Mi vengono le lacrime agli occhi. - Gianni, ti prego, io non… non volevo… Scusami, scusami tanto. - Ti è piaciuto? - Io… sì, mi è piaciuto, ma non è importante, davvero… scusami… - Ora vediamo se ti piace anche questo. Si abbassa con gesto deciso la cerniera dei pantaloni e mi gira brutalmente a pancia in giù, abbassando i miei boxer. Sogghigna: - Brucia un po’, ma poi ti piacerà, vedrai. E poi lo sai già, non sono mica il primo per te. Il mio cuore sta scoppiando. - No Gianni, non ho mai permesso a nessuno di violentarmi. Odio la violenza. - Oh, quindi sarebbe la prima volta? Che onore… Mi gira le braccia sulla schiena e mi afferra saldamente i polsi. - E sta’ fermo, ti ho detto. Gianni sta distruggendo tutto e io non capisco perché. Non posso permetterglielo. Ho vent’anni e un fisico atletico, non può farcela contro di me se mi oppongo: devo solo stare attento a non fargli male. Strattono violentemente per liberare i polsi, mi rivolto come un animale selvatico, lotto contro di lui, respingo le sue mani, gliele mordo. Sono sbalordito dalla sua forza fisica: nonostante la sua età e il suo fisico esile, stento a tenerlo a bada. Alla fine, preso dalla disperazione, gli mollo un violentissimo manrovescio. Gianni, tramortito, si ferma di colpo, ansimando. Un rivolo di sangue sta colando lungo la sua guancia sinistra: il mio schiaffo ha rotto una stanghetta dei suoi occhiali, ferendogli lo zigomo. Mi porto le mani al viso, in preda all’angoscia, e balzo in piedi. - Gianni, oh Gianni, scusami, ti ho fatto male… Aspetta, vado in bagno a prendere l’acqua ossigenata e un cerotto. Oddio, Gianni, perdonami. Corro in bagno e torno in camera. Gianni è ancora lì, immobile, in ginocchio sul letto, con gli occhiali rotti penzolanti da un orecchio, e al sangue si mescolano lacrime che scorrono silenziose sul suo volto. Con mani tremanti gli sfilo gli occhiali e li appoggio sul comodino. Verso dell’acqua ossigenata su un batuffolo di cotone e tampono delicatamente il suo zigomo: per fortuna la ferita è solo superficiale. - Ti ho rotto gli occhiali - dico mortificato, mentre gli applico il cerotto. - Non importa, - risponde atono, senza espressione - ne ho un paio di riserva. Terminata la medicazione mi siedo su una sedia di fronte al letto, travolto da una indicibile pena per quel viso improvvisamente invecchiato di dieci anni, devastato da una sofferenza interiore che non riesce ad esprimersi. Le lacrime continuano a scorrere da sole, senza singhiozzi, come se lui non se ne accorgesse. È in uno stato di assoluta catatonia. - Gianni, guardami - gli dico dolcemente. Alza gli occhi e mi guarda stranito, come se mi riconoscesse con fatica. - Emmanuel - dice con un filo di voce. - Gianni - rispondo. - Cosa… cosa ti ho fatto? - Niente, per fortuna. Abbiamo solo lottato un po’, come due gatti. Sorride pallidamente. - Come due gatti… due gatti in amore… E chi ha vinto? - Be’, io, naturalmente: ero quello più grosso e più forte. - Che bello… - sussurra, e da quel commento capisco che ha vissuto quell’esperienza in trance, senza rendersi ben conto di quel che faceva. Ma deve rendersene conto, è stata una cosa troppo grave. Decido di buttare il cuore oltre la siepe. - Gianni, - gli dico incoraggiante - hai voglia di stenderti ancora un po’ sul letto con me? Però mi tieni abbracciato come quella notte, ricordi? Annuisce lentamente. - Sì, certo che ricordo. Sì, certo che ti tengo abbracciato. - E non facciamo nient’altro. - Sì, certo che non facciamo nient’altro. Si lascia cadere sul letto e mi tende una mano. Lo raggiungo e mi sdraio al suo fianco, prendendogli la mano. Ho il cuore a mille, ma dissimulo la mia agitazione. - Credo che però dovresti tirarti su la cerniera dei pantaloni - gli dico sorridendo. - Perché, è giù? Sono proprio sbadato. Dio mio, non è da me questa sciatteria. - No, non è da te infatti. Sei sempre così elegante… Si tira su la cerniera e mi prende delicatamente fra le braccia. Il mio cuore pulsa in modo così violento da procurarmi dolore. Provo sollievo per lo scampato pericolo, ma nello stesso tempo so che non devo lasciar passare sotto silenzio quanto è appena accaduto. Anche se Gianni sembra non ricordarsene, non voglio che respinga questa cosa nell’inconscio: salterebbe di nuovo fuori a tradimento quando meno me lo aspetto. - Gianni, - incomincio con cautela - poco fa sembrava che tu non mi riconoscessi più, lo sai? Annuisce senza dire niente. Questo comunque significa che lo sa. - Puoi spiegarmi, se ti va, cos’è successo? Forse ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare, ed è meglio che io sappia cosa: così evito di ripetere l’errore. Rimane per un po’ in silenzio; poi, accarezzandomi i capelli, dice: - Non è colpa tua, cucciolo. Non puoi farci niente. È quell’odore. Resto completamente spiazzato dalla sua risposta. - Quale odore? - Prima, al cinema, quando hai messo la mia mano sulla patta dei tuoi pantaloni... Ricordi? Ho sentito subito quell’odore. Avvampo. - Ah sì, ricordo. Scusami, non so proprio come sia successo. Mi sento in gravissimo imbarazzo: Antonia mi ha sempre detto che so di borotalco perfino in certi momenti, possibile che io adesso emani un odore così forte? Gianni sorride un po’. - Hai un rapporto davvero angelico con il piacere: non ho mai visto una cosa del genere. Però il tuo corpo è quello di un maschio di specie umana. - Be’, certo. - E quindi emetti gli stessi liquidi che emettono gli umani, angelo mio. Sconcertato, confermo: - Suppongo di sì: ci ho fatto anche un figlio. - Ma non tutti sono degli angeli, cucciolo caro. Io non lo sono, e dentro di me c’è una belva che all’odore dello sperma diventa incontrollabile. - Davvero, Gianni? Ma come mai? La mia domanda è completamente stupida, ma non riesco ad evitarla. Gianni infatti non risponde e continua a seguire ad alta voce il filo dei suoi pensieri. - Per tutto il pomeriggio non ho desiderato altro che portarti qui e violentarti. Per tutto il pomeriggio. Fremevo dalla voglia di farlo, di strapparti di dosso quei boxerini con i paperi e vedere il loro contenuto. Stavo per aggredirti già in macchina, mi sono trattenuto a stento. - Ma… Gianni… - esclamo, stupefatto e avvilito. - Sì, lo so, cucciolo. Tu sei tu e io non avrei dovuto. Ma era più forte di me, e come vedi non ce l’ho fatta. - Ma perché, Gianni? Io proprio non capisco… Finalmente arriva la risposta. Gianni sospira profondamente: - Avevo sette anni quando mio zio paterno iniziò ad abusare di me. Lo fece ripetutamente, non ho mai capito se all’insaputa dei miei o con il loro tacito consenso: sai, mio zio era un uomo potente, un diplomatico di alto livello. Fatto sta che iniziò a piacermi, cucciolo caro, e questo ha segnato tutta la mia vita in modo indelebile. Profondamente colpito dalle sue parole, non dico niente. So che il discorso non è finito; infatti lui continua: - L’odore dello sperma si è impresso nel mio subconscio in un modo così profondo che, quando lo sento, perdo il controllo e non vedo l'ora di ricreare quella situazione di violenza che ho subìto per anni. Con i ragazzi sono brutale e violento, tesoro mio. - Sì, un po’ me ne sono accorto. Ma con Massimiliano sarà diverso, spero. - Non troppo. Anche tra me e Massimiliano il rapporto è sempre stato piuttosto violento. Vedi amore, a me piace la violenza. Deglutisco con fatica, stentando ad immaginare una situazione per me inconcepibile: io detesto la violenza in tutte le sue forme. - L’unica eccezione sei tu, angelo mio, perché ti amo, e perché tu sei così ingenuo e candido. - Gianni, mi sopravvaluti: credo di averti già detto che ho vissuto esperienze anche molto pesanti in passato. - Sì, ma non ti sono penetrate dentro: tu dentro sei immacolato. Io invece sono segnato per sempre. Appena ho annusato quell’odore addosso a te, lo hai visto, ho perso il controllo. Ho avuto la stessa reazione di una tigre quando annusa l’odore del sangue. Rimango per un minuto in silenzio, poi dico: - Credo di avere capito il problema, Gianni: tu hai bisogno di un rapporto che ti faccia tornare bambino, diciamo a quando avevi meno di sette anni, e ti faccia sentire pulito. Annuisce con fatica. - Sì, è così. Solo se risalgo ai primi anni della mia infanzia riesco a sentirmi pulito. - Ed ecco spiegato perché un fessacchiotto come me ti piace così tanto: perché con me ritorni bambino. Mi stringe a sé. - Sì, un po’ sì. Ma non è solo questo. Restiamo abbracciati per qualche minuto senza dire altro, ma so che Gianni sta per dirmi qualcosa, e so già anche cosa. - Ho rovinato tutto, vero cucciolo? Tu adesso hai paura di me, provi disgusto. Non potrai mai più amarmi. - Ed è qui che ti sbagli. - rispondo con fermezza - Posso amarti ancora di più, Gianni, perché mi hai detto delle verità inconfessabili, e io apprezzo la tua sincerità. Non ti metterò più in condizione di risvegliare quella bestia. Sorrido. - E se si risveglia di nuovo, faremo ancora a botte. Tanto lo sai che vinco io, sono più forte. Sorride anche lui, amaramente. Poi dice con voce rassegnata: - Morirò, se mi lasci. Lo abbraccio di slancio. - Ma io non ti lascio. - Lo dici solo per tenermi tranquillo. Poi infilerai quella porta e scapperai a gambe levate, e non ci rivedremo mai più. - No, Gianni: non scapperò affatto. - Del resto è quello che mi merito. Ma io morirò senza di te. Cosa me ne faccio di una vita come la mia? È tutto finto, e quello che è vero fa schifo. Indosso la maschera dell’ironia sulla faccia di un lebbroso, vestiti eleganti sugli stracci della mia anima: un'anima da pezzente. Non vale la pena di vivere così. - La tua vita è importantissima per me, Gianni. - Non mi suiciderò, cucciolo, sta’ tranquillo: non intendo infliggerti questo rimorso, non sono abbastanza egoista, e forse non ho neppure il fegato di farlo. E poi devo cercare di restare vivo ancora per un po’ per assistere Massimiliano. Morirò a partire da domani, ma non se ne accorgerà nessuno. Morirò per semplice mancanza di vita, tutto qui. - Io non ti lascio, Gianni. - gli ripeto - Non avere paura di quella bestiaccia: la terremo a bada, tu ed io insieme. I demoni sono meno forti degli angeli, sai? Oltre tutto pare che siano piuttosto stupidi, lo dice anche Sant’Agostino. Non devi avere paura di loro, non devi! Di nuovo quelle lacrime silenziose, senza singhiozzi e senza suono, gli rigano il volto, infilandosi in una ruga profondamente incisa ai lati della bocca. Gliele asciugo con le dita, accarezzandogli la guancia. All’improvviso mi sorge un dubbio inconfessabile: decido di risolvere il problema alla radice. - Puoi aspettarmi qua un attimo? - gli chiedo - Ti giuro che non scappo, devo solo andare in bagno. - Certo, fa’ pure. Vado in bagno e mi lavo accuratamente per far sparire ogni traccia di quell’odore che ha un effetto così devastante su di lui. Mi tolgo i boxer e li appallottolo, buttandoli dalla finestra: quando uscirò li recupererò in cortile. Indosso i jeans direttamente sulla pelle e torno sorridendo in camera, riprendendo il mio posto accanto a Gianni, che giace immobile nella stessa posizione. Ora che sono perfettamente inodore non potrò suscitare in lui alcun istinto perverso. - I baci puoi ancora darmeli? - gli chiedo con dolcezza. - Sì, quelli sì. Nessuno mi ha mai baciato da piccolo, non ho nessun ricordo collegato ai baci. Non erano previsti dal rituale della violenza. - Allora dammi un bacio. Mi bacia teneramente. All’improvviso allontana la bocca e mi dice: - Sai una cosa? Quando bacio te, mi sembra di baciare una ragazza. - Davvero? - Sì. Mi fai sentire etero. - Ed è brutto? - No, è bellissimo. Ricomincia a baciarmi. Chiudo gli occhi e mi immedesimo completamente in quel ruolo che lo fa sentire bene. Sono la sua ragazza, povero Gianni: l’unica che abbia mai avuto nella sua vita. Alla fine ci salutiamo con un lungo abbraccio. Mentre guido verso casa mi rendo conto di essere profondamente turbato: la scoperta di quel Doppelgänger, di quel volto spaventoso dietro la maschera di velluto, mi ha sconvolto, inutile negarlo. Nello stesso tempo il mio affetto per Gianni si è ulteriormente rafforzato: dovrò essere uomo, nel senso vero e pieno del termine, per aiutarlo ad affrontare quel suo doppio spaventoso. Purtroppo è tramontata la mia speranza di poter essere me stesso nel sesso con lui, di fargli vedere quel qualcosa di bello che credo di avere in quei momenti: temo che sarò di nuovo obbligato ad una castità forzata che sta diventando la norma per me. Dovrò accontentarmi dei baci, che comunque sono un meraviglioso mezzo di comunicazione. Dovrò resistere alla tentazione di tornare nel letto di Antonia o di fare altre stupidaggini del genere, oltre tutto sapendo che nel frattempo lui va a letto con Massimiliano e chissà con chi altro, se il suo demone prende il sopravvento. Una situazione davvero mortificante. Ma desidero farcela, voglio farcela. Quel viso devastato dalla sofferenza, invecchiato, sconvolto, con quel rigagnolo di sangue e di lacrime che colava lungo una guancia, quel “Morirò, se mi lasci” detto con un tono di voce pacato e rassegnato, mi hanno segnato la mente e il cuore con un marchio indelebile. Ce la farò, ne sono sicuro, perché l'amore dà forza e coraggio, come dice Platone. A questo punto ho la certezza che il mio amore per lui non è più, o non è solo, un “effetto specchio”: amo proprio lui, con tutte le sue fragilità e le sue debolezze. Questo pensiero placa di colpo la tempesta che agita il mio animo, portandovi una grande quiete. Accendo lo stereo e mi metto ad ascoltare un po’ di musica, senza pensare più a niente.