La maschera di ferro (Il Doppelgänger) (ottobre 1998) - Fa già frescolino, vero? - Sì, quasi freddo. Del resto, è ottobre. Mi stringo contro la sua giacca di tweed pesante. Gianni non rinuncia all’eleganza neppure in nome della praticità: se può, preferisce la giacca al giubbotto imbottito. Dice che “fa troppo giovane”, e lui odia l’idea di scimmiottare i giovani per cercar di dissimulare la sua età. Si vergogna profondamente di essersi tinto i capelli, ma io l’ho convinto a mantenere questa tinta castana, molto discreta peraltro: a me piace moltissimo, e soprattutto mi piace il fatto che se li sia tinti per piacermi di più. Io invece non mi faccio problemi di eleganza: indosso un pesante giaccone con il collo imbottito di pelliccia sintetica, tutt’altro che chic, ma comodo e caldo. Sto fluttuando, come sempre con lui, a parecchie centinaia di metri di quota dal suolo; tutto sotto di noi si agita convulso e irreale: la realtà è la mia mano che stringe la sua, calzata in un guanto di morbida pelle nera, la mia guancia che si appoggia alla stoffa ruvida della sua giacca, il suo odore di dopobarba, il suo braccio intorno alle mie spalle mentre camminiamo verso il “nostro” cinema multisala. Devo stare attento, quando sono con lui, a non diventare insopportabilmente sdolcinato: ho sempre la tentazione di chiudere qualsiasi frase con la parola “amore”. Poco fa mi sono morso la lingua appena in tempo per evitare di chiedergli “Fa già frescolino, vero, amore?”. Più in generale, avrei voglia di chiamarlo “amore” ogni due minuti. Non mi era mai successa una cosa del genere, devo essere diventato scemo. Sapevo già che la felicità rende scemi, ma ora ne ho la conferma: sono totalmente, abissalmente rintronato, ma l’effetto di questo stordimento è benefico: l’eco di questa profonda felicità mi accompagna in tutti i momenti delle mie giornate, sia quando sono con lui, sia quando sono lontano da lui; è come una musica di fondo che rende piacevole ogni momento della mia vita, e fa sì che io sia sempre di buon umore, gentile e disponibile con tutti. Sopporto ogni contrattempo, le bizze dei clienti del vivaio, i conti da pagare, i capricci di Martino, le pesanti ironie di Carlos, gli scherzi di Mayra, che non sa più come giudicare questa storia, i rimproveri di Antonia, che mi trova sempre inspiegabilmente distratto. Non le dò nessuna spiegazione, ma in compenso le sorrido. Spesso mi domando da cosa dipenda questa felicità: alla fine Gianni ed io non stiamo propriamente insieme, anche perché lui ha un compagno fisso da molti anni; e, cosa quasi incredibile, non abbiamo mai fatto sesso. Gianni dice che non ci riesce con me, o forse non vuole, e io sono felice anche senza. Non posso negare di desiderarlo, a tratti anche intensamente, ma non voglio creargli nessun dispiacere. La mia felicità dipende esclusivamente dal fatto che Gianni mi ama: lo sento attraverso il suo corpo e la sua anima, glielo leggo negli occhi, in quella luce tenerissima che appare per un attimo prima che lui, vergognandosi, distolga lo sguardo. Ma subito mi prende la mano per comunicare in altro modo: e la corrente che emana da lui mi raggiunge e mi attraversa, lasciandomi tramortito da un’ondata di benessere. L’unica cosa che gli chiedo è di baciarmi, e i suoi baci mi appagano completamente: del resto, il bacio è un atto molto più intimo del fare l’amore; non si può baciare una persona che non si ama: invece si può tranquillamente farci sesso. In verità intuivo che si potesse amare così, anzi, che forse fosse l’unico modo giusto di amare, ma non lo avevo mai sperimentato, se non per un breve periodo con Antonia: un periodo molto intenso, che aveva dato come frutto della nostra trasgressione finale il concepimento di Martino. - Che film ti va di vedere? - gli chiedo, salendo le scale dell’immenso cinema, ospitato da una surreale e affascinante struttura in vetro, acciaio e cemento che rende visibile il paesaggio da ogni lato, anche sotto i nostri piedi. Provo una leggera vertigine guardando all’ingiù: è come camminare sul vuoto. - Vedrei volentieri “La maschera di ferro”: che ne dici, tesoro? - Quello con Di Caprio? Mi sembra una buona idea. Incomincia fra poco, è nella sala C. Intanto sediamoci qua. Mi siedo con lui sulle comode poltroncine di velluto che fronteggiano l’entrata della sala, di fianco al bar del cinema, ma subito mi alzo, irresistibilmente attratto da un sacchettino giallo di M&M’s. Lo compro, insieme a una lattina di Coca-Cola, e torno a sedermi accanto a Gianni, aprendo il sacchetto e incominciando a sgranocchiare i bottoncini colorati con il ripieno di noccioline. Ne vado matto. Porgo il sacchetto a Gianni, offrendogli i cioccolatini. Sorride e scuote la testa. - Sono pieni di coloranti, cucciolo, non ci fanno bene. - Dai, Gianni, lasciati andare ogni tanto: sono buonissimi, fidati. Gliene infilo uno in bocca, rosso ciliegia. Lo mastica poco convinto, ma poi emette un mugolio di soddisfazione. - Devo ammettere che non è male. Gliene verso un po’ nel palmo della mano. - Questi cosi si mangiano a manciate, Gianni: guarda. Mi getto una manciata di cioccolatini in bocca e li sgranocchio sonoramente. Sorride e mi imita. Lo bacio su una guancia. - Hai visto? Si fa così. - Topolino, non dovremmo baciarci in pubblico: la gente ci guarda strano. - Lascia che guardino. E poi era solo un bacio sulla guancia. Non c’è niente da fare, la mia felicità è così impenetrabile che non si lascia scalfire da nulla: sono totalmente indifferente al giudizio della gente. E poi, chi è la gente? Distratto come sono, mentre parlavo ho agitato la lattina di Coca-Cola: quando tiro la linguetta di metallo per aprirla, uno spruzzo mi colpisce direttamente in faccia. Gianni ride. - Oh accidenti, questa roba è appiccicosa - dico, tentando maldestramente di asciugarmi il viso. - Sì, tesoro, è una bevanda molto zuccherina. E in più ti sei anche macchiato il maglione bianco. Mi alzo con un'esclamazione di disappunto. - Aspettami qua, - gli dico - vado a lavarmi in bagno. In bagno però c'è coda, e non mi va di restare lì impalato davanti alla porta ad aspettare il mio turno. Mi metto a gironzolare per la struttura di cristallo, affascinato dalla visione dei due piani sotto di me, e mi fermo a guardare da una delle vetrate il paesaggio, che non è niente di che: una periferia semi-industriale molto anonima. In questo momento però mi sembra magnifica, come tutto il resto. Finalmente il bagno si libera: entro e mi sciacquo il viso e le mani, poi tento con successo di smacchiare anche il maglione. Mi sto asciugando le mani con una salvietta di carta, quando all'improvviso il mio cellulare squilla. Rispondo. - Ma dove sei? Nella voce di Gianni vibra un'ansia che mi colpisce al cuore. - Sono in bagno, ho finito. - Ma quanto ci metti? - Arrivo subito, non preoccuparti. Riattacco e con pochi balzi veloci raggiungo il nostro salottino. Gianni è in uno stato di tensione penoso, anche se sorride nel vedermi. Mi siedo accanto a lui e gli prendo una mano. La sento tremare. - Ehi, ma che c'è? - Ho avuto… - esita - Ho avuto paura che tu te ne fossi andato. Abbassa gli occhi. - Che non tornassi più. - Gianni, sono qui: figurati se ti abbandono. Gli circondo affettuosamente il collo con un braccio, intenerito dalle sue parole. - Ho pensato che tu avessi incontrato qualcuno della tua età e ti fossi allontanato con lui… o lei. - Gianni, ma che cazzate dici? È solo che c'era coda in bagno. - Scusami, cucciolo. - Scusami tu. Gli schiocco un altro bacio sulla guancia e poi gli chiedo allegramente: - Di cosa parla il film? - Come, non conosci la storia della Maschera di Ferro? - No, o meglio, ne so pochissimo. La mia strategia funziona: Gianni, dirottato sul terreno della cultura, si sente rassicurato e si tranquillizza. Incomincia subito a spiegarmi la storia con il tono di un professore benevolo: lo ascolto attentamente. - Il film è ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne di Dumas padre. La storia è romanzata, ma in parte vera, sai? Voltaire, quando fu imprigionato alla Bastiglia, venne a sapere che alcuni anni prima vi era detenuto un personaggio detto "La Maschera di Ferro". - Voltaire fu imprigionato alla Bastiglia? Non lo sapevo. - Eh sì, tesoro: per ben due volte. Sono cose che capitano ai liberi pensatori. - Con tutto il rispetto per Platone, credo che attenersi sempre alle leggi non sia possibile, per una persona intelligente. - Infatti. Comunque, quello sconosciuto portava sempre sul volto una maschera di velluto nero trattenuta da cinghie metalliche. Non si è mai scoperto chi fosse, ma Dumas immagina che si trattasse del fratello gemello di Luigi XIV. - Ah sì, ho letto qualcosa su Di Caprio che interpreta entrambi i gemelli. Non è che fossero giudizi entusiastici, eh… Se non sbaglio gli hanno appioppato il Razzie Award per la peggiore coppia del 1998. Cioè, un vero record, se ci pensi: la coppia Di Caprio e Di Caprio! - Il Razzie Award sarebbe la Coppa Pernacchia? - Proprio quella: la parodia degli Oscar. Decido di fare sfoggio di un po’ di cultura liceale: - Comunque, a grandi linee, mi pare che il tema trattato sia quello del “doppio”, un tema che si ritrova molto spesso nella letteratura, soprattutto in quella dell’Ottocento: il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il ritratto di Dorian Gray eccetera. - Proprio così, amore mio: nella tradizione popolare questo “doppio” è un essere maligno, di cui dovremmo cercare di liberarci. Anche nell’antroposofia di Steiner è così; il nostro “doppio” non è come il “dàimon” di Socrate: non ci vuole bene, è un essere malvagio e pericoloso. - Davvero, Gianni? Non lo sapevo. - Nel romanzo di Dumas il gemello di Luigi XIV, Filippo, lo tradisce e gli usurpa il trono; per questo il re lo fa rinchiudere nelle segrete con il volto coperto da una maschera. Ma il film, da quel che ho capito, si mantiene su toni abbastanza superficiali: credo che assisteremo ad uno spettacolo piacevole ma mediocre, una specie di soap opera ambientata nel Seicento, con tanto di cappa e spada e tutti e quattro i moschettieri. - Va bene così, Gianni: ci divertiremo con qualcosa di poco impegnativo. Oh, a proposito di moschettieri, ricordati che D’Artagnan sei tu. Gianni sorride. - Che ne sai di che faccia aveva D’Artagnan? - Lo so eccome: aveva la tua. - Che fessacchiotto che sei, amore. - Eh lo so: sono fesso dalla nascita. - Ma adorabile. - Devo pur compensare in qualche modo la mia fesseria. Oh, ma il film sta per incominciare: andiamo. Ci alziamo ed entriamo nella sala semibuia. Di solito ci sediamo in una delle ultime file, al riparo da sguardi indiscreti, ed anche questa volta riusciamo a sistemarci in una zona piuttosto defilata del cinema, in fondo a sinistra. Ci prendiamo per mano, come facciamo sempre, e la proiezione incomincia. Seguo il film con quella distratta attenzione che è tipica degli innamorati narcotizzati dalla presenza della persona amata. In casi del genere le coppie, diciamo così, normali, approfittano del buio per sbaciucchiarsi e infilarsi le mani dappertutto, ma non è questo il caso mio e di Gianni: un profondo rispetto reciproco ci impedisce di comportarci in modo così triviale in pubblico. Appoggio la testa sulla sua spalla e lui mi circonda le spalle con un braccio, accarezzandomi i capelli. È sempre assorto e controllato in momenti come questo, un atteggiamento che mi incute un po’ di soggezione, perché io di per me sarei più grezzo e spontaneo; però questo suo affettuoso ritegno, un po’ ottocentesco, mi affascina. Mentre Di Caprio, Depardieu e gli altri moschettieri si agitano sullo schermo, io perdo la nozione del tempo e dello spazio: non so più chi sono, dove sono, perché ci sono. So solo che sono fra le braccia di un uomo che, chissà perché, amo tanto, e mi sembra così naturale esserci, e mi sembra così innaturale non fare quello che desidero. C’è tanta dolcezza, in questo momento. Timidamente, allungo la mano verso la sua e la sposto sui miei jeans. Si volta a guardarmi: lo guardo a mia volta senza abbassare gli occhi, per comunicargli che non c’è niente di male in tutto questo. È solo una carezza, una semplice carezza per quel povero diavolo costretto ad una castità forzata poco adatta alla sua età, e per di più ci sono i pantaloni di mezzo: robusta tela di denim, non si sente quasi niente. Alzo una mano ad accarezzargli il viso con un’espressione che significa "lasciami almeno questo". Sembra capire, fa segno di sì con la testa. Si volta di nuovo a guardare il film, ma lascia la mano appoggiata sui miei pantaloni, senza muoverla. Chiudo gli occhi e stabilisco con quella mano un contatto interiore così intenso che il piacere sale da solo, non so come, improvviso e a tradimento. Mi mordo le labbra per non emettere alcun suono, ma Gianni se ne accorge. - Cucciolo… - inizia, ma si interrompe. Arrossisco un po’. - Cucciolo, ma quindi tu… - Io cosa? - Tu sei così? - Così come? - Così… in quei momenti? - Be’, sì, credo di essere un po’ sempre così. Si volta ed appoggia la schiena contro la poltroncina. - Dio santo - sospira. Non so assolutamente cosa rispondere, perché non so cosa intenda con quel “Dio santo”: che faccio veramente pena, che sono proprio patetico o disgustoso in certi momenti? O cosa diavolo? Gli stringo la mano, temendo di avere combinato un guaio. - Scusami, Gianni. - No, ma non devi scusarti. Sono io che… - Che? - Niente, amore mio, guardiamo il film. Rassicurato da quell’“amore mio”, sospiro di sollievo e mi rimetto a guardare lo schermo, rivolgendo un pensiero di biasimo a quello sciocco coso che ho fra le gambe. Per fortuna Gianni è saggio e lo ha perdonato. Non parliamo più e non facciamo più niente, se non tenerci così per mano, fino alla fine del film, che risulta essere esattamente quello che ci eravamo aspettati: un polpettone seicentesco ottimo per trascorrere un paio d’ore piacevoli e rilassanti. Usciamo dal cinema verso le sei del pomeriggio: è già quasi buio e il cielo si è incupito. Sta per piovere e tira uno sgradevole venticello freddo, che solleva da terra le foglie cadute dagli alberi e ce le sbatte in faccia; ci ripariamo il viso con le braccia e corriamo a rifugiarci nella comoda Rover 75 color argento metallizzato di Gianni: anche in fatto di automobili, a parte lo scivolone imperdonabile della Smart, Gianni ha gusti molto raffinati. Mi accomodo sull’accogliente sedile. - La cintura di sicurezza, gioia. Infilo malvolentieri la cintura di sicurezza (detesto sentirmi legato); lui mette in moto e partiamo. - Andiamo allo studio? Ti offro qualcosa di caldo, un punch. - Cos’è? - Acqua, tè, zucchero, cannella, una fetta di limone e acquavite o rum, a scelta. Alcolico ma non troppo, per via del tuo pancino sensibile. - Grazie, Gianni, sei un tesoro. Appoggio affettuosamente una mano sulla sua, pieno di gratitudine. Arriviamo allo studio e saliamo le scale a piedi evitando l’ascensore, che non piace a nessuno dei due: sono tre piani, ma salire le scale fa bene alle gambe. - Mi sembri stanco, cucciolo: vuoi distenderti un po’ sul letto? Accetto volentieri. C’è un letto singolo piuttosto ampio e comodo nel retro dello studio: la stanza, come tutto il resto dell’appartamento, ha un bel parquet di legno chiaro e le pareti bianche completamente nude, salvo alcune splendide gigantografie di Gianni che ritraggono edifici antichi e paesaggi. I mobili sono ridotti all’essenziale, quasi assenti, e questo mette in evidenza le nitide geometrie degli ambienti, dando all’insieme un'eleganza molto raffinata, direi euclidea. Mi distendo sul letto sfilandomi gli scarponcini invernali e chiudo gli occhi. - Il tuo punch - dice la voce di Gianni accanto a me. Riapro gli occhi e sorrido. Prendo la tazza di vetro trasparente colma di un liquido color ambra che mi sta porgendo e lo ringrazio. Soffio sul punch, che ha l’aria di essere bollente, e aspiro il suo intenso profumo. - Che buon odore - dico - Sei sempre bravissimo a fare i cocktail, Gianni. Si siede al mio fianco e mi guarda bere il punch a piccoli sorsi continuando a soffiarci su ogni tanto. Gli scappa un mezzo sorriso, come sempre accade quando assiste a qualche mio esempio di goffaggine. Poi, vedendo che ho finito di bere, mi prende la tazza e la appoggia sul comodino. - Grazie - gli dico sorridendo. - Di nulla - risponde. Si toglie gli occhiali da vista, chiude le stanghette e li posa sul comodino. Questo gesto mi sorprende un po’, perché in genere è il preludio di attività erotiche, come so per esperienza. Ma Gianni non si muove, e del resto siamo già stati insieme in un letto e non è successo nulla, senza contare il suo blocco sessuale nei miei confronti. Gli tendo una mano. - Stenditi un po’ anche tu. Mi guarda, mi ravvia i capelli e, stranamente, inforca di nuovo gli occhiali; poi, con un’agile manovra, mi scavalca e si sdraia al mio fianco. Mi stringo a lui, preso dalla solita commozione che mi assale al suo contatto, ma lui non ricambia il mio abbraccio. Cerco la sua mano e la porto sul mio viso: ho bisogno delle sue carezze. Anch’io lo accarezzo, sul torace e sulle spalle, mugolando infantilmente; poi scendo un po’ lungo il suo corpo. Non mi permetterei mai di slacciargli i pantaloni, ma vorrei fargli sentire in qualche modo che non è solo, che il suo desiderio di me è ricambiato. Così azzardo una timida carezza sulla patta dei suoi pantaloni di gabardine. Avverto una tensione spasmodica sotto quella stoffa, tanto che fermo subito il mio gesto. Improvvisamente mi sento afferrare i fianchi con una brutalità che mi sconvolge. Mi volto verso Gianni con profondo stupore. La sua espressione mi agghiaccia: ha gli occhi scintillanti di una luce nera che non gli avevo mai visto. Tento di sollevarmi, ma lui mi abbatte sul letto con una manata. - Sta’ fermo! - ringhia, premendomi il petto con la sinistra e armeggiando con la destra sulla cintura dei miei jeans. Tento disperatamente di farlo tornare in sé. - Gianni, no, non così… Allungo una mano per accarezzargli il viso, ma lui la allontana con fastidio e strattona i miei pantaloni per sfilarmeli di dosso. Mi viene da piangere, non riesco a credere a quello che sta accadendo. Una cosa mi è chiarissima: se succederà quello che sta per succedere, per noi sarà la fine. Questo pensiero mi getta nella disperazione più totale e mi dà la forza di reagire. Lotto contro di lui, cercando di non fargli male. - No, Gianni, no - gli dico con decisione, e respingo la sua mano. Il mio gesto suscita in lui una reazione feroce che mi terrorizza. Mi fissa con odio e mi apre i jeans con una tale violenza che quasi li strappa, mettendo allo scoperto i miei mutandoni con i paperi azzurri, che gli suscitano un ghigno beffardo. - Il mio cucciolo si è fatto la pipì addosso?