- Allora, qual è la tua risposta?
- Sempre la solita, Gianni: per me va bene. Cercherò di non occupare troppo spazio nella tua vita; e se esagero, tu fammelo capire. Ora respira, per favore.
Fino a questo momento, infatti, Gianni è rimasto quasi in apnea, livido per la tensione nervosa. Ora finalmente espira e inspira profondamente, come uno che torna alla vita. Mi abbraccia di slancio e per qualche minuto mi culla.
- Ti amo, cucciolo.
- Anch’io, Gianni. È evidente: se non ti amassi non accetterei il tuo patto iniquo.
- Sei tanto dolce. Se non fossi così dolce non potresti accettare una cosa del genere.
- Io non sono così dolce, Gianni. Non con tutti. Lo sono con te perché ne hai bisogno, perché ti voglio davvero bene e voglio che tu sia felice.
- È vero. Però…
Quel "però" lasciato in sospeso non promette nulla di buono.
- Però?
- Però tutta questa dolcezza mi sfibra.
Sconcertato, lo guardo.
- In che senso, scusa?
- Cioè, è bello fare l'amore con te, ma è come fare indigestione di marmellata di more. 
- Perché proprio di more?
- Perché è dolciastra. 
- Io sono dolciastro?
- Eh sì, un po' sì. È per questo che sono gay: la dolcezza è tipicamente femminile, e io ho bisogno anche di altro. Qualcosa che una ragazza non avrebbe mai potuto darmi.
- E neppure io, suppongo - concludo, portando a termine il suo tortuoso ragionamento. - Era qui che volevi arrivare, Gianni? Non ti basto?
Si volta a guardarmi con un sorriso.
- Cucciolo, tu mi basti e mi avanzi. Io amo la tua dolcezza, ma sei un maschietto, e anche bello grosso. Perciò, visto che ne hai la capacità fisica, vorrei che mi picchiassi.
Resto per qualche secondo a bocca aperta.
- Cosa?
- Voglio che tu mi faccia del male. Ti prego, ne ho bisogno.
Rimango ancora per un po' a bocca aperta, ma poi mi riprendo.
- Scòrdatelo, Gianni: non ho nessuna intenzione di farlo. Mi dispiace, hai sbagliato persona: devi cercarti un altro se hai bisogno di questo. E credimi, te lo dico con la morte nel cuore.
Scuote la testa.
- Sei fuori strada, amore: non sono masochista.
No, non è masochismo il suo, lo so bene: è desiderio di punizione. Gli serve per alleviare il suo senso di colpa, ma da me non l'avrà. Piuttosto rinunciamo del tutto al sesso.
- Dicevo per gioco - aggiunge con tono mansueto.
- Per… gioco?
- Sì. Hai presente quando mi hai riempito di botte e mi hai fracassato gli occhiali?
- Sì, scusami tanto, mi dispiace.
- Non deve dispiacerti, perché a me è piaciuto un sacco. Mi è piaciuto moltissimo che tu mi prendessi a cazzotti e a ginocchiate nelle palle, mi graffiassi e mi mordessi le mani.
Lo guardo con gli occhi sgranati ("occhi da gallina", secondo la definizione di Mayra).
- Ma che stai dicendo, Gianni?
- È stato un bellissimo gioco, ricordi? Due gatti in amore che si pestano di santa ragione. Perciò, se vuoi fare qualcosa per me, per favore, picchiami.
Non dico niente.
- Dai, per favore, - insiste - mi piacerebbe moltissimo fare a botte ogni tanto. Così, per gioco, te l'ho detto. Io non avevo fratelli, non ho mai fatto a botte da piccolo: è una cosa che mi manca.
Sconcertato, esitante, gli rispondo:
- Okay Gianni, se è per gioco va bene. 
(Si sente la fanfara dei bersaglieri).
- Ma cos'è 'sta roba?
- È la fanfara dei bersaglieri, tesoro. Mio nonno era un bersagliere, da giovane, e ha inserito tra le suonerie dell'orologio a cucù anche la fanfara così cara al suo cuore.
- Tuo nonno era orologiaio?
- No, cucciolo: era un notaio. Ma aveva la passione degli orologi antichi, ne aveva la casa piena. Quando andavo a trovarlo era tutto un ticchettio e un canto di cuculi, sembrava di essere nella casa del Cappellaio Matto.
- Eh, allora mi sa che la cosa è ereditaria.
- Come?
- Niente. Però non capisco: perché l'orologio te lo sei portato qui allo studio, invece di tenertelo in casa?
- Perché Massy non lo sopporta: dice che fa un casino assurdo.
- Più passa il tempo, più comprendo Massy.
- In che senso, cucciolo? Vuoi dire che mi trovi insopportabile? 
- No, non intendevo questo. È solo che effettivamente il cucù è molto invadente: se Massy lo trova così fastidioso, perché te lo sei portato qui allo studio?
- Perché qui allo studio ci sei tu, tesoro mio. E io lo so che tu lo sopporti, perché sopporti me e sei tanto dolce. Massy no, non è dolce per niente: ha detto che se lo riporto in casa me lo butta dalla finestra.
- Okay, hai ragione, povero cucù: teniamolo qui.
- Grazie, amore: sapevo di poter contare su di te.
- Ma torniamo al gioco: come faccio a sapere quando ti va di… giocare?
- È facile: io farò finta di violentarti e tu reagirai suonandomele di santa ragione come l'altra volta. Questo mi rilasserà moltissimo.
- E va bene, Gianni, se ti rilassa allora lo faccio. 
- Senza farmi troppo male, eh, perché tu sei molto più giovane e più forte di me. Non posso arrivare a casa pieno di lividi, non saprei come giustificarli. 
- Certo, ci mancherebbe altro. Ma prima togliti gli occhiali, mi raccomando.
- Giusto. Sai, l'altra volta ho dovuto raccontare a Massy che mi ero piantato la stanghetta degli occhiali nello zigomo sbattendo contro lo sportello del frigo.
- Contro lo sportello del frigo? Ma è una scusa idiota: con che violenza dovresti averlo aperto, il frigo?
- E infatti Massy mi ha detto che era una scusa idiota. È convinto che io mi sia ubriacato e abbia fatto a pugni con qualche balordo.
- Per forza, hai detto una fesseria. Povero Massy, mi sento dalla sua parte, sai?
- Sul serio? Non ne sei geloso?
- Sì e no. Voglio dire, mi è facile immedesimarmi in lui. 
- Questo è davvero nobile da parte tua, cucciolo. O forse non mi ami.
- Ma sì che ti amo, lo sai. Ad ogni modo non preoccuparti, ti picchierò quanto basta, senza esagerare. 
- Grazie.
- Prego, non c'è di che. Solo una cosa, Gianni…
- Cosa?
È venuto il momento di mettere a segno il punto saliente della strategia che ho in mente da tempo.
- A questo punto ti chiedo di non farlo troppo spesso. Non mi sento a mio agio all'idea di provare piacere e ricambiarlo prendendoti a cazzotti. Io ti voglio bene, Gianni, dannazione, non ho voglia di picchiarti. Sto bene anche soltanto se ti sono vicino senza fare niente, lo sai.
La mia strategia sta funzionando: il favore lo sto facendo io a lui, mettendolo in condizione di non sentirsi continuamente in colpa, ma l'unico modo per riuscirci senza offenderlo era quello di farlo passare come un favore che lui fa a me. 
Mi abbraccia con tenerezza.
- Come vuoi, angelo mio: ti capisco, non voglio certo metterti in imbarazzo. Sarai tu a decidere quando.
- Grazie.
Sospiro all'idea di dover rinunciare ai miei momenti dolciastri, come li definisce Gianni, che rappresentano per me l'unico modo di vivere il sesso in modo appagante; del resto non sarà una rinuncia assoluta, ma un diradamento delle occasioni, perché lui stesso è molto attratto da me e non resisterà a lungo: a quel punto io bloccherò con decisione le sue avance accampando la scusa della mia scarsa disponibilità a picchiarlo e rimanderò alla prossima volta. Lui si calmerà e accetterà, sapendo che si tratta solo di rimandare, e così via da una volta all'altra, finché non ci concederemo un momento di abbandono: e questo mi ripagherà di tutto. Sarà difficile e anche un po' stupido, ma l'obiettivo principale in questo momento è placare i dèmoni di Gianni, altrimenti il nostro rapporto andrà a rotoli. Finalmente lo vedo rilassato e sorridente.
- Ora ci riposiamo un po', vuoi? - mi dice - Dormiamo una mezz'oretta e poi il sogno è finito: tu riparti per la tua vita e io per la mia.
- D'accordo, Gianni: purché ci sia una prossima volta.
- Oh, quella ci sarà senz'altro, se dipende da me. Dovrei essere morto per non volerti più rivedere.
Gli dò un bacio e chiudo gli occhi. Rimaniamo per un po' così abbracciati, già mezzi assopiti. 
(Si sente all'improvviso "London Calling" dei Clash).
- Gianni… ma questi sono i Clash!
- Sì, cucciolo: dimenticavo di dirti che mio nonno, alla non più verde età di settant'anni suonati, si era convertito alla musica punk e aveva inserito "London Calling" tra le suonerie dell'orologio a cucù.
- Che figata! Ma che nonno avevi, Gianni?
- Eh sì, era un grand'uomo.
- Ma anche a te piacciono i Clash?
- Certo, amore.
Io e Gianni abbiamo gusti musicali in comune! La scoperta mi sconvolge e mi provoca un entusiasmo incontrollabile.
- Gianni, balliamo!
- Balliamo?
- Sì dai, ti prego!
Lo tiro per un braccio e lo costringo ad alzarsi dal letto. Gianni si lascia travolgere dal mio sconsiderato entusiasmo: ci mettiamo a ballare come due idioti; lui si lascia andare a quella danza dionisiaca: la camicia gli si apre sul petto, mettendo allo scoperto il suo torace snello e muscoloso, quasi glabro, a parte pochi peli brizzolati. Non mi aveva mai permesso di vedere quella parte del suo corpo scoperta: lo trovo bellissimo ed eccitante. Temo di essere piuttosto eccitante anch'io, a giudicare dalla luce che gli vedo negli occhi. Lo afferro di nuovo per un braccio e mi butto con lui sul letto senza dire una parola.
- Vuoi?... - mi chiede lui.
- No - rispondo.
- Sicuro?...
Gli infilo a tradimento una mano sotto la camicia: ferma subito la mia mano.
- Eh no, cucciolo, così non vale.
Gli faccio il verso:
- Sicuro?...
- Picchiami - mi sussurra.
- No.
- Picchiami - ripete.
- No.
- Vedo che sei entrato nella fase della crescita in cui i bambini dicono sempre di no.
- No - ripeto, e scoppio a ridere.
- Strano: credevo che il passerotto del mio assistente fosse rosso come lui. Invece è biondo: come mai?
Continuo a ridere.
Ci dimentichiamo tutto per un magnifico quarto d'ora.
Siamo di nuovo abbracciati sul letto come prima, mezzi addormentati. All'improvviso Gianni rompe il silenzio.
- Cucciolo, come si chiama quella tua amica?... Ah sì, Mayra. 
- Perché?
- Perché se muoio, vorrei che ti fidanzassi con lei.
Mi riscuoto di colpo.
- Gianni, ma cosa dici? Perché dovresti morire?
- Non preoccuparti, non ho intenzione di morire presto. Però ho molti anni più di te, tesoro mio, e mi par di capire che questa Mayra ti voglia veramente bene.
- Sì, mi vuole bene, ma cosa c'entra?
- C'entra. Se me ne vado, vorrei saperti in buone mani.
Mi sento agitato e inquieto.
- Gianni, per favore, non dire più cose strane. Ne hai dette abbastanza per oggi.
- Va bene, cucciolo, come non detto. 
- Comunque anche Mayra è un bel po' più grande di me, eh…
- Mai come me. Dormi, dai.
- E poi fisicamente non mi piace! - sbotto.
- Questo è un dettaglio trascurabile, amore.
- Trascurabile?
- Eccome. Ti piacerà per i suoi piedi o per qualche altra stupidaggine del genere. Un giorno o l'altro capirai, adesso non puoi: adesso dormi. 
(Un silenzio interrotto solo dal ticchettio dell'orologio).
- Come mai il cucù adesso sta zitto?
- Perché adesso dobbiamo dormire, amore mio.
- Va bene, Gianni, dormo. 
Mi lascio andare e mi rilasso pian piano, confortato dal suo contatto e dalla calma che finalmente avverto in lui: la tempesta che lo agitava si è placata. Penso che alla fine non mi costerà un grosso sforzo fare finta di suonargliele ogni tanto: sarà un modo come un altro per entrare in contatto con il suo corpo, che amo così tanto e conosco così poco. 
Lo picchierò con tutto l'amore possibile.
E comunque Gianni è matto da legare: perché mai dovrebbero piacermi i piedi di Mayra?



