Tango della gelosia

Sto rimettendo a posto gli attrezzi nella serra, al termine di una giornata di lavoro abbastanza proficua: diversi clienti hanno acquistato o prenotato le nostre piante; i guadagni sono più che discreti, il vivaio è in crescita: nel complesso posso dirmi soddisfatto. Carlos, di ritorno dalla sua giornata di muratore, mi sta dando una mano: è diventato operaio specializzato di terzo livello, per cui il suo stipendio è aumentato considerevolmente, ma non rinuncia a passare il suo tempo libero al vivaio, per aiutare me e sua sorella e per stare in nostra compagnia. Potrebbe limitarsi a cenare con noi, ma gli piace sentirsi parte integrante del nostro progetto: vuole che sia ben chiaro che anche lui è della partita.
Stasera però è insolitamente taciturno: ho provato più volte a fare conversazione, ma ha sempre lasciato cadere tutti gli argomenti che ho messo in campo, anche se mi sono sforzato di portarlo su un terreno comune e ho tentato qualche battuta di spirito, che è caduta nel vuoto.
- Non sembra, - gli dico - ma d'inverno ci sono un sacco di cose da fare nelle serre: rose, camelie, azalee, rododendri, cipressi e conifere vanno trattati con la poltiglia bordolese, altrimenti con i primi caldi si ammalano.
- Lo so, - grugnisce - l'ho fatto ieri.
Mi esprimo come se stessi recitando a memoria un manuale di giardinaggio: dovrei vergognarmi di me stesso, ma così sui due piedi non riesco a pensare a un altro modo per avviare un dialogo; perciò continuo sullo stesso tono, mentre fingo di esaminare con attenzione un irroratore a pressione che ho acquistato ieri.
- È un po' caro, ma credo che ci faciliterà il lavoro. Dobbiamo trattare anche gli alberi da frutto: molte malattie proprio in questo periodo sono in incubazione nel legno dei rami e del tronco. Bisogna fare un trattamento ogni quattro settimane fino a primavera.
- Lo faremo.
- E poi c'è la cocciniglia, che colpisce oleandri, allori e lillà, ma anche gli agrumi. Quella maledetta bestiaccia causa danni irreparabili. Quest'anno voglio provare un rimedio naturale: olio bianco o olio di Neem.
- Puzza.
E niente, Carlos oggi si esprime a monosillabi. 
- Lo so, ma è proprio per questo che è efficace.
Mentre ripongo le attrezzature, non posso fare a meno di lanciare occhiate furtive verso di lui, che sta spostando alcuni vasi. Di solito lavorare insieme nella serra è un momento di condivisione, ma oggi sembra proprio di no. Vedo che sistema gli attrezzi con un’energia che sembra più frenetica che concentrata, come se lo facesse per sfogare la tensione nervosa.
- Andiamo a farci una birra al nostro solito pub? - gli chiedo con tono allegro.
- Cosa intendi per "solito"? - risponde freddo.
- Scusa, in che senso?
Appende pale e rastrelli nel loro alloggiamento e si volta verso di me.
- Saranno settimane, se non mesi, che non andiamo al pub insieme. Perciò non capisco cosa intendi per "solito".
Sono colpito dalla durezza del suo tono. In effetti ho trascurato un po' tutti, da quando frequento Gianni. Il nostro rapporto è stato, ed è tuttora, talmente complicato e altalenante, che ha impegnato quasi tutte le mie energie fisiche e mentali. È solo da poco che ho ritrovato una specie di equilibrio, ma in questo lasso di tempo mi sono perso per la strada parecchie persone care. Ho molto da farmi perdonare.
- Sì, scusami, hai ragione. - rispondo - È un periodo complicato, c'è in ballo la preparazione della mostra di Gianni e gli sto dando una mano: sai, è la sua prima esibizione, ci sono ospiti importanti e lui ha molta paura di sfigurare. In realtà non corre affatto questo rischio, perché le sue foto sono bellissime, ma è molto apprensivo e io sto cercando di tenerlo su di morale.
- Apprensivo - ripete Carlos sarcastico.
Gli appoggio una mano su una spalla: 
- Carlos, scusa, c'è qualcosa che non va?
Libera il braccio dalla mia presa, si lascia cadere pesantemente su una sedia dell'ufficio, incrocia le braccia sulla scrivania e mi guarda. Istintivamente cerco con gli occhi Mayra, ma non la vedo. 
- E' inutile che cerchi Mayra, - mi previene lui - è andata a fare un po' di spesa. Abbiamo il frigo vuoto. 
- Bella dov'è?
- Se l'è portata in macchina. Da quando ha preso la patente, mia sorella trova tutte le scuse per andare a farsi dei giretti in collina, e Bella va volentieri con lei.
- Capisco.
Anche il mio ultimo baluardo, la fedele Bella, mi ha abbandonato. Sono solo con Carlos. Non dico più nulla e aspetto che sia lui a parlare. 
- Principe, - dice infine, pesando bene le parole - se non sbaglio tempo fa mi avevi detto che non eri gay. Te lo ricordi?
Sconcertato, rispondo:
- Sì, me lo ricordo. Ma cosa c'entra?
- E siccome non eri gay, - prosegue lui - mi avevi chiuso la porta in faccia. Non ti sei più fatto vivo per un anno. Anche questo te lo ricordi? 
- Certo, me lo ricordo perfettamente. Mi sono comportato come un cafone. Ma poi sono tornato a cercarti. 
- Già. Però vedi, Principe, il succo del discorso non cambia: tu mi hai mandato a stendere dicendomi che non eri gay. Questo con Gianni non vale? 
- Con Gianni... - inizio, ma le parole si bloccano. - Carlos, è complicato. 
Lui mi osserva con uno sguardo penetrante.
- Complicato? - ripete, alzando un sopracciglio. 
Prendo tempo con una risposta banale:
- È diverso.
Non so da che parte incominciare per spiegargli che di Gianni sono innamorato, mentre di lui non lo sono mai stato, e che questo non c'entra un accidente con il fatto di essere gay. Comunque io la metta suonerebbe offensivo.
- Diverso in che senso? Nel senso che da Gianni ti senti attratto?  
- Sì, ma non è solo una questione di attrazione fisica. È più complesso. Gianni mi fa sentire vivo, mi fa ridere, mi fa dimenticare le mie insicurezze, e poi ha bisogno di me…
Mi interrompo: l'elenco delle motivazioni che ho addotto per spiegare la situazione è talmente ridicolo che taccio di colpo.
Carlos annuisce lentamente e si appoggia allo schienale della sedia.
- Bene, Principe. Sembra che tu stia finalmente trovando la tua strada. Quindi, in sintesi, quella volta che mi hai detto che non eri gay, hai detto una bugia. Era solo una scusa.
Mi sento lo stomaco avvitato in una morsa. 
- No, Carlos. Non è questione di essere gay. È un'altra cosa. 
- Un'altra cosa? Se non ricordo male è proprio questa, la cosa che mi hai detto per mandarmi via. Eppure sapevi che io potevo e volevo essere tuo amico, ma non ne hai tenuto nessun conto, perché non volevi essere gay. Così mi hai detto.
- Carlos, scusami. Mi dispiace davvero.
Mi avvicino a lui, ma mi ferma con un gesto della mano. 
- No. Adesso no. Prima devo capire. 
- Ma cosa devi capire? Non c'è niente da capire, io ti voglio bene e sono tuo amico.
- Invece c'è molto da capire: Gianni è gay, sta con un altro uomo e ha un sacco di anni più di te. Un rapporto ancora più impossibile del nostro. Però a lui non dici che non vuoi essere gay. Come mai?
Mi fissa con uno sguardo affilato.
- È semplice: perché di lui non vuoi sbarazzarti. Invece di me volevi sbarazzarti. Tu mi hai mentito, mi hai detto che non eri gay solo perché volevi sbarazzarti di me.
Mi lascio cadere a mia volta su una sedia di fronte a lui, spossato dalla tensione, ma anche da una sorda rabbia che sento montare dentro di me: non è giusto che Carlos mi sottoponga a questo processo.
- Carlos, a me non interessa il sesso delle persone. E nemmeno l'età. Non m'interessa nemmeno di innamorarmi, non mi pongo il problema. Semplicemente, ad un certo punto mi casca addosso un fulmine e mi ritrovo di colpo imbambolato, stordito, legato all'anima di una persona. Non so come succeda. 
- Legato all'anima di chi... di Gianni? 
- Sì, Carlos, e per favore, non chiedermi perché: non lo so. La sua è un'anima strana e inquieta, ma so che mi ama profondamente e sento che ha bisogno di me. Questo è tutto, Carlos. Quello che non riesco a farti capire è che tutto questo non c'entra niente con il sesso. È qualcosa che ti prende all'improvviso e non sai nemmeno perché, può succedere con chiunque: non c'entra niente con il fatto di essere gay o etero.
Fa segno di sì con la testa. 
- Sì, questo lo so.
Non dico niente, perché so che lo sa per averlo provato con me. Carlos era veramente innamorato di me, e in questo momento, a giudicare dal suo atteggiamento, mi pare che lo sia ancora: la sua è una crisi di gelosia in piena regola. Ho una tremenda paura di perdere la sua amicizia, alla quale tengo moltissimo, ma proseguo imperterrito il mio discorso.
- Bene Carlos: se lo sai, sai anche che non ci si può fare niente. Giusto? Avrei potuto innamorarmi di chiunque altro, maschio o femmina che fosse, e il risultato sarebbe stato lo stesso.
Annuisce. Del resto, non potrebbe negare: sa perfettamente che le cose stanno così.
- L'unica cosa importante da sapere - continuo, allungando una mano verso la sua attraverso la scrivania - è che questo non mi impedisce in nessun modo di voler bene anche ad altri. Voglio bene ad Antonia, a mio figlio, ai miei, e voglio un sacco di bene a te e a Mayra. 
Cerco di ricacciare le lacrime che mi stanno salendo agli occhi. 
- Carlos, io sono tornato a cercarti: questo vorrà pur dire qualcosa. Se avessi voluto sbarazzarmi di te, avrei lasciato le cose come stavano, non credi?
Non dice niente, ma sento che il ghiaccio si sta sciogliendo. Concludo:
- Spero tanto che tu e Mayra non ve ne andrete dalla mia vita: ne soffrirei a morte. 
Finalmente sorride, scuotendo la testa. 
- Non credo proprio che ce ne andremo, Principe. Alla fine, quello che volevo sentirti dire lo hai detto. 
Mi sento come se mi avessero tolto di dosso un autotreno con tutti i vagoni carichi. 
Il suono della porta che si apre interrompe il nostro discorso. È Mayra, con le mani piene di sacchetti della spesa, seguita da Bella saltellante e tutta allegra.
- Ciao mininu! - dice sorridendo. - Ho portato un po' di cibo per riempire il frigo, che vuoto no va mica bene. Mi piace girare in makina, sai Prins? 
- Ciao May - la saluto, provando un gran sollievo: la sua presenza ha sempre la prerogativa di rasserenare gli animi.
- Volete manjare qualcosa qui?
- No May, andiamo al pub - risponde Carlos.
- Oh ke pekato. Paxienxa, vorrà dire che manjo da sola con Bela.
Bella, seduta sotto la scrivania, conferma con un abbaio.
Carlos si alza e si butta il giubbotto in spalla. 
- Dai, andiamo al pub. 
- Divertitevi! - ci saluta Mayra, dirigendosi in cucina.
Mi alzo, saluto Mayra e Bella e seguo Carlos al John Lennon Pub.
…
Siamo seduti al nostro solito tavolo e stiamo bevendo due birre rare: lui ha scelto una Delirium Tremens (ma che razza di nomi danno alle birre?), io una Kloster Scheyern Gold Hell, una birra dall'aroma complesso e persistente. Carlos sembra sereno e io mi sento come uno che l'ha scampata bella. Chiacchiero senza sosta del più e del meno, evitando accuratamente gli argomenti seri.
Verso le dieci il mio cellulare squilla: dò una rapida occhiata al display, ma so già che è Gianni, pronto a darmi la buona notte come al solito.
Sono preso tra due fuochi: se non gli rispondo, Gianni farà il diavolo a quattro, se gli rispondo rischio di irritare Carlos. Opto per una tattica collaudata. Fingo di rispondere, ma in realtà premo il tasto "mute".
- Pronto?... Come? Non ti sento. Aspetta un attimo.
Copro con una mano il ricevitore e dico a Carlos:
- Scusami, non sento niente con questo chiasso. Ti dispiace se vado un attimo in bagno?
- Fai, fai - mi risponde con un sorriso e un cenno della mano.
Mi alzo e vado a chiudermi in bagno.
- Ciao, Gianni.
- Ciao, cucciolo. Ci hai messo un sacco a rispondere, come mai?
- Mi sono dovuto allontanare dalla sala, c'era troppa confusione.
- Quale sala? Dove sei?
- Sono in un pub.
Un attimo di silenzio.
- Ah. E suppongo che tu non ci sia andato da solo.
- Be', no, Gianni: in genere al pub ci si va in compagnia.
- "In genere". E nello specifico, cucciolo?
- In compagnia di Carlos, un mio amico.
- Ma siete voi due soli?
- Sì, siamo soli. Cioè, voglio dire, c'è un sacco di gente, ma non in nostra compagnia.
Un altro silenzio.
- Cucciolo, fammi indovinare: questo Carlos è per caso quel meticcio alto due metri che ho visto tra le foto del tuo cellulare?
- Gianni! - esclamo scandalizzato - Cosa fai, frughi di nascosto nel mio cellulare?
- Ebbene sì, tesoro, ti ho frugato nel cellulare. Sai, fra innamorati si usa.
- Ma non si usa per niente! Cioè, io non l'ho mai fatto.
- Si vede che non sei mai stato davvero innamorato. Ma non cambiare argomento: è lui?
- Sì, è lui, ma non è meticcio: è capoverdiano.
- Ma cucciolo, - esclama Gianni, con tono allarmato - è una bestia tutta muscoli e con dei capelli spettacolari, per non parlare degli occhi, che sembrano fusi nel bronzo!
- E con questo?
- E con questo, non vorrai farmi credere che sei indifferente ad un figo spaziale come quello! Voglio dire, io alla tua età sarei stato in totale fibrillazione, e anche adesso, se non fossi impegnato.
- Ah, anche adesso? Ma bravo!
- Ho detto "se non fossi impegnato". Ma non tergiversare, si parlava di te.
- Non sono affatto indifferente, visto che sono il suo migliore amico.
- Cucciolo! - strilla Gianni, prossimo ad una crisi isterica - Tu mi stai tradendo e non me lo dici neanche! Questo è contro tutti i nostri patti: tu non puoi farmi una cosa del genere, hai capito? Non puoi! Se mi tradisci devi almeno avvertirmi, così ho il tempo di suicidarmi.
Non so se ridere o piangere. 
- Gianni, - gli sussurro - non ti sto tradendo, te lo giuro.
- Non ci credo! Cosa ci fai a quest'ora al pub solo con lui? Perché non sei al calduccio nel tuo lettino come al solito? Oddio cucciolo, mi sento mancare…
- Gianni, ehi Gianni… - mi affretto a rassicurarlo, sentendo che gli sta venendo per davvero un mezzo infarto - Tranquillo, siamo solo amici. Ci vediamo tutti i giorni perché lui lavora al vivaio con me. Ci conosciamo da anni, non c'è nulla di proibito fra di noi. La mia amica Mayra è sua sorella… 
Gianni ansima.
- Respira, Gianni… - gli dico dolcemente - Sta' tranquillo, io sono un tipo fedele, te l'ho detto. Non riesco ad avere più di un amore per volta.
- E qual è quello che hai adesso?
- Sei tu, stupidone.
Sento che sta piangendo di nascosto.
- Gianni… Giannino… - sussurro. Per la prima volta mi viene istintivo chiamarlo con quel diminutivo.
- Giannino… - singhiozza lui - Lo sai che è il nome con cui mi chiama Massy?
- No, non lo sapevo, ma fa bene a chamarti così, perché tu, a volte, sei proprio un bambino. Ora, ti prego, va' a nanna e cerca di fare dei bei sogni. Io al pub non farò nient'altro che prendere una birra e fare due chiacchiere con Carlos. Poi tornerò a casa e mi metterò a dormire con la mia cagnona ai piedi del letto. Tutto qui.
- Ma prima di addormentarti me lo mandi un messaggino? Uno con un cuoricino rosso…
- Ma certo che te lo mando.
- Non quello giallo che mi hai mandato per sbaglio l'altra sera. Faceva schifo.
- Sì, hai ragione, mi è scappato il dito: il cuoricino giallo non si può vedere.
- E nemmeno azzurro: mi fa venire freddo all'anima.
- Te ne manderò uno di un rosso che più rosso non si può.
- Ti amo tanto, cucciolo… - sussurra fra le lacrime, e riattacca.
Sospiro profondamente, infilo il cellulare in tasca e torno in sala.
- Ce ne hai messo del tempo, eh? - commenta Carlos, squadrandomi con uno sguardo ironico.
- Sì: c'era qualche problemino a casa, ma niente di serio, per fortuna.
Sorride.
- Alla tua salute! 
Mi porge il boccale e facciamo un brindisi.
Mi sento la gola secchissima: bevo a lunghe sorsate, quasi soffocandomi per la sete nervosa.
A volte è davvero difficile stare al mondo.
Una crisi di gelosia al giorno basta e avanza: due, sono veramente troppe.