La fuga di Bella - I

Sono seduto nel dehors del bar dell'Abbazia di Vezzolano, un suggestivo chalet di legno dotato di una terrazza anteriore che guarda verso l'abbazia e di un patio laterale con tavoli e panche di legno massiccio con vista sulla collina. Mi sono concesso una pausa pranzo in compagnia di Bella, che sta sdraiata accanto a me sul pavimento; più tardi tornerò al vivaio e riprenderò le mie consuete attività. 
Ogni tanto mi piace stare solo, in compagnia di me stesso, in luoghi che mi sono cari, e qui nei dintorni ce ne sono diversi. Fa frescolino, ma la giornata è limpida e soleggiata, molto piacevole; il gestore del locale, un distinto signore alto e magro con imponenti baffi grigi, mi ha servito un'ottima frittata con contorno di verdure grigliate e mi ha appena portato la sua mitica tarte tatin di soffice e croccante pasta brisé con abbondante ripieno di mele, un dolce delizioso per il quale il bar è famoso da queste parti, accompagnato da un calice di profumata malvasia. Sorrido e penso che mi sto trattando decisamente bene, oggi.
È un mercoledì di febbraio e non c'è molta gente all'abbazia, un antichissimo edificio di enorme interesse storico-artistico, solitamente molto frequentato: nel piazzale ci sono in tutto un paio di moto e sei automobili, fra cui, curiosamente, un Suzuki quasi identico al mio, posteggiato proprio di fianco al suo gemello: credo che il proprietario l'abbia fatto apposta. Guardo la targa: il mio è decisamente più vecchiotto, ma va ancora bene ed è perfetto per le mie esigenze.
Bella si alza a sedere e scodinzola speranzosa.
-	No, Bella: il dolce non è roba da cani - le dico. Ma poi mi lascio impietosire e le getto un pezzetto di dolce, che lei afferra al volo e mangia di gusto.
-	Ora basta però - la ammonisco, vedendo che insiste e spera in un bis.
Questo magnifico posto ha un significato particolare per me: è il luogo della mia prima volta con Antonia, per me la prima volta in assoluto. Mi sembra che sia passato un secolo da allora, anche se sono solo pochi anni. Un senso di pace e di sollievo mi invade al pensiero che posso frequentare questi posti senza provare il morso del rimpianto, dal momento che la situazione con Antonia si è pacificata e lei sembra avere accettato serenamente la mia presenza nella vita sua e di nostro figlio. Rifletto sul fatto che è proprio per merito di Martino che tutto questo è potuto accadere: nella mia goffaggine di adolescente sprovveduto e pazzamente innamorato, avevo rischiato di provocare un disastro irreparabile nella vita di quella donna e di mio fratello. Se il bambino non fosse nato, lei sarebbe uscita dalla mia vita e anche da quella di Michele, ne sono sicuro, perché non avrebbe potuto mandare avanti il suo matrimonio sulla base di una menzogna. Lei amava me, su questo non ho il minimo dubbio, e non avrebbe potuto continuare a frequentare la mia casa se avesse dovuto sopportare quotidianamente la mia presenza, non avrebbe potuto mentire ogni santo giorno a suo marito. Si sarebbero separati in modo molto più brutale e lei sarebbe semplicemente scomparsa: non l'avrei mai più rivista. Il solo pensiero mi dà un brivido, perché Antonia, nonostante tutto, è un punto fermo della mia vita, qualcosa che deve esserci. Bevo un sorso di vino e mi sento rinfrancato.
Il cellulare, che ho appoggiato sul tavolo di fronte a me, squilla all'improvviso: guardo il display, è Gianni.
-	Ciao - lo saluto allegramente, con la bocca piena.
-	Stai mangiando, cucciolo?
-	Sì Gianni, mi sto abbuffando di un dolce buonissimo: peccato non potertelo fare assaggiare.
-	Ma sei solo?
E niente, Gianni non cambia mai: è sempre pateticamente geloso di me, oltre tutto senza motivo.
-	No, sono in compagnia di Bella.
-	Ah, la tua cagnona… - dice sollevato - Falle una carezza da parte mia. 
-	Fatto.
-	Cucciolo, sono eccitatissimo, sai? Le gigantografie delle foto che ho fatto stampare sono stupende, alcune sembrano veramente dei quadri d'autore. Avevi ragione sulle foto delle fabbriche dismesse, fanno un effetto bellissimo; abbiamo pensato di proiettarne un paio sui due maxischermi che faremo installare sulle pareti della galleria d'arte: creano un ambiente magico, postmoderno e surreale.
-	Vedi? Te l'avevo detto. Ma tu non mi credi mai… Mi sottovaluti, Gianni.
-	Sì tesoro, hai ragione. Poi ci sono le tue foto nella chiesa di Merate, e ti giuro, amore, che mi fanno piangere da quanto sono belle… Cioè, sei bello tu; ma anche i miei scatti…
-	Lo immagino, Gianni, erano foto davvero suggestive. Sono molto contento che le stampe stiano venendo bene.
-	Più che bene: non speravo tanto. Del resto mi sto servendo di Center Chrome, il miglior laboratorio di Milano. Ci sto spendendo un sacco di soldi, cucciolo, ma d'altronde è la mia prima mostra e non voglio sfigurare, ma soprattutto non voglio far sfigurare Massy. Sai, lui è un pittore di successo, una celebrità a Milano… 
-	Ma quando mai, Gianni? Sei bravissimo, non lo farai assolutamente sfigurare!
-	Grazie, tesoro. Il fatto è che il confronto mi innervosisce un po', anche se lui è dalla mia parte e mi sta dando una grossa mano. Ha organizzato il servizio di catering per il rinfresco dell'inaugurazione, ha contattato una galleria d'arte e ha stilato una lista di invitati che mi spaventa un po': c'è perfino la contessa Maurizia Ajroldi di Robbiate, quella che si vede spesso in tv…
Rido.
-	Quella che si mette in testa frutta, verdura, monumenti e un po' di tutto? 
-	Sì, è famosa per i suoi copricapi. Ma è un personaggio immancabile per un vernissage di successo qui a Milano: dove c'è lei ci sono i paparazzi e la stampa, capisci? La sua presenza assicura la massima risonanza ad ogni inaugurazione.
-	Sì certo, capisco.
-	Ma, cucciolo... che cos'è questo rumore che sento? Sembra... come se ci fossero delle vacche...
-	Sì, in effetti ci sono delle vacche al pascolo nel prato di fronte a me. E' normale, in campagna.
-	No, cucciolo, per noi di Milano non è una cosa così normale. Comunque, stavo dicendo... Massy mi ha suggerito la Galleria De Cardenas: ha aperto da qualche anno, nel 1992, nel quartiere di Corso Como. La zona all’epoca era considerata periferica, fra l'altro immersa nel verde, ma Massy ha capito subito le potenzialità di quella galleria, piazzata tra i grattacieli di Piazza Gae Aulenti, il Bosco Verticale di Stefano Boeri e la Fondazione Feltrinelli. Ora quella zona è diventata uno dei cuori pulsanti della città.
Se devo essere sincero, non potrebbe importarmene di meno dei cuori pulsanti di Milano, data la mia natura di "ragazzo di campagna", ma fingo il massimo interesse ed esprimo la mia approvazione con mugolii e interiezioni casuali, mentre Gianni continua a parlarmi con entusiasmo di quei luoghi cittadini molto "in" ed esclusivi frequentati dal suo Massy.
-	È tutto fantastico - concludo atono, ingoiando l'ultimo boccone di torta. Sono tentato di ordinarne un'altra fetta, e anche Bella sembra del mio stesso parere.
-	Cucciolo, - aggiunge Gianni con dolcezza - mi piacerebbe tanto che anche tu fossi della partita. Saresti disposto a darmi una mano?
-	Certo, Gianni, con piacere! Cosa posso fare per rendermi utile?
-	Oh, tante cose… Per esempio potresti aiutarmi a portare su allo studio le cornici e le stampe, che ovviamente sono su tela, montate su telai di legno, molto grandi e un po' delicati da spostare, e poi darmi una mano a incorniciarle e a trasportarle in galleria quando sarà il momento, e a scegliere le sale e le pareti su cui appenderle. E le luci giuste e la colonna sonora e altre cose del genere… Oddio cucciolo, sono così elettrizzato che sono in confusione: ho tanta paura di sbagliare qualcosa. Sono sicuro che le foto siano una bomba, ma tu devi aiutarmi a valorizzarle il più possibile!
-	Accetto al volo: sarò felicissimo di aiutarti ad allestire la tua mostra.
-	La nostra mostra, cucciolo - mi corregge con tenerezza.
-	Un po' sì, Gianni, ma soprattutto tua. Voglio che sia il tuo momento di gloria.
-	Ti ringrazio, amore mio. Io ti voglio assolutamente al mio fianco alla mostra, ma…
-	Ehi, basta, piantala! 
-	Ma che ti prende?
-	Niente, scusami, non ce l'ho con te: ce l'ho con Bella che continua a rompere le scatole. Da quando le ho dato un pezzo di dolce non fa altro che scodinzolare, sbavare e mettermi le zampe addosso.
-	Poverina, dagliene un altro… 
-	Ma non ne ho più. Bella, eccheccazzo, adesso stai esagerando! La torta te l'ho data, piantala di rompere. Perché non vai a farti un giretto, eh? 
-	Un giretto? Ma non rischia di finire sotto una macchina?
Rido.
-	Qui non siamo a Milano, Gianni. Sono di fronte ad un'abbazia medioevale in aperta campagna, e la strada muore qui.
-	Va bene, allora è diverso.
-	Vai, Bella! Vai a farti un giro, da brava. E lascia in pace i gatti, eh!
-	Ma poverina, non trattarla così male… Secondo me dovresti ordinare un'altra fetta di dolce e dividerla con lei.
-	Eh, mi sa che sarò costretto a farlo, anche perché ne ho voglia anch'io. Vado a ordinarla. Scusami un attimo, Gianni, ti richiamo fra poco.
Interrompo la telefonata ed entro nel bar a farmi dare un'altra fetta di torta, che inizio subito a sbocconcellare. Sto per richiamare Gianni, quando un tizio mi si avvicina.
-	Scusi, - mi chiede - è lei il proprietario di quel Suzuki?
-	Sì, perché? - gli rispondo meravigliato.
-	Potrebbe gentilmente spostarlo? 
-	Ma perché, scusi? - ribatto un po' seccato - C'è tutto il piazzale vuoto!
-	Perché è posteggiato davanti alla terrazza del bar, dove dobbiamo far salire un paio di persone anziane sulla sedia a rotelle. Lo scivolo per le carrozzelle dei disabili è proprio lì.
Accenna ad un piccolo pullman che è appena arrivato nel piazzale, pieno di pensionati in gita.
-	Va bene, lo sposto subito, - dico - ma in ogni caso vicino al mio ce n'è un altro che dà altrettanto fastidio: dovrete far spostare anche quello.
-	Abbiamo già fatto cercare il proprietario, ma non si trova. Probabilmente è entrato nell'abbazia.
Sospiro e mi rassegno a spostare il mio fuoristrada, visto che è per una buona causa. Per sicurezza lo parcheggio dalla parte opposta del piazzale, lontano dal bar e vicino all'abbazia, nella speranza che nessuno venga più a rompermi le scatole. Torno di corsa al mio tavolo e finalmente richiamo Gianni.
-	Eccomi Gianni, scusa il ritardo: ho dovuto spostare la macchina. Dicevi?
-	Stavo dicendo che ti voglio assolutamente al mio fianco alla mostra, ma c'è un problema: ci sarà anche Massy.
-	E che problema sarebbe? Massy non mi conosce, non sa come sono fatto fisicamente. E noi, ovviamente, ci comporteremo come due buoni amici.
-	Tesoro, quanto sei ingenuo… Ovviamente Massy ti riconoscerà subito, vedendoti ritratto a grandezza naturale nelle gigantografie della chiesa di Merate.
Resto per un attimo interdetto: Gianni ha ragione, sono un idiota a non averci pensato.
-	Già, è vero, - ammetto - Temo che l'ostacolo sia insormontabile, allora.
-	E invece no! - esclama Gianni con tono furbetto - Ascolta come possiamo fare, amore.
-	Dimmi, Gianni. 
-	Nelle foto c'è un tizio biondo con i capelli lunghi, mentre tu ora li hai abbastanza corti.
-	Erano fatti con le extensions.
-	Sì, ma mica si capisce: sembrano perfettamente naturali. Si vede un tizio con i capelli lunghi e con un abbigliamento fuori del tempo: un drappo rosso avvolto intorno al corpo, oppure tuniche classiche adatte ad un angelo. Se tu ti tingessi i capelli, ti infilassi un paio di occhiali da vista e ti travestissi da studentello sfigato, nessuno potrebbe riconoscerti in quelle creature divine.
-	Tingermi i capelli? E di che colore?
-	Rosso, direi. Ma lo sai che questa mucca... mi sembra che mi faccia il verso?
-	Ma no, figurati se ti fa il verso... Cosa vai a pensare? 
-	Ti presenterò come il mio assistente, uno studente universitario che sto allevando come apprendista.
-	No dai Gianni, è patetico: mi riconosceranno lo stesso…
-	Ti riconoscerebbe solo qualcuno che fosse già insospettito, tesoro: ma tu sarai talmente compassato, talmente terra-terra, che a nessuno verrà il minimo sospetto. Il tuo Apollo è di un sexy da paura, chi vuoi che possa collegarlo con un studente nerd, frigido e insignificante?
-	Ma sei sicuro?
-	Sicurissimo, tesoro, a patto che tu ti impegni a recitare bene. Sai recitare?
-	A dire il vero sì, Gianni: è una cosa che mi ha sempre divertito molto.
-	E allora forza, è la tua grande occasione: potrai esibirti nell'interpretazione di Eusebio.
-	Eusebio? No, dai! Che razza di nome sarebbe?
-	Non ti piace Eusebio?
-	Ma proprio per niente.
-	L'ho scelto per via di un brano di Schumann che amo molto.
-	Mi dispiace per Schumann, ma non esiste proprio che io mi chiami Eusebio.
-	E allora sceglitelo tu, il nome.
-	Facciamo Christian: è il mio secondo nome.
-	Christian è perfetto: aggiudicato. Non sto più nella pelle, sai?
Sorrido.
-	Lo sento, Gianni. Sono davvero felice per te.
-	Allora mi ami un pochino.
-	Non solo un pochino, lo sai.
-	Io ti adoro, cucciolo: in certi momenti mi scoppia il cuore. Adesso scappo, devo andare a vedere le nuove stampe… A più tardi, amore!
-	A più tardi.
Gianni mi manda un bacio per telefono e riattacca.
Scuoto la testa: sto vivendo uno dei rapporti più strani e appaganti della mia vita. Quest'uomo genialoide e matto come un cavallo soddisfa tutti i miei bisogni sentimentali, chissà perché: non mi sono mai sentito più sereno e in pace con me stesso. Anche se non mi appartiene nel vero senso della parola, sento che mi ama davvero, con un'intensità che non ho mai sperimentato in nessun altro. E poi, alla fine, nessuno appartiene a nessuno: siamo di passaggio, niente di materiale ci appartiene. Però il suo amore sì, quello mi appartiene: è un bene immateriale e prezioso che mi accompagna in ogni momento della mia vita, mi fa compagnia in ogni singolo istante delle mie giornate e delle mie notti. A volte mi chiama quando sono a letto solo per darmi la buona notte, e se non può parlarmi mi riempie il cellulare di cuoricini, come un adolescente al suo primo amore. Mi fa tanta tenerezza. Non mi sento mai solo da quando c'è lui e non lo tradirei mai: so troppo bene che ha bisogno di me per essere felice, e questo mi basta e mi avanza per sentirmi felice a mia volta. Accompagno questo pensiero con l'ultimo sorso di malvasia e mi alzo per andare a pagare. 
-	Andiamo, Bella - dico uscendo, mentre chiudo il portafogli e mi avvio al mio fuoristrada. Non sento il solito abbaio.
-	Bella?...
Mi guardo intorno: sul pavimento di assi di legno del dehors non c'è nessun cane. Torno dentro al bar, faccio il giro del perimetro dello chalet, esco sulla terrazza e la cerco in mezzo ai pensionati, invano. Poi scendo nel piazzale e accelero l'andatura, continuando a chiamarla e cercandola dappertutto. È incredibile, sembra sparita. Ma non è da lei sparire, non l'ha mai fatto: Bella è un cane saggio e fedele, non si allontanerebbe mai da me, non volontariamente… 
Un orribile presagio mi azzanna il cuore mentre mi ricordo che sono stato io stesso, idiota, a ordinarle di andare a farsi un giretto: e lei ha obbedito. Mi aggiro per il piazzale e lo vedo assolutamente deserto, a parte qualche automobile e qualche moto parcheggiata nei pressi della chiesa. Scendo all'abbazia, percorro di corsa la strada sterrata che dal cortile della chiesa si inoltra su per la collina, e intanto continuo a chiamare Bella.
Dopo un giro di mezz'ora torno alla base. Il cuore mi piomba in fondo allo stomaco quando vedo all'improvviso che il Suzuki identico al mio non c'è più. In un lampo comprendo cos'è successo: Bella, di ritorno dal suo giretto, si è appostata nei pressi dell'unico Suzuki rimasto, pensando che fosse il mio e non potendo ovviamente immaginare che nel frattempo io lo avessi spostato da tutt'altra parte; quando il proprietario ha messo in moto, lei, stupita e sconcertata dal fatto che io non l'avessi fatta salire nel bagagliaio come al solito, s'è messa a rincorrere il fuoristrada lungo la strada che conduce ad Albugnano.
Ma questo accadeva più di mezz'ora fa: a quest'ora chissà dov'è quella povera bestia.
Certamente non tornerà indietro, perché è convinta che ci sia io, su quel fuoristrada, e che io sia andato a casa; si sarà messa ad arrancare su per la salita cercando di riconoscere la strada di casa nostra, che ovviamente non può trovare, perché siamo a più di venti chilometri da Baldissero. Poi, arrivata al quadrivio in cima alla salita, chissà quale strada avrà preso, o forse avrà deciso di tagliare attraverso i campi e i boschi, perché ai cani non piace camminare lungo le strade trafficate, e quella strada porta da un lato a Castelnuovo, dall'altro a Casalborgone, entrambi centri piuttosto popolosi: quindi è molto trafficata.
La mia Bella si è persa, e oltre tutto per colpa mia. Mi si piegano le ginocchia e mi sento svenire, ma non posso permettermelo, devo restare ben sveglio.
Compongo un numero e dico con voce tremante:
-	Mayra, ti prego, vieni subito. Sono all'Abbazia di Vezzolano. Ho perso Bella.
Mayra non spreca tempo in commenti o domande inutili.
-	Arivo subito, Prinsy. No muoverti.
Da qualche settimana Mayra ha preso la patente ed è l'orgogliosa proprietaria di una Panda vecchio modello di quarta mano, ovviamente verde, comprata con i suoi guadagni come vivaista. Piombo a sedere su una delle panche del patio con le mani inerti fra le ginocchia e il cellulare in mano, completamente inebetito, e attendo il suo arrivo.
