Il patto iniquo
(18 dicembre 1998)

- Fra poco è Natale, Gianni: cosa farai?
- Che domande, cucciolo: resterò a casa con Massimiliano. Il Natale si passa in famiglia.
La risposta era scontata: stupido io ad averlo chiesto. Non dico nulla.
- Tu con chi lo passerai? Con il tuo piccolino e la sua mamma? O con i tuoi genitori?
Taccio ancora per qualche secondo prima di decidermi a rispondere.
- Né con gli uni né con gli altri, credo. Penso che quest'anno lo passerò con Carlos e Mayra: sono loro la mia vera famiglia, gli unici con cui mi sento davvero a mio agio. Anche Bella, la mia cagnolona, la pensa così.
- Già, è vero che hai un cane femmina. Io le femmine le sopporto poco, ma forse con un cane è diverso. A te piacciono tanto gli animali, eh? Ma già, tu sei in grado di badare alle creaturine che ti sono affidate: non come me che le strozzo. 
- Per favore, Gianni, non tocchiamo questo tasto: ho dei traumi dolorosissimi a questo riguardo.
- Scusa, amore, non volevo farti star male. Lo sai che una volta, a casa di mia nonna, ho spiumato vivo un tacchino? Sarebbe anche andata bene, se non fosse che era inverno. Poi però gli ho fatto un maglioncino ai ferri, con il collo a dolce vita.
- Che pensiero carino, Gianni.
- Perché questo tono acido e scontroso? Cos'hai?
- Niente.
- Come niente?
- Niente, davvero. È solo che… 
- Che?
- È solo che noi due non stiamo veramente insieme, Gianni. Facciamo l'amore a senso unico, io non posso neppure vederti nudo, il Natale lo passi con chi pare a te…
- Con chi pare a me? È il mio compagno!
- Lo so che lui è il tuo compagno, cazzo! Il punto è cosa sono io. Dimmelo, cosa sono io per te? Praticamente niente, una specie di giocattolo, che ne so. È solo perché sono un cretino che mi piace fare l'amore con te in quel modo assurdo. Credo di comunicare chissà cosa, ma comunico solo con me stesso. Tanto varrebbe farmi una sega.
- Cucciolo, perdonami: stai dicendo un sacco di cazzate. Anche abbastanza offensive.
- Può darsi, Gianni, ma ogni tanto provaci, a capire come mi sento.
Gianni si alza a sedere sul letto.
- Emmanuel, - esordisce, chiamandomi insolitamente per nome - io devo stare molto attento a quello che faccio. Non posso permettermi certi errori, e tu non puoi pretendere che io li commetta.
La durezza del suo tono mi allarma: improvvisamente sento il suo corpo teso, i muscoli induriti; gli prendo una mano.
- In che senso? - gli chiedo.
- Se oltrepassi quella soglia, io dovrò fare a meno di te. Sì, hai capito bene: dovrò farlo, a costo di morirne.
Queste parole, e il tono con cui le ha pronunciate, mi colpiscono come un pugno nello stomaco. Vorrei rimangiarmi tutto quello che ho detto.
- Quale soglia, Gianni? Dimmelo, per favore: non capisco. Dimmi cosa non devo fare e io non lo farò.
Rimane in un silenzio cupo che mi inquieta.
- Scusa, - gli dico - fa' conto che non ti abbia detto niente. Erano bambinate, come le chiami tu.
Scuote la testa.
- No, non erano bambinate: hai detto la verità. E adesso mi costringi a chiarirti le cose una volta per tutte.
- Ma no, Gianni, lascia stare: davvero, va bene così. 
- No tesoro, a questo punto non va più bene. Devi ascoltarmi.
Mi rassegno ad ascoltare, dandomi mille volte dell'imbecille.
- Cucciolo, ho crisi di impotenza.
- Crisi di impotenza? Ma perché?
- Perché ti desidero, ma non posso fare sesso con te. Il risultato è che sono diventato impotente.
Lo guardo sconcertato.
- Non… non capisco, Gianni.
- Eppure è semplice da capire: sto con un uomo e amo quest’uomo da molti anni. È stato ed è tuttora il grande amore della mia vita, e io sono il grande amore della sua. Ci sono stati dei tradimenti reciproci, ma mai nulla di serio. Poi sei arrivato tu.
Sento un nodo alla gola.
- Ho capito, Gianni. Mi dispiace.
- Quindi il sesso per me è un'esperienza finita: non riesco più a provare piacere con nessun altro, ma se lo provassi con te esploderei in mille pezzi. So che mi piacerebbe troppo. Ho delle fantasie orribili: nei miei sogni ti vivo come maschio e come femmina, ti prendo in tutti i modi, quasi sempre in modo brutale e violento, e ogni volta mi sembra di impazzire. Non riesco più a provare piacere se non in sogno, ed è un piacere così intenso che mi sveglia. Resto lì a fissare il buio con il cuore in gola, poi cerco di riaddormentarmi per incontrarti di nuovo in sogno e farti tutto quello che non posso farti da sveglio.
- Ho capito, Gianni - ripeto precipitosamente, cercando di interrompere la sequela di immagini che sta proiettando con gli occhi fissi contro la parete di fronte. Ma Gianni non mi ascolta.
(Si sente il suono di un orologio a cucù).
- Ma… questo orologio a cucù? 
- Era di mio nonno, l'ho trovato in cantina e l'ho fatto rimettere a nuovo. Ti piace? 
- Sì, cioè... abbastanza. Voglio dire, è bello, ma mi pare che suoni le ore a casaccio, no? 
- Infatti, amore: è questo il suo bello! Se ne frega completamente di che ora è, lui va "a sentimento". Se sente che sono le sette, suona le sette. E poi cambia continuamente suono, non ripete quasi mai lo stesso verso. Non pensi che dovremmo essere così anche noi? 
- Sì, forse sì... Forse hai ragione. Certo che è un po' fastidioso, però. 
- No, cucciolo, fastidioso proprio no: ci fa compagnia. 
- Okay, vada per la compagnia…
- Se cedessi alle mie tentazioni con te, il senso di colpa sarebbe devastante, intollerabile. Lo è già adesso, perché per farcela devo chiudere gli occhi e immaginare di essere con te. Non saprei come spiegare la mia impotenza al mio compagno di tutta la vita, non voglio offenderlo o ferirlo: e allora, per riuscire a fare l'amore con lui, immagino di essere con te. Capisci cosa significa?
- Sì, certo che capisco - ripeto, mortificato.
Gianni inspira, ma non riesce ad espirare: trattiene il fiato. Poi continua.
- Perciò adesso ascoltami attentamente, Emmanuel: io non posso vivere così. 
Uno stiletto mi trafigge il cuore, ma gli rispondo con calma.
- Vuoi che me ne vada? 
- No. In ogni caso non te ne andresti dalla mia mente. Gli unici momenti in cui sono sereno sono proprio quelli in cui sono sveglio con te accanto e non posso farti quello che vorrei farti. Dal vivo, per così dire, tu riesci ad ispirarmi una calma angelica, e mi sento anche meno in colpa perché fisicamente non provo niente, non mi lascio nemmeno toccare da te.
- Ora mi è tutto chiaro, Gianni: l'unico modo in cui possiamo fare sesso è questo, se proprio dobbiamo. 
- Se proprio dobbiamo? Ti fa così schifo fare l'amore con me?
Sospiro rassegnato: possibile che io non riesca mai a trovare le parole giuste con lui?
- Gianni, lo sai che mi piace moltissimo. È solo che il sesso rende tutto talmente complicato, fra noi due, che sarebbe meglio farne a meno: tu saresti più sereno e io a mia volta mi sentirei meglio, vedendoti sereno. Mi preoccupa vederti così: come pensi che io possa lasciarmi andare, sapendo che ti fa questo effetto?
- Non mi fa nessun effetto, anzi, te l'ho detto: mi rasserena vederti in quei momenti. È come guardare un bellissimo film senza essere coinvolti in prima persona, se ho reso l'idea.
- Sì, l'hai resa perfettamente. Ti ringrazio di essere stato così sincero.
- Aspetta prima di ringraziarmi.
- Che altro c'è?
- Se vuoi che possiamo stare insieme, devi accettare i miei patti.
- Quali patti?
- Io non posso permetterti di riempirmi così tanto, Emmanuel. Tre quarti di me devono essere riempiti dal mio uomo. Perciò posso riservarti al massimo un quarto di me.
- Ma sì, Gianni, in fondo lo sapevo già. Diciamo che quel quarto che mi riservi è molto appagante, per cui va bene così.
- Non è finita, cucciolo. Quello che ti sto proponendo è un patto iniquo: tu non mi avrai mai per intero, ma io invece ti voglio tutto per me. 
- Tutto per te in che senso?
- Non sopporto l’idea che tu vada a letto con qualcun altro, chiaro? Impazzirei al solo pensiero. Piuttosto tronco il rapporto e accetto le conseguenze: morirò di dolore, ma è meglio che torturarmi nel dubbio.
Rido.
- Ma Gianni, non devi torturarti: io ti sono fedele. Davvero, non desidero affatto andare a letto con qualcun altro. Non ne ho proprio voglia, non devo fare nessuno sforzo per riuscirci.
Mi accarezza i capelli con un po' di commozione. 
- Tu sei solo mio.
A questo punto mi permetto un filo di ironia:
- È per questo che volevi mandarmi a letto con Aaron?
- Cucciolo, - risponde secco - credevo che lo avessi capito: mandarti a letto con Aaron era un mezzo per sbarazzarmi di te. Se tu lo avessi fatto, non avrei più voluto rivederti. È stata una mossa disperata ma suicida: a quell'epoca non avevo ancora capito che non potevo fare a meno di te. Ed è stato terribile per me capirlo. Non puoi credere quanto terribile.
La sua fronte s'imperla di sudore. Lo scrollo affettuosamente.
- Gianni, ehi, Gianni! Vieni fuori da quel brutto sogno: io ci sono. 
Mi stringe la mano senza dire niente.
- Però - proseguo con un sorriso - non posso riservarti tutto me stesso. Diciamo tre quarti: sempre meglio del quarto che tu riservi a me.
- Tre quarti? Perché solo tre quarti?
- Perché nell’altro quarto devo farci stare i miei affetti, mio figlio, i miei amici, il mio cane, il mio lavoro al vivaio… Ho anch’io una vita, Gianni: spero che ti sia chiaro e che tu voglia accettarlo.
- Certo, amore. Purché…
Completo la sua frase:
- Purché io non voglia farci rientrare rapporti sessuali.
- No, non hai capito; non solo i rapporti sessuali: nemmeno quelli sentimentali. Non vale se t'innamori e non fai sesso: ti conosco, so che puoi farlo. È un tradimento anche quello, forse peggiore di uno sessuale.
Si volta a guardarmi con una luce nerissima negli occhi.
- Cucciolo, io sono mortalmente geloso di te, lo sai?
- Eh sì, credo di averlo capito, non so come mai… Ma non devi preoccuparti: te l'ho già detto, sono un tipo fedele.
- Ma come puoi essere fedele ad una persona che non ti è fedele? E bada bene, non dico che non ti sarò fedele fisicamente, ma neppure moralmente e sentimentalmente: io non posso e non devo essere fedele a te, lo capisci? Non sei tu il mio uomo. Ed è questo che rende il patto assolutamente iniquo.
Ci penso su per qualche secondo.
- Sì, lo capisco.
- Massimiliano non deve saperne niente, non deve soffrire. Il mio povero vecchio amore non deve soffrire per causa mia. Oltre tutto ultimamente non sta molto bene, e io voglio farlo sentire il più possibile sereno.
- Gianni, è giusto così. Se vuoi possiamo lasciarci.
- Lasciarci? Sei impazzito?
- Non fraintendermi: ne soffrirò moltissimo, ma me ne farò una ragione, se è per far stare bene te. A me basta che ci vediamo: possiamo incontrarci lo stesso, possiamo fare le foto insieme, possiamo essere amici, possiamo provare a…
Mi tappa la bocca con una mano.
- No. Non voglio. Io non posso fare a meno di te. Dio sa se ci ho provato, ma non posso. 
Comprendo la differenza fra noi due: io senza di lui soffro, lui senza di me muore. Io per Gianni rappresento qualcosa di diverso dal sentimento, pur sincero e profondo, che provo per lui: sono un bisogno primario, una necessità esistenziale, qualcosa come il mangiare e il dormire; quello che Epicuro definirebbe un “piacere naturale e necessario”, se non fosse che si tratta invece di un bisogno patologico. In più sono anche qualcosa di simile ad un figlio, quel figlio che lui non potrà mai avere e che gli manca tanto, il suo "marmottino": e questo dà al nostro rapporto anche qualcosa di incestuoso.
Immagino che tutto questo dovrebbe spaventarmi, ma invece mi sento tranquillo, perché in verità non ho alcun desiderio di tradirlo: tutto il resto del mio piccolo universo non ha nulla a che fare con la sfera erotica, neppure con Antonia ormai, per cui posso permettermi di vivere appieno i miei affetti senza entrare in collisione con la dimensione in cui si trova lui. Nella mia vita quotidiana sono perfettamente sereno, e mi dispiace che lui non lo sia.
Gianni riprende:
- In sintesi, ti sto chiedendo di essermi fedele mentre io ti sarò infedele. O se preferisci, tu sarai mio mentre io non sarò tuo. Io non sarò mai tuo, perché appartengo ad un altro, ti è chiaro?
- Sì, mi è chiaro.
- E lo capisci che questo non è giusto?
- Certo che lo capisco.
(Si sente di nuovo il suono dell'orologio a cucù).
- Gianni, però, questo cazzo di cucù... Cioè, stiamo facendo un discorso serio...
- E lui fa del suo meglio per sdrammatizzare, cucciolo: dovremmo ringraziarlo. E quindi qual è la tua risposta?
