pazzo. Mi fa una grande tenerezza la sua dipendenza da me: se sta anche solo mezza giornata senza sentirmi, entra in uno stato di agitazione isterica, va in confusione, non capisce più cosa dice e cosa fa.
- Perkè ti ama, Manu.
- Credo proprio di sì. Quando mi vede si tranquillizza e ritorna quasi normale. Adesso sono diventato il suo collaboratore, sai? Non più un semplice fotomodello. Facciamo ancora le foto per le riviste di moda, ma solo per tirar su un po' di soldi. La maggior parte delle volte discutiamo insieme i suoi progetti, andiamo in giro per chiese antiche, castelli e fabbriche dismesse a fare fotografie artistiche: è bravissimo, riesce subito a capire qual è la luce giusta per trasformare qualsiasi oggetto in un'opera d'arte, con sfumature di colore magiche. La sua prima mostra è stata un successo: ha intenzione di organizzarne un'altra e io sono felice di aiutarlo. Ho ereditato da mia madre l'amore per l'arte, mi piace moltissimo questo tipo di lavoro.
- Sì, però basta con i kabèlu rostu: te sei blombadu e stai bene così. No tingerli più, che poi si rovinano.
- Hai ragione, Mayra: ho dovuto lavarli non so quante volte per far andare via la tinta. Ho detto a Gianni che sono stufo di questa mascherata e si è rassegnato. Finora l'ho sopportata solo per far piacere a lui: essere felici comporta anche qualche prezzo da pagare.
- Sono kontenti che sei felice, Manu.
- Sì, lo sono. O meglio, lo sarei, se non fossi preoccupato. 
Mi blocco, non sapendo se parlarne con Mayra.
- Preocupado da kùza?
- Gianni ha degli alti e bassi spaventosi: è come stare continuamente su un otto volante. E ultimamente sta commettendo un sacco di errori. 
- Erori come?
- Errori che ti sembreranno banali, ma che sono assurdi per uno come lui. Ti faccio un esempio: l'altro giorno era incerto se montare sulla sua Canon un obiettivo Zeiss o Leitz.
- No mi sembra mica un erore grave questo.
- Per una persona comune no, ma per un professionista del suo livello lo è eccome: mi ha ripetuto cento volte che la superiorità Leitz sta nella cromaticità, nella trasparenza, nella tridimensionalità, nella brillantezza, nella lettura dei dettagli delle ombre e altre cose del genere, mentre con lo Zeiss è come vedere le cose attraverso degli occhiali colorati, che è tutta un'altra storia. Era come se all'improvviso non se ne ricordasse più: gliel'ho ricordato io, ma lui si è offeso e mi ha risposto seccamente: "non insegnare ai gatti ad arrampicare". Quella cosa era sparita dalla sua mente, un vero e proprio vuoto di memoria. 
- Magari è solo un po' stanco.
- Può darsi. Però gli cadono le cose di mano, e anche questo non era mai successo. L'ultima volta gli è sfuggito l'obiettivo mentre lo stava cambiando e la lente si è spaccata.
- Oh ke pekato! Credo che costa un sako di soldi.
- Infatti. Ora però sembra che si sia un po' ripreso: non dice più tante stranezze ed è tutto concentrato sulla preparazione della nuova mostra. Gli sto dando una mano, perché a volte ha delle strane incertezze, ma le sue ultime foto sono molto belle, a mio parere: i suoi castelli diroccati hanno uno fascino straordinario, trasmettono un senso di sublime come i dipinti di Friedrich.
- Mi fa piacere, Prinsy. Ma te ci sei ancora nelle foto?
- A volte sì, ma mi fa interpretare fantasmi o cose del genere, presenze sinistre e macabre. Dice che il bello, in certe circostanze, risulta ancora più inquietante.
- Che bruta kuza, Manu! Te sei tanto bunitu e ti fa fare il fantasma?
- Sì, ma non me ne importa niente: a me basta vederlo contento.
Sospiro scuotendo la testa e cambio argomento.
- Oggi pomeriggio non vengo alla serra, May: vado da Antonia. Anche lei ci tiene a festeggiare il mio ventunesimo compleanno. Martino compie due anni fra un mese, ho pensato di portargli un regalino anch'io, in anticipo: un gioco educativo molto carino. A suo tempo gli regalerò anche qualcos'altro.
- Gli vuoi bene, eh, Manu…
- Sì, molto. Puoi tenermi Bella per questo pomeriggio, per favore?
- Con piacere: lo sai che stiamo bene insieme, io e la cane.
- Grazie, sei un tesoro.
- Atento a Antogna, Prinsy.
Stupito, la guardo.
- Attento a cosa?
- Quela mujer ti piace ancora tantisimo, e lo sa.
- Mayra, il mio cuore è tutto impegnato da Gianni.
- Lo so, ma no c'è solo il cuore. C'è anke altro.
- Mi sottovaluti, May.
- Atento che no ti sopravaluti te, Prins.
Sorrido e le dò un buffetto sulla guancia.
- A domani. Ti lascio il cellulare dell'ufficio: se telefona Bruno, digli che per le case di Albugnano potrei avere un cliente.
- Va bene, Manu: buon pomerigio.
…
- E questo animale verde con le zampe lunghe si chiama "rana". "Rana", vedi? C'è anche scritto sotto: "Ra-na".
Ho regalato a Martino un gioco educativo che si chiama "Le mie prime parole": contiene una quarantina di carte colorate e ben disegnate per insegnare a parlare bene e in modo appropriato, collegando i suoni con le immagini e incominciando anche ad associare visivalmente i segni dei nomi scritti con i rispettivi fonemi. 
- "Ra-na": prova a ripeterlo con me.
- "Ra-na" - ripete Martino senza alcuna difficoltà, osservandomi di sottecchi con l'aria di uno che pensa di avere a che fare con un adulto tardo di comprendonio: in effetti lui esegue queste richieste con assoluta disinvoltura, così come non ha esitazioni ad incastrare al posto giusto i tasselli del puzzle di legno per bambini che gli ho regalato il mese scorso. In particolare è bravissimo nel "memory": si ricorda a colpo sicuro la posizione delle tessere e le associa senza esitazione. 
- Sei bravissimo, Martino! Hai risposto sempre giusto. Ora, se vuoi, puoi riposarti e andare a giocare con il Lego nella tua cameretta, insieme a Gino.
- "Gi-no" - risponde lui con un tono un po' canzonatorio; scende dalla seggiolina e si avvia trotterellando verso la sua cameretta, seguito dal gatto.
Ho la netta impressione che mio figlio, molto più dotato di me mentalmente, abbia sopportato questo gioco istruttivo solo per non darmi un dispiacere. Improvvisamente mi sento scemo. Antonia comunque mi sorride.
- È un gioco molto carino quello che gli hai regalato, Emmanuel.
- Sì, a me piace molto. Ma forse a lui non tanto.
- Lui preferisce i giochi elettronici, ma io non sono d'accordo. Lo hanno anche all'asilo nido, sai? Martino potrà giocarci anche lì.
Resto in silenzio per qualche secondo.
- All'asilo nido? 
- Sì, certo: ha quasi due anni, Emmanuel, è ora che ci vada.
Provo una sensazione di forte disagio.
- Ma scusa, Antonia, perché?
- Perché voglio rimettermi a lavorare: non ho la minima intenzione di continuare a farmi mantenere da tuo fratello, e un po' anche da te.
"Un po'": incasso il colpo. Quello che riesco a passare ad Antonia per il mantenimento di Martino non è davvero gran che, e proviene quasi tutto dal mio lavoro clandestino come fotomodello, perché quello che guadagno con il vivaio basta a malapena per le spese vive e per pagare lo stipendio a Mayra: purtroppo il grosso dei miei guadagni serve ancora a pagare le rate del prestito fattomi da mio padre e mio fratello. 
- Antonia, ho quasi finito di restituire il prestito ai miei: in seguito potrò essere più generoso con voi due.
- Ma io non voglio affatto che tu sia più generoso: voglio mantenermi da sola. Sì, lo so che tu ci tieni e ti ringrazio, ma per me è una questione di principio: ho ricevuto diverse proposte di supplenza dalle scuole del Torinese e ne ho già accettate un paio. Il mio curriculum universitario è una garanzia, e nonostante il degrado della scuola pubblica ci sono ancora dei Presidi che ci tengono al latino e al greco.
- Non ne dubito, Antonia, e tu sei bravissima. Ma torniamo all'asilo nido: per quale motivo è necessario che Martino ci vada? Tua mamma non può più occuparsi di lui?
- Ma Emmanuel, ti pare che una donna dell'età di mia madre possa stare dietro a un bambino di quasi due anni tutte le sante mattine? Avrà pure il diritto di farsi la sua vita, povera donna.
- Sì, scusa, ho detto una stupidaggine. Però posso occuparmene io un paio di mattine alla settimana, se ti fidi: lo tengo con me al vivaio. 
Lo terrei con me anche di più, se non fosse che devo andare a Milano da Gianni almeno due giorni alla settimana.
- Penso che si divertirebbe abbastanza - aggiungo.
- Ne dubito, non mi pare che abbia interessi botanici, ma ti ringrazio del pensiero.
- E poi giocherebbe con Bella, e Mayra gli preparerebbe degli ottimi dolci e lo farebbe giocare volentieri. Ha un forte istinto materno.
Vedo che Antonia tentenna: in fin dei conti anche a lei l'idea dell'asilo nido non piace gran che. Insisto:
- Ma lui cosa ne pensa? È importante la sua opinione. Vuole andarci, all'asilo nido?
- No. Per il momento non vuole. L'ho portato un paio di volte e si è subito messo a fare i capricci per tornare a casa.
- Non sarebbe mio figlio se non vedesse l'ora di andare a ficcarsi in una specie di scuola. Lascialo in pace ancora per un po', Antonia: sul serio, possiamo pensarci noi, organizzandoci in qualche modo.
- In effetti… - prosegue Antonia rabbuiandosi in volto - C'è anche il problema dei vaccini. Stanno diventando obbligatori e sono veramente troppi: poliomielite, tetano, difterite, pertosse, morbillo, parotite, rosolia...
A questo punto ne ho abbastanza: decido che è ora di fare il padre.
- Antonia, - le dico, con la massima autorevolezza di cui sono capace - io sono contrario. Non so dirti perché, è più che altro un fatto di intuito, ma in queste cose difficilmente il mio intuito sbaglia. 
Mi aspetto che Antonia mi rinfacci che l'intuito, a suo tempo, non mi aveva suggerito di stare alla larga dalle droghe, ma in questo momento non ho né voglia né tempo di addentrarmi nella spiegazione psicanalitica del mio cupio dissolvi adolescenziale, in cui peraltro lei aveva avuto una parte rilevante: ci sono ben altre urgenze da fronteggiare. Attendo per qualche secondo il suo rinfacciamento, ma siccome non arriva, proseguo sullo stesso tono.
- Sono assolutamente contrario: sento che tutto questo non può fargli bene. Passino la poliomielite, il tetano e la difterite, ma gli altri? Tutti noi ci siamo fatti tranquillamente a casa il morbillo, la parotite e tutto il resto. E poi, a parte questo, non possiamo iniettarci in corpo un po' di tutto nell'illusione di difenderci da ogni malanno: è un'idea idiota e pericolosa. 
- Chi ha inventato i vaccini lo ha fatto per il nostro bene.
- Vuoi dire Jenner? È vissuto nel Settecento, Antonia: sono passati un po' di anni da allora. Lui probabilmente lo ha fatto con le migliori intenzioni, ma oggi in genere chi dice di volere il nostro bene mente spudoratamente e cerca di fotterci, a cominciare dai nostri governanti. 
Riprendo fiato, mentre Antonia, a braccia conserte, mi lascia proseguire guardandomi con una certa attenzione.
- Ti ho mai raccontato l'incubo che facevo a cinque-sei anni?
- No, non mi pare.
- Sognavo di trovarmi in una specie di labirinto di corridoi, nel buio più totale; dovevo nascondermi dietro tutti gli angoli perché ero inseguito da medici in camice bianco con delle siringhe in mano che volevano a tutti i costi iniettarmi qualcosa. Scappavo attraverso il labirinto con il cuore in gola, con il terrore di imbattermi in uno di loro dietro un angolo.
- Un incubo orribile.
- Sì, assolutamente. L'ho sempre vissuto come un sogno premonitore.
- Spero di no, anche se mi sembra che la situazione stia prendendo una brutta piega.
- E poi scusa, io da bambino saltavo e giocavo come una capra, mangiavo le cose che mi cadevano per terra, mi sbucciavo le ginocchia e mi rimettevo subito a correre senza nemmeno disinfettarmi. Dio santo, dovremo pur costruirci un sistema immunitario!
Sorride.
- Tu non fai testo: appartieni a una specie tutta tua. Martino non è come te: è un bambino delicato.
- Antonia, - le ripeto perentoriamente - io sono contrario, ok? Sono contrario e basta: Martino è anche figlio mio, la mia opinione potrà contare qualcosa o no?
- Non è il caso che ti scaldi tanto, Emmanuel: sono contraria anch'io. 
- Oh, ecco: vedo che ci troviamo d'accordo almeno su questo. Comunque c'è qualcosa che non va nella testa dei nostri politici, da qualche tempo a questa parte; d'accordo, siamo sempre stati una colonia USA fin dalla cosiddetta liberazione, ma adesso c'è proprio qualcosa che gira alla rovescia. Non so cosa, so solo che di questa gente non mi fido: mi sembra che prendano ordini da qualcuno che ci vuole morti.
Sorride di nuovo, evidentemente senza prendere troppo sul serio la mia analisi politico-economica. 
- C'è poco da sorridere, Antonia. È con la manipolazione linguistica che ci stanno fregando: dicono una cosa per intendere l'opposto. Se dicono che è per il nostro bene, puoi stare certa che è per il nostro male. Questo vale per l'economia come per i nuovi vaccini che impongono ai nostri figli. Non possono fargli bene, non è per il loro bene che lo fanno.
- Sì, questo lo penso anch'io.
Visto che su questo siamo fortunatamente d'accordo, cambio argomento.
- Hai già fatto qualche supplenza?
- Sì, e proprio nella tua ex-scuola, il Gioberti. Un mese di supplenza.
- E com'è andata?
- Meno peggio di quanto pensassi. La scuola non fa per me, lo sai, ma insegnare mi piace. Con i colleghi ho rapporti tipo buongiorno e buonasera; in quelle riunioni grottesche che chiamano consigli di classe e collegi docenti me ne sto muta, tranne quando sono obbligata a dire la mia, poi esco e mi butto tutto alle spalle.
- E con i ragazzi?
- I ragazzi mi rispettano. Sono freddissima con loro, molto professionale, e questo incute loro soggezione: perciò se ne stanno zitti e attenti.
- Come se la cavano con le traduzioni?
- Malissimo. O meglio, mediamente malissimo, ma con un paio di eccezioni.
- Peggio di me?
- Tu te la cavavi discretamente, Emmanuel.
- Sì, diciamo che il senso riuscivo sempre a tirarlo fuori.
- Infatti. Loro no, quasi nessuno. Vanno meglio nell’orale: sono ragazzi piuttosto studiosi, di questo non posso lamentarmi. Riesco perfino a far convivere l'insegnamento con i miei impegni universitari. Naturalmente mi guardo bene dall'infilarmi nel tritacarne dei concorsi: non voglio assolutamente diventare insegnante di ruolo, mi legherebbero mani e piedi ad una singola scuola. Per carità. Sono altre le cose in cui desidero essere stabile, per esempio la casa: la penso esattamente come te, ho sempre desiderato una casa di proprietà, anche modesta, e Michele è stato meraviglioso: con i soldi della vendita della nostra villa di Pecetto è riuscito a raddrizzare un po' la condizione economica dei tuoi e perfino a comprare questa casetta, che adoro.
Annuisco in silenzio: cosa potrei dirle? Devo riconoscere la superiorità e la generosità di mio fratello. Purtroppo io non sono in grado di fare altrettanto: sono partito con quindici anni di ritardo. 
- Parua sed apta mihi - aggiunge Antonia.
- Chi era, Ariosto?
- Proprio lui.
- Scusa, ma perché l'hai pronunciato in restituta?
- I latini non hanno mai usato la pronuncia ecclesiastica, Emmanuel: tutto il mondo filologico ci deride per la nostra pronuncia del latino.
- A me la restituta non piace: è troppo dura, la trovo sgradevole.
- Questione di abitudine. Come stavo dicendo, nel lavoro invece preferisco essere precaria: voglio essere io a poter scegliere se, quando, quanto e dove insegnare. Comunque il concetto è che sto bene come sono: non mi identifico col mio lavoro e la mia carriera; le mie radici sono qui, in questa casa di campagna, con mio figlio e il mio gatto. Studio quando ne ho voglia, e ne ho voglia quasi sempre: questo non c'entra niente col lavoro.
- Lo so, Antonia: l'ho sempre saputo. Anche per me la casa è importante. Credo di avere abbastanza occhio per le case, sai? La mia casetta costava poco perché all'inizio sembrava una topaia per come era ridotta, ma si vedeva benissimo che con un po' di manutenzione sarebbe diventata molto carina. L'abbiamo ristrutturata io e Carlos, e Mayra ci ha messo tutto il suo talento per arredarla con gusto e per far diventare bellissimo il giardino.
Si volta a guardarmi.
- Sai una cosa? Alla fine, anche se in partenza sembravi tanto diverso, sei abbastanza simile ai maschi della tua famiglia: avete tutti una mentalità imprenditoriale. Hai finito anche tu per mettere in piedi una piccola impresa. Sei un Kellermann purosangue.
Non so se sentirmi lusingato o infastidito da questa osservazione. Mi rendo conto però che nelle sue intenzioni è un complimento e rispondo di conseguenza.
- Grazie: il mio però è solo un piccolo vivaio, almeno per ora. Riesco a viverci, questo sì, ma non ce l'avrei fatta a metterlo su senza il prestito di mio fratello. E poi l'idea non è stata mia, ma di Mayra.
- Sì, lo so, me l'hai detto; però tu ci hai messo la tua capacità imprenditoriale, che a quanto pare è ereditaria.
- Può essere, chissà: è presto per dirlo. 
- Ad ogni modo, per chiudere il discorso, sui vaccini la pensiamo allo stesso modo. Ma allora cosa facciamo con Martino, non lo mandiamo a scuola?
- Sì, esattamente: se le condizioni sono queste, non lo mandiamo a scuola. Quando sarà ora ci penseremo noi: siamo perfettamente in grado di garantirgli un'istruzione elementare, noi due; e in più c'è anche Michele, che sta facendo la sua parte alla grande.
- Fortunatamente, per il momento sono condizioni che valgono solo per gli asili nido e la scuola dell'infanzia, ma non per la scuola dell'obbligo. Non credo che lo Stato possa precludere la scuola dell'obbligo ai bambini non vaccinati: è un controsenso; se li obblighi, devi consentirgli di andarci, evidentemente. Quanto all'asilo nido, come ti ho detto, Martino non lo sopporta, per cui credo che tu abbia ragione: sarà meglio che proviamo ad organizzarci come possiamo.
- Grazie, Antonia.
Sorride.
- Grazie a te.
Provo un moto di orgoglio paterno per quel mio strano figlio che non sa di essere tale.
- È un bambino con le idee chiare. Chissà se un giorno ti deciderai a dirgli la verità, Antonia.
- Lo farò, Emmanuel, ma adesso è ancora troppo presto: non posso dirgli che suo padre, che lui crede scomparso, è improvvisamente risorto.
Scuoto la testa: non c'è verso di far capire ad Antonia che tutta questa faccenda, montata su un enorme equivoco, non può far bene a nessuno, e che differire nel tempo la mia resurrezione complica ulteriormente le cose. Mi domando come facciano i miei a stare a questo assurdo gioco: Michele porta il bambino a casa abbastanza spesso, con la scusa di esserne il padrino di battesimo; la sua rassomiglianza con me è ogni giorno più evidente, eppure fanno tutti finta di non accorgersene. È tutto assolutamente idiota e inverosimile: sono certo che almeno mia madre abbia intuito quasi subito la verità; però la rispettabilità, il decoro, il buon nome della famiglia eccetera, le impongono di recitare questa stupida commedia. Nessuno chiede mai il mio parere in proposito, nessuno mi fa mai delle domande. Probabilmente pensano che si sia trattato di un errore, una botta di sesso come si suol dire, non certo una storia d'amore: una sventatezza adolescenziale da parte mia, un momento di fatale debolezza da parte della mia insegnante privata; perciò non vale la pena di parlarne, visto che in ogni caso la storia è chiusa (così credono loro), mio fratello si è rifatto una vita, è rimasto in ottimi rapporti con Antonia ed ha accettato di buon grado il ruolo di zio. E poi quel bambino piace a tutti, ha un qualcosa di naturalmente principesco che li incanta: è riservato ma gentile, educato e composto, mentre io da bambino ero un piccolo selvaggio che si rotolava nell'erba con Baldo e Pinola, i nostri vecchi cani.
- E poi… - aggiunge Antonia con una certa esitazione - tu ora stai con quell'uomo. Non mi sembra proprio il momento giusto per dirgli che tu sei suo padre.
Sospiro.
- Antonia, per favore, chiama le cose con il loro nome: quello che intendevi dire è che non ti sembra il caso di fargli sapere che ha un padre gay.
- No… o meglio, sì, un po' sì - ammette.
- Ah ecco. Inutile che io ti ripeta che non ci vedrebbe mai insieme, vero? Te l'ho già detto almeno dieci volte.
- Ma sì, lo so. È che forse… forse sono io che non riesco ad abituarmi all'idea.
Il tono pieno di amarezza con cui ha pronunciato queste parole smonta il mio atteggiamento polemico.
- Mi dispiace, Antonia: non volevo deluderti. Le cose hanno preso questa piega anche perché tu stessa non mi hai voluto… Io ti avrei sposata, lo sai. Ma forse avevi ragione tu, forse intuivi che io non ero… non ero un maschio vero, ecco.
Mi guarda con occhi stranamente teneri.
- Ma certo che sei maschio, Emmanuel. Vuoi che non lo sappia? Sei stato un amante dolcissimo e appassionato per me. Un vero gay non riesce ad amare una donna con tanta passione.
- Forse hai ragione. Io stesso non riesco a darmi una spiegazione di quello che mi succede. Il fatto è che io m'innamoro disordinatamente… Non so come dire, non dipende da me. 
- Sì, molto disordinatamente. Quando t'innamori sei talmente felice che la felicità ti acceca, ti toglie il lume della ragione.
All'improvviso lo stomaco mi si stringe in una morsa. Esito, non so se dirglielo.
- Antonia, in questo momento non sono felice…
Mi guarda sgranando gli occhi.
- Non lo sei? Le cose non vanno bene con il tuo fotografo?
- No, non è questo. È che purtroppo ho l'impressione che Gianni non stia bene.
- Cos'ha? È malato?
- No, malato no, ma la sua testa sta perdendo colpi. Non so come spiegarti, è confuso… Non si ricorda le cose da una volta all'altra, confonde le persone e i luoghi…
- È troppo giovane per soffrire di demenza senile: se non sbaglio non ha ancora cinquant'anni.
- Appunto. È per questo che sono preoccupato.
L'istinto mi dice che devo essere cauto: la reazione di Antonia potrebbe ritorcersi contro di me, in particolare contro il mio ruolo di padre, e io ci tengo a vedere Martino. Improvvisamente alzo la testa sorridendo.
- Sono certo che si tratti di un malanno passeggero - la rassicuro, mentendo spudoratamente. Sento che devo cambiare argomento: non posso mettere in piazza con Antonia i malanni di Gianni. Sento che lo sto tradendo. Lei non è Mayra, non è la persona giusta per poter capire cose che si capiscono solo con il cuore. Gianni è troppo mio per poterlo condividere con chi non lo capisce. Sterzo all'improvviso verso un argomento frivolo.
- Dimmi la verità, nessuno dei tuoi alunni ci prova con te?
- Be', sì, qualcuno mi guarda con quegli occhi strani che hanno i ragazzi in certi momenti. Sai com’è, a quell’età hanno gli ormoni che gli battono in testa e la professoressa ancora giovane e abbastanza carina fa un certo effetto su di loro.
- Oh, lo so. Lo so fin troppo bene. 
- Però basta farli stare al loro posto: tutto qui.
- Non ce n’è nessuno carino?
- Sì, qualcuno c’è. 
Decido di provocarla.
- Non ti passa mai per la testa l’idea di portarti a letto qualcuno di quegli appetitosi adolescenti?
Antonia si volta a guardarmi con occhi gelidi.
- Emmanuel, sei veramente un cretino.
Scoppio a ridere.
- Massì, dicevo per dire…
Faccio una piccola pausa; poi, assumendo un contegno quasi serio, aggiungo:
- Cioè, più che altro parlavo per esperienza personale.
Sempre più glaciale, lei mi risponde:
- Emmanuel, caso mai non ti fosse chiaro, tu per me sei stato un’esperienza unica nel suo genere: non certo “un appetitoso adolescente da portarmi a letto”. Pensavo che l’avessi capito.
Rido di nuovo.
- Dai, non prendere tutto così sul serio: certo che l’ho capito. Sono contento di essere stato un esemplare unico per te: sono abbastanza geloso del mio piccolo privilegio, sai?
Sospira alzando gli occhi al cielo.
- È abbastanza tardi: vuoi fermarti qui a dormire? Il tuo divano letto è pronto.
- Sì, grazie, Antonia: sono un po' stanco, non ho voglia di rimettermi in macchina; e Bella, per fortuna, è con Mayra.
- Quella donna è una santa.
- Eh sì, puoi dirlo forte.
- Preparo qualcosa per la cena.
- Ti aiuto.
…
Ed eccomi nel mio comodissimo divano letto azzurro con le lenzuola di cotone che sanno di lavanda: mi dà sempre una strana commozione essere qui. Voglio molto bene ad Antonia, anche se la nostra storia d'amore si può considerare finita e il mio cuore è occupato da Gianni. Ma guai se lei e Martino non ci fossero: sono un punto fermo della mia vita, qualcosa che in un certo senso mi sono conquistato con mezzi leciti e illeciti e cui tengo moltissimo.
Antonia mi si avvicina e come al solito si china su di me per darmi il bacio della buona notte. Il suo profumo agrumato mi affascina come sempre. Mentre si china le si apre un po' la vestaglia sul seno e improvvisamente mi ricordo che in fondo non sono gay. Chiudo gli occhi: sento la sua bocca sulla mia.
